“Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” dal vangelo di Giovanni, capitolo 15, versetto 13
Donare qualcosa senza chiedere nulla in cambio è ciò che ammanta l’uomo di divino. Rei
Il contrasto alle principali fonti di approvvigionamento di capitali dei clan mafiosi è costituito da molti anelli di una singola catena; ciascun anello corrisponde ad una forma di intervento necessario al fine di liberare il Paese dall’infestazione parassitica delle minoranze criminali. Un altro caposaldo del NSA, dunque, non può non essere il contrasto alle attività di estorsione.
Secondo le ultime stime elaborate Confcommercio[1], calcolate a partire dalle risposte fornite ad apposito questionario compilato da un campione di 3200 imprese di terziario di mercato, “più di un imprenditore su cinque ha avuto notizia di episodi di usura o estorsione nella propria zona di attività e il 10,3% ne ha conoscenza diretta”. Tra le imprese più colpite risulterebbero quelle del Meridione (con soglie che oscillano vicine al 30% del totale) ed in particolare “le imprese dei trasporti (29%), del commercio al dettaglio non alimentare (26,4%) ed i bar (26%)”. Il 30 % delle imprese del Sud vede una crescita dell’usura particolarmente nel settore del commercio al dettaglio non alimentare. Persino nella cintura urbana di Roma il fenomeno appare in crescita, generando la paura del ricatto per il 28,5% degli imprenditori capitolini. Secondo il rapporto “di fronte all’usura e al racket il 59,4% degli imprenditori ritiene che si dovrebbe denunciare, il 30,1% dichiara che non saprebbe cosa fare, il 5,3% pensa di non poter far nulla. Questi dati sono significativamente più marcati al Sud”. Inoltre, stando al rapporto annuale del Ministero dell’Interno sulle attività antiusura e antiracket[2], nel solo 2020 ci sarebbero stati 3500 casi di estorsione accertati (numeri che sono con ogni probabilità molto inferiori al dato reale). Una parallela indagine condotta dall’Osservatorio sulle Mafie e il Mercato Agricolo nel 2019, ancora, afferma che addirittura il 20% dei commercianti agricoli italiani ha ricevuto richieste estorsive da parte delle organizzazioni criminali[3].
Il meccanismo di funzionamento dei fenomeni estorsivi segue sempre lo stesso squallido copione. Un emissario dei sodalizi criminali prende contatto con il gestore dell’esercizio commerciale o dell’impresa di servizi (normalmente di piccole o medie dimensioni, in quanto le grandi imprese di norma hanno mezzi e sistemi di sicurezza adeguati, che li rendono capaci di resistere alle intimidazioni). Inizialmente le richieste sono di piccola entità se rapportate al fatturato mensile dell’esercizio, fungono come una sorta di tassa locale su base fissa, calcolata a livello cittadino o, nelle metropoli più estese, di quartiere- Dopo un periodo intermedio, che può durare anche qualche anno, le richieste aumentano, anche in ragione dell’andamento positivo del mercato e dell’aumento del volume di vendite dell’impresa taglieggiata.
Se gli associati o il soggetto titolare rifiuta di pagare il famoso “pizzo” (parole di origine siciliana che indica la somma di denaro estorta dalle mafie), le intimidazioni scattano immediatamente, anche in questo caso in forma progressiva. Dapprima si registrano atti di vandalismo contro le sedi operative degli esercizi: tali atti costituiscono “avvertimenti” minatori, tesi a indebolire la posizione del soggetto e a scoraggiarne una reazione. Successivamente, se la vittima continua ad opporsi al ricatto, si arriva all’esplosione di colpi d’arma da fuoco o persino piccoli ordigni a scopo intimidatorio, ovviamente sempre nei pressi dell’attività obiettivo dell’estorsione. Infine, si arriva nei casi più estremi al rogo doloso dell’esercizio (nei casi di imprenditor agricoli, alla distruzione del raccolto o all’incendio dei campi) e all’aggressione fisica nei confronti dei proprietari e degli amministratori delle imprese sotto attacco. Ciò, al contrario di un certo stereotipo comunemente diffuso, è abbastanza raro: decenni di attività estorsiva hanno mostrato alle mafie che attaccare fisicamente i titolari degli esercizi taglieggiati li induce più spesso a denunciare. Spesso all’estorsione si intreccia anche l’usura: per recuperare il danno subito, le imprese sono costretti a rivolgersi agli stessi criminali per ottenere un finanziamento senza garanzie, con tassi di interesse illegali e ovviamente elevatissimi.
Ma a quanto ammonta la perdita economica generata dai fenomeni di usura? Stando alle cifre fornite dall’Associazione Nazionale delle Imprese Assicuratrici (ANIA) la perdita secca su base annua sarebbe superiore ai 10 miliardi di euro. Ma più che del danno economico in sé e per sé, bisogna calcolare i danni corrispondenti ai cosiddetti costi sommersi del fenomeno. Imprese che vorrebbero operare sul territorio sono dissuase dal farlo per evitare le pressioni criminali. Da un punto di vista strettamente economico-aziendale le aziende che operano presso distretti commerciali interessati dalle attività estorsive affrontano costi nascosti relativi alla sicurezza dei siti di produzione e di negoziazione dei servizi. Un esempio possono essere i costi assicurativi; le polizze prevedono infatti il pagamento di premi più alti nelle aree colpite in misura maggiore dal fenomeno del racket. A questi costi devono poi sommarsi le spese per il mantenimento della sicurezza, per l’installazione di sistemi di antifurto e allarmi aggiuntivi, per usufruire di servizi privati di vigilanza notturni etc.
In definitiva, lo sviluppo economico di intere aree è gravemente danneggiato dall’azione estorsiva, non solo nel breve periodo, ma soprattutto nel medio e nel lungo: il sistema locale si cristallizza, sorgono sempre meno nuove imprese, quelle già presenti sono costrette a delocalizzare in altre aree o ad arrestare il loro processo espansivo, per le difficoltà di coprire i costi aggiuntivi del pizzo. Le organizzazioni di stampo mafioso così ottengono una solida base sul territorio, potendo esercitare ingerenze nella società, nell’economia e ovviamente nella politica. Le imprese taglieggiate rischiano spesso di essere rilevate dalle stesse mafie, che attraverso l’uso metodico della minaccia acquisiscono partecipazioni in imprese lecite, acquisendo la facoltà di riciclare i proventi delle attività illegali e di accedere eventualmente con imprese formalmente pulite agli appalti pubblici. Le vittime, avvilite dal clima di omertà e abbandono da parte delle istituzioni, si abituano al pagamento del donativo mafioso, finendo in molti casi addirittura per collaborare con le mafie stesse. In molte zone del Paese questa realtà è diffusa a tal punto che non ci si chiede neppure se un’impresa paghi il pizzo, ma solo a quale clan lo versa abitualmente.
Punti programmatici per il contrasto dell’estorsione mafiosa
Secondo l’articolo 629 del Codice penale italiano: «Chiunque, mediante violenza o minaccia, costringendo taluno a fare o ad omettere qualche cosa, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno, è punito con la reclusione da cinque a dieci anni e con la multa da euro 1.000 a euro 4.000». Questa è la configurazione più basilare del reato di estorsione. Naturalmente il reato in sé si estende agli esecutori materiali delle minacce e ai mandanti. Ma quanti sono effettivamente gli affiliati delle organizzazioni criminali ed i membri delle manovalanze di basso livello processati e condannati per reati estorsivi? Stando ai dati DAP (risalenti però al 2015)[4] costituirebbero il 7,1% della popolazione carceraria. Ma ovviamente esistono molti criminali, in particolare affiliati alle mafie, che scontano condanne per cumulo di reati e non rientrano nelle statistiche relative alla sola estorsione.
Esattamente come per il narcotraffico, dunque, smantellare l’organizzazione dei clan nel suo complesso ha un impatto decisamente superiore sul fenomeno rispetto alla scoperta e alla condanna del singolo episodio estorsivo. A tale proposito è giusto chiedersi: quali sono le azioni che lo Stato italiano introduce per arginare il fenomeno del racket? In primo luogo, il coordinamento di tali azioni dipende dall’operato di un Commissario straordinario preposto, sotto la diretta giurisdizione del Dipartimento di Pubblica Sicurezza e quindi del Ministero dell’Interno. Il Commissario ovviamente opera di concerto con la Direzione Investigativa Antimafia (DIA) e la Procura Nazionale Antimafia (PNA). Come è noto, combattere l’estorsione richiede innanzitutto introdurre incentivi di varia tipologia che possano indurre le vittime a denunciare lo stato di sopraffazione nel quale versano. Compito principale del Commissario è quindi gestire le risorse del Fondo di solidarietà[5] istituito a protezione dei soggetti che sporgono formale denuncia[6]. Nel 2022 ad esempio sono state elargite somme per un totale di ca. 14 milioni di euro alle vittime di racket e usura. Il Commissario si occupa di definire le linee guida relative all’implementazione di misure protettive, come quelle necessarie alla protezione dei collaboratori di giustizia, dei testimoni, dei querelanti e de loro congiunti, potenzialmente esposti alle ritorsioni mafiose. Un altro dei suoi compiti è quello di migliorare il grado di coinvolgimento delle associazioni private nelle azioni di supporto materiale e psicologico alle vittime. In Italia esiste una rete abbastanza diffusa di comitati e associazioni che si occupano di fornire supporto materiale alle vittime di racket e usura, mettendo a disposizione delle vittime specifici strumenti di aiuto e servizi di consulenza (come l’assistenza durante il procedimento penale o la definizione di piani finanziari di riassestamento).
Secondo i membri del PRS, tuttavia, le azioni predisposte dalla Repubblica italiana per contrastare il racket sono gravemente insufficienti. I soggetti che denunciano le attività estorsive sono una piccola parte di chi effettivamente è sottoposto alle vessazioni e continua a pagare. I clan incassano somme enormi dal racket e non trovano difficoltà nel riciclare i proventi illeciti. Il problema fondamentale dell’estorsione è che le forze di pubblica sicurezza possono muoversi solo se le vittime denunciano la persecuzione. Di fatto è più semplice arrestare affiliati dei clan che fra gli altri reati si sono macchiati di estorsione piuttosto che partire dal reato di estorsione stessa per arrivare agli esecutori materiali delle minacce e ai mandanti. Tuttavia, siccome arrestare i membri delle organizzazioni criminali non cancella le organizzazioni criminali in sé (in quanto, come è stato esposto nel Volume I, esse sono un fenomeno sociale e si alimentano costantemente di nuove reclute), i reati di estorsione continuano ad accumularsi negli anni. Occorre dunque ridare la libertà alle imprese che operano nei territori sotto il controllo delle mafie in modo definitivo. Come riuscirci?
In primis, bisogna rendere l’atto del denunciare più conveniente della sottomissione e dell’omertà. Chi denuncia non deve avere diritto soltanto ad un rimborso delle spese (come la sospensione dei mutui ipotecari accesi o la copertura di parte delle rate di un finanziamento) o al supporto legale durante il procedimento penale. Le imprese denuncianti devono avere diritto ad una serie di bonus e premialità (come titoli di preferenza di cui usufruire durante le procedure di gara per l’assegnazione di un appalto o una subfornitura pubblica). Inoltre, le attività coinvolte devono avere diritto ad una sicurezza aggiuntiva e gratuita, le cui spese siano interamente coperte da un fondo pubblico. A tal fine, sarà dunque opportuno incrementare la dotazione finanziaria del fondo stesso e fornire agevolazioni aggiuntive ai richiedenti che ne abbiano diritto. Ancora, occorre predisporre strumenti di azione comune: per la liberazione di zona, con l’accordo delle associazioni territoriali e delle aziende coinvolte, lo Stato deve predisporre forme di sicurezza estese sul territorio (vigilanza aggiuntiva anche privata, installazione di impianti di videosorveglianza, presidio temporaneo di unità aggiuntive delle forze di pubblica sicurezza etc.). In aggiunta alle forme usuali di contrasto al racket, occorrerà riformare lo strumento delle indagini sotto copertura, rendendo meno stringenti le sue limitazioni in taluni ambiti investigativi (come appunto il contrasto alle attività mafiose). La bonifica dalle infiltrazioni mafiose in una data area deve essere capillare e definitiva; deve andare di pari passo anche con il contrasto di altri reati (si pensi ad esempio al caporalato di stampo mafioso o allo sfruttamento della prostituzione). Il fondo citato deve prevedere anche ulteriori specifici stanziamenti per l’accesso al credito agevolato: lo stato deve fornire garanzie bancarie a copertura dei finanziamenti richiesti e dare corsia preferenziale ai progetti di spesa approvati. Il punto cruciale è che questa serie di misure prescinde dal danno economico effettivo causato dall’estorsione; esse hanno sì durata limitata, ma prorogabile (qualora la struttura commissariale certifichi ancora l’esistenza del pericolo).
In tal senso, può risultare utile replicare con opportuni adattamenti la strategia anti-yakuza varata dal governo nipponico. A partire dal 2011, infatti, una serie di leggi antiestorsione hanno caratterizzato l’offensiva del governo e del Parlamento del Sol Levante contro l’ingerenza del crimine organizzato nelle attività economiche, soprattutto nelle grandi conurbazioni metropolitane. È interessante notare a riguardo che la yakuza (ossia la mafia giapponese, nota anche come gokudo o con il burocratico boryokudan “gruppo violento”) trae gran parte dei suoi profitti proprio dalle attività estorsive. In Giappone, a differenza che nel resto del mondo, il traffico di armi, il gioco d’azzardo e lo spaccio di stupefacenti, anche per le tendenze culturali della popolazione, costituiscono fenomeni di portata ridotta e che comunque coinvolgono una percentuale minore della popolazione e una quota limitata dei proventi dei clan. Per contro, l’estorsione e il ricatto sono piaghe che colpiscono in profondità il tessuto sociale e costituiscono la quota più redditizia degli affari delle mafie locali. Il racket praticato dai clan della yakuza raggiunge vertici di interconnessione con la società civile sconosciuti altrove, e si presenta in modo molto più esteso che in Europa o nelle Americhe, a tal punto da influenzare in modo decisivo lo sviluppo delle attività imprenditoriale di più recente costituzione (le cd. new companies o newco).
Il pacchetto di leggi varato nel 2011 si basa su un approccio decisamente punitivo, che mira a spezzare il legame tra ricattatore e ricattato: coloro che si fanno complici dell’estorsione (ossia che pagano l’esattore criminale legato ai clan) o che comunque tacciono sul ricatto in sé pur essendone venuti a conoscenza, non sono più considerati vittime, ma colpevoli di uno specifico reato, quello di favoreggiamento. Tutte le aziende (holding e sussidiarie e quindi anche compagnie straniere) che operano sul territorio esposto alle attività di estorsione devono inserire apposite clausole nei contratti di apertura dell’esercizio commerciale. Tali clausole prevedono l’annullamento del contratto in sé e la revoca dei permessi legali connessi all’esercizio dell’attività, qualora le aziende stesse siano riconosciute colpevoli di favoreggiamento. Non essendovi alcuna forma di esenzione legata alla dimensione d’impresa, le imprese sono così portate a denunciare immediatamente l’estorsione subita, per evitare di essere coinvolte in processi civili che potrebbero comportare la cessazione delle attività sul territorio.
L’approccio giapponese potrebbe risultare controproducente senza aggiustamenti e modifiche legati alle specificità nazionali: se fosse introdotto tout court in alcune aree del Centro-Sud, ad esempio, moltissime attività sarebbero costrette alla chiusura, causando un cortocircuito e finendo con il danneggiare in modo grave l’economia di quelle comunità, già vessate dalle angherie mafiose. Va considerato in questo senso che il tasso di sostituzione della proprietà delle attività commerciali di zona (ossia la frequenza di cessione della attività di zona a nuovi proprietari o l’ingresso di nuove imprese che localizzano investimenti produttivi sul territorio) tende ad essere più basso nelle campagne e nelle province meno urbanizzate. L’applicazione di queste misure avrebbe invece molto più senso nei distretti metropolitani, dove tale tasso è maggiore. Poiché però l’estorsione colpisce in modo indiscriminato le campagne e le città, in particolare del Centro-Sud, non si può prescindere dalla collaborazione con le vittime. Il nuovo patto tra lo Stato e il cittadino deve rendere produttiva e feconda di benefici la collaborazione tra le vittime e i protettori, al fine di isolare coloro che intendono usare la violenza per ottenere guadagni illeciti e avviare il processo parassitico di infiltrazione nel tessuto economico legale delle comunità civiche.
L’approccio giapponese potrebbe risultare controproducente senza aggiustamenti e modifiche legati alle specificità nazionali: se fosse introdotto tout court in alcune aree del Centro-Sud, ad esempio, moltissime attività sarebbero costrette alla chiusura, danneggiando in modo grave l’economia di quelle comunità già vessate dai ricatti delle mafie. Va considerato in questo senso che il tasso di sostituzione della proprietà delle attività commerciali di zona (ossia la frequenza di cessione della attività di zona a nuovi proprietari o l’ingresso di nuove imprese che localizzano investimenti produttivi sul territorio) tende ad essere più basso nelle campagne e nelle province meno urbanizzate. L’applicazione di queste misure avrebbe invece molto più senso nei distretti metropolitani, dove tale tasso è maggiore. Poiché però l’estorsione colpisce in modo indiscriminato le campagne e le città, in particolare del Centro-Sud, non si può prescindere dalla collaborazione con le vittime. Questo rapporto di collaborazione deve pertanto essere incentivato tanto da stimoli positivi (come quelli citati nei paragrafi precedenti) quanto da inasprimenti delle pene. In altre parole, la vittima dell’estorsione deve trovare vantaggiosa la denuncia sia per i vantaggi attribuiti dallo Stato ai querelanti, sia per gli svantaggi dovuti all’eventuale apertura di procedimenti giudiziari e processi penali a carico dei soggetti pagatori.
Un aumento delle pene previste per i colpevoli di attività estorsive rientra in questo quadro.
È convinzione degli Aurei che dichiarare guerra alle mafie e combattere la battaglia dell’estorsione possa donare allo Stato italiano nel suo complesso considerevoli vantaggi. A fronte di spese addizionali (dirette e indirette) di notevole entità (cf. incremento della dotazione del fondo antiracket, aumento del personale giudiziario, spese di consulenza addizionali per la modifica dei contratti, spesa aggiuntiva per la sicurezza, pagamento di specifici premi assicurativi a copertura dei danni subiti dalle vittime etc.), lo Stato potrà riprendere il controllo di aree oggi in totale balia della criminalità organizzata. Le imprese nazionali e quelle straniere perderanno un disincentivo ad investire sul territorio; la crescita economica delle aziende locali non sarà più ostacolata; il management tornerà in possesso della piena autonomia, perché il cordone ombelicale che li lega alle organizzazioni criminali sarà reciso. I guadagni in termini di PIL nominale e di gettito fiscale aggiuntivo sarebbero di gran lunga superiori ai costi complessivi dell’operazione. Quest’ultima, inscrivendosi nel solco più vasto del NSA, porterà dunque benefici economici e sociali ai territori interessati; a differenza di mere strategie di contenimento dei fenomeni estorsivi, l’operazione Flügel der Freiheit (“Ali della Libertà) rinnoverà il patto di sicurezza e reciproca assistenza tra Stato e cittadini.
VII): Il PRS si impegna a modificare le pene per le attività estorsive come segue. Modifiche dell’articolo 629 del Codice penale italiano: «Chiunque, mediante violenza o minaccia, costringendo taluno a fare o ad omettere qualche cosa, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno, è punito con la reclusione da cinque dieci a dieci quindici anni, e con la multa da euro 1.000 10.000 a euro 4.000 15.000».
VIII): Il PRS si impegna a redigere, approvare ed implementare specifici disegni di legge aventi come oggetto le seguenti note programmatiche:
a. Incremento della dotazione del Fondo di solidarietà per le vittime di estorsione ed usura, rinominato per l’occasione “Fondo Valjean”. La gestione del fondo Valjean sarà attribuita unicamente alla struttura del “Comitato di Solidarietà per le vittime dell’estorsione”, non più alla Concessionaria dei servizi assicurativi pubblici, la Consap. Il Comitato di Solidarietà sarà composto dai seguenti membri: 1 rappresentante del MEF (Ministero dell’Economia e delle Finanze), 1 rappresentante del MIMIT (Ministero delle Imprese e del Made in Italy, ex Ministero dello Sviluppo Economico), tutti i rappresentanti delle associazioni private antiracket, 1 rappresentante del CNEL e 1 rappresentante della task force antimafia istituita con l’avvio dell’operazione Heliodor (S.T.A.R.S.).
b. Installazione di sistemi di videosorveglianza e di impianti di allarme presso le sedi operative delle vittime di usura. Lo Stato aprirà apposita gara per la fornitura di apparecchiature di videosorveglianza avanzate e istituirà un presidio di controllo attivo 24 ore su 24 ore a tutela degli esercizi commerciali a rischio.
c. Facilitazione dell’intervento degli agenti sotto copertura o in borghese. Tali agenti potranno essere impiegati come regolari dipendenti nelle attività produttive di proprietà o in gestione delle vittime di estorsione. Potranno essere altresì dislocati in prossimità delle aree a rischio. Gli agenti potranno essere selezionati anche dai ranghi della task force militare S.T.AR.S.
d. Introduzione di apposite norme cd. contrattualistiche tese ad introdurre clausole obbligatorie nei format contrattuali. Tali clausole avranno come oggetto la rescissione dei permessi legali connessi all’esercizio dell’attività in oggetto al sopraggiungere di procedimenti giudiziari che contemplano il reato di estorsione e di usura.
[1] “Legalità ci piace”, Indagine Confcommercio su usura e fenomeni illegali, 2023
[4] I DETENUTI PER TIPOLOGIA DI REATO Periodo di riferimento: anni 2015-2016 e confronti con anni Precedenti, Flavia Tagliafierro
[5] Legge n. 44 del 23 febbraio 1999, “Disposizioni concernenti il Fondo di solidarietà per le vittime delle richieste estorsive e dell’usura”
[6] Progetto CEREU – Countering Extortion and Racketeering in EU (HOME/2013/ISEC/AG/FINEC/400005213)