Lineamenti per una riforma della giustizia
Non sono i vincitori a determinare la giustizia. Un atto giusto è universale, anche se contraddice le leggi degli uomini e degli dei. Come lo so? Perché la luce discese presso gli uomini e gli uomini non la riconobbero. Ciononostante, il Sole arde ancora in me. Lo avverto quando scrivo, quando penso e quando mi ribello contro l’oppressione. Il canto di Reiwyn è Iustitia. Rei
L’approccio scelto dagli Aurei per delineare una generale riforma del sistema giudiziario italiano passa, in primo luogo, dalla necessità improrogabile dell’informatizzazione totale del sistema documentale, dalla digitalizzazione dei passaggi di notifica giudiziaria e dalla razionalizzazione delle procedure di convocazione. In questo senso, passi in avanti si sono registrati con la mera introduzione della notifica telematica obbligatoria a mezzo di posta elettronica certificata nell’ambito dei processi civili. L’obbligo di notifica telematica deve essere esteso anche per quanto riguarda i processi penali, liberando così la polizia giudiziaria dalle incombenze di notifica. Se si estendesse a tutti i cittadini l’obbligo di procurarsi una casella PEC (collegata al profilo generale del cittadino che si dovrà realizzare mediante la costruzione dell’archivio unico digitale), si risparmierebbero milioni di euro di costi, velocizzando la prima parte dell’iter processuale civile e penale anche di tre mesi.
- Introduzione dell’obbligo di notifica giudiziaria per i processi civili e penali tramite casella di posta elettronica certificata
Un altro punto importante è lo strumento della videoconferenza, che si inserisce nell’ambito della cd. remote justice. A tal proposito, nonostante i positivi passi in avanti registrati con la modifica del Titolo II-bis del Libro II dei codici di rito, che ha ampliato l’utilizzo della videoconferenza telematica nell’ambito della pratica forense, a tutt’oggi è prevista l’adesione dei soggetti coinvolti per il passaggio alla modalità di acquisizione delle dichiarazioni da remoto. Nei casi dei processi di mafia, dove molti detenuti si trovano in regime di detenzione speciale, i costi di trasporto degli imputati sono molto elevati (milioni di euro spesi per pagare il personale di sorveglianza, i trasporti, le sistemazioni temporanee etc.). Ridurre il numero delle traduzioni complessive permetterebbe di ottenere risparmi considerevoli, di sbloccare risorse da destinare ad altri compiti e di velocizzare l’iter processuale.
II) Introduzione dell’obbligo di videoconferenza per alcuni tipi di reato (es. mafia, terrorismo) e per categorie di detenuti sottoposti a regimi carcerari speciali. Progressivamente, tale obbligo dovrà estendersi a tutte le differenti categorie processuali. La riforma interesserà i codici di rito sia in ambito penale che in ambito civile. Il collegamento da remoto sarà esteso anche agli avvocati di parte e agli altri attori convenuti.
Va da sé che l’informatizzazione del flusso procedurale e l’incrocio degli archivi pubblici sia fondamentale tanto per la macchina della giustizia (al fine di ridurre l’elevato carico delle pendenze) quanto per gli altri settori della Pubblica Amministrazione. Allo stato dell’arte, molto resta ancora da fare per perfezionare le procedure virtuali: le sperimentazioni in corso mostrano notevoli carenze, sanabili solo implementando le correzioni richieste dal corpo giudiziario, specialmente in merito ai provvedimenti di urgenza e alla gestione delle notizie di reato. In tal senso, è auspicabile un maggior coordinamento tra magistrati, governo e personale tecnico ed amministrativo, in modo da sincronizzare le procedure di acquisizione degli atti in modo da velocizzare, e non comprimere, l’attività inquirente dei giudici. In ogni caso, il percorso che conduce alla totale digitalizzazione degli atti, alla loro archiviazione in percorsi virtuali protetti[1].
La riforma della geografia giudiziaria è parimenti essenziale. Vi è ad esempio una proliferazione di Corti d’appello che coprono territori poco popolati rispetto all’ordine di grandezza e al numero medio di reati registrati nella circoscrizione di appartenenza. Questo conduce a una dispersione del personale e a una scarsa efficienza, che si rivede anche nella condizione di cronica difficoltà in cui versano molti uffici giudiziari. Aumentando il numero di processi aumenta anche il carico di pendenze che ciascun ufficio deve affrontare in rapporto alle scadenze e al personale disponibile. Pertanto, ridisegnare la localizzazione geografica di tribunali ed uffici (chiudendo quelli che lavorano un numero di pratiche relativamente ridotto e ricollocando il personale preposto) rappresenta un passaggio ineludibile ai fini della corretta distribuzione di funzionari amministrativi quali cancellieri, notificatori e naturalmente dei giudici inquirenti e requirenti.
III) Riforma della geografia giudiziaria, cancellazione dei tribunali e delle Corti d’Appello valutate superflue o inefficienti, ripensamento della distribuzione degli uffici giudiziari, nuova distribuzione del personale abilitato. Creazione di un’apposita task force dipartimentale che utilizzi le valutazioni interne come riferimento per la riorganizzazione delle unità funzionali.
Come previsto dalla NSA, la riforma della giustizia si accompagna alla riforma complessiva del sistema carcerario. Secondo le statistiche ufficiali ISTAT, alla fine del 2022 la popolazione carceraria italiana ammontava ad oltre 55.000 persone. A fronte di ciò, il tasso di sovraffollamento era pari al 119%: i posti teorici disponibili nelle carceri ammontavano a circa 51.000 unità e da questo numero si dovevano sottrarre almeno 3.000 posti non idonei, perché inagibili o comunque non idonei alla detenzione. Dunque, c’è una popolazione carceraria di circa 9.000 unità che occupa spazi già pieni, incrementando il disagio del periodo detentivo, Altresì, va evidenziato che circa un terzo della popolazione carceraria è iscritta ad un corso scolastico, sebbene meno del 50 per cento abbia ottenuto una promozione. Soltanto il 35,2 % del totale figura tra i detenuti lavoratori; quasi il 90% lavora per attività interne all’amministrazione penitenziaria, mentre circa il 5% ha datori di lavoro esterni. È totalmente assente la formazione professionale (solo il 4% dei detenuti svolge corsi di formazione equiparabili a quelli svolti al di fuori dell’ambito carcerario). A fronte del cronico problema di mancanza di posti, sussiste paradossalmente anche il problema della diffusione di carceri troppo piccole (ve ne sono alcune che dispongono di appena 70 posti). Ciascun istituto penitenziario, infatti, necessita di personale e funzionari, deve dotarsi di un direttore, di uffici di immatricolazione, di ragioneria, di amministrazione interna e di gestione del parco automezzi, senza considerare l’impiego della polizia carceraria etc. Si configura pertanto un problema simile a quello osservato per quanto riguarda gli uffici giudiziari: le carceri delle grandi città sono sovraffollate e richiedono più personale, mentre i piccoli istituti circondariali assorbono troppo personale rispetto al numero di detenuti effettivamente presenti (sommando sia i condannati in via definitiva che coloro in attesa di sentenza) e presentano alti costi. Alla luce di ciò, si prefigurano le seguenti linee programmatiche:
- Chiusura delle piccole carceri con meno di 100 detenuti. Costruzione di nuovi penitenziari che possano ospitare un maggior numero di detenuti, anche con la riconversione di immobili in disuso nel patrimonio di stato e di immobili sequestrati alle mafie destinati alla demolizione.
- Redazione di un programma di rieducazione multifunzionale, composto da percorsi di avviamento professionali, lezioni inquadrate nel processo di formazione standard e di educazione all’Etica, nonchè attività lavorative remunerate.
- Tale remunerazione sarà conferita in un fondo apposito istituito dallo stato e sarà loro ceduto al termine della pena. Il personale della polizia penitenziaria resterà sotto il controllo del ministero della Giustizia e le competenze di custodia saranno ridotte in favore di quelle di rieducazione e redenzione dei detenuti. Il DAP, Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria, sarà riformato nel senso che si provvederà ad istituire una struttura di controllo meno rigida, dando più spazio discrezionale e poteri ai singoli direttori degli istituti penitenziari.
Costruire più carceri e chiudere quelle piccole e costose non è però sufficiente. La rieducazione, che, si badi bene, non deve essere indottrinamento coercitivo, ma lento avviamento al vivere correttamente in una comunità che fa del rispetto della legge morale, l’Etica degli Eroi, e della legge civile, i codici emanati dallo Stato, il suo paradigma, imprescindibile rispetto alla sua stessa esistenza. Il detenuto ospitato nelle case circondariali della Repubblica, infatti, allo stato attuale non si impegna nella rieducazione, perché lo Stato fa in modo che a prevalere siano logiche coercitive e custodiali. Così, nel concreto, otto detenuti, chiusi in una cella che dovrebbe contenerne sei, passano ore intere in quella medesima cella a vedere programmi televisivi, a leggere libri o giocare con quel poco che si ha, mentre lo Stato non fa nulla né per proporgli un’alternativa valida (ossia, attività che possano formare la Persona) fino alla scadenza della pena, né per correggerne le pulsioni logico-istintive più dannose per la comunità e che si ripresenteranno puntualmente alla fine del periodo detentivo. In definitiva, quello che gli Aurei propongono è un processo analogo a quello che contraddistingue Reidamar, la Liberazione della società dal giogo siartico. Il Solmos, lo stato solidale attore principale della democrazia irenea, deve impegnarsi ad attuare lo stesso processo di inclusione sociale, di istruzione e di aiuto rivolto a chi si trova in difficoltà, rivolgendosi ai bisognosi, agli esclusi e agli abbandonati sia nell’ambito delle scuole che delle carceri, intervenendo peraltro incisivamente sul contesto generale, proponendo esempi di virtù, facendosi portatore dell’Etica che si oppone al dettato siartico. Un ruolo cruciale, in relazione a questo processo, sarà svolto dall’avviamento al lavoro e dalla proposta di appositi percorsi di tutoraggio e professionalizzazione. In passato, a lungo è prevalsa la logica dei lavori forzati: il detenuto veniva costretto a spaccar pietre, lastricare strade, riparare fognature etc. Si trattava di operazioni considerate (in modo erroneo e classista, entrambi attributi siartici) di basso rango, adatti ad un cittadino privato dei suoi diritti come è appunto il detenuto. Questo tipo di attività carcerarie rappresentavano forme di sfruttamento coercitivo brutale: non solo il detenuto non percepiva alcun compenso per gli sforzi profusi, ma era costretto a ritmi di lavoro molto duri, esposto a vessazioni ed infortuni di ogni tipo, degradato a schiavo di Stato. Ciò non deve più ripetersi: con l’introduzione del programma Reidamar nelle carceri, il secondino che malmena il detenuto per invitarlo a rientrare nella cella, e che è lui stesso avvilito dal ruolo di semplice guardiano dei rei che lo Stato gli conferisce, deve diventare per prima cosa educatore. Il ruolo custodiale certo non può essere disgiunto da quello formativo, ma deve essere posto su un piano paritario se non di secondaria importanza rispetto al principio educazionale. Risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri è dunque solo il primo passaggio che caratterizza la strategia di Liberazione, necessario per avviare la profonda rigenerazione civile e morale del Paese.
Tale rigenerazione passa anche da un secondo tipo di riforma: la categorizzazione delle carceri per fattispecie di reato. Cosa succede infatti nella realtà concreta quando un detenuto finisce in carcere? È ammassato con gli altri senza riguardo del delitto commesso. Così spacciatori e utilizzatori di stupefacenti finiscono nel braccio degli omicidi, dei rapinatori e dei mafiosi, tendendo a radicalizzare le loro tendenze criminali. Per di più, coloro che commettono reati contro il patrimonio (es. bancarotta fraudolenta, aggiotaggio, falso in bilancio, evasione fiscale, riciclaggio etc.) e contro lo Stato (corruzione, concussione, eversione di fondi pubblici) sono in genere trattati con molto riguardo, tanto che spessissimo il giudice dispone per questi soggetti (specialmente se sono in età avanzata, pur se in buona salute) gli arresti domiciliari o la commissione coatta di determinate attività nell’ambito dei servizi sociali. Mantenere allo stesso tempo l’equità del trattamento dei detenuti, garantendo un certo grado di personalizzazione dei servizi rieducativi (tenendo conto di fattori quali l’età, lo stato di saluto fisica e psicologica, il genere del detenuto, la tipologia di reato, il livello di istruzione etc.), è la sfida che l’autorità carceraria deve affrontare per assicurare un futuro di prosperità innanzitutto ai condannati, che sono al centro dell’opera di redenzione. I detenuti devono quindi lavorare: una retribuzione, seppur per forza di cose non allineata a quella di mercato, deve essere loro corrisposta; lo Stato deve organizzare corsi di formazione sull’Etica degli eroi, formare il detenuto-lavoratore e assicuragli piena libertà decisionale e una vasta gamma di sbocchi lavorativi. Il lavoro del detenuto, in questo senso, deve essere improntato, per quanto possibile, alle preferenze espresse e collegato al percorso di studi che il detenuto decida di intraprendere. Tali corsi, così come la formazione all’Etica, devono essere obbligatori e la loro partecipazione indispensabile per poter completare l’iter previsto dalla legge per la scarcerazione o l’eventuale decurtazione dei termini di pena per buona condotta.
In questo senso si inserisce anche la riforma del DAP, Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria: si tratta di un organo burocratico eccessivamente rigido, spesso accusato di essere fonte di sprechi per gli alti stipendi riconosciuti ai dirigenti e che è troppo distaccato dalla gestione dei singoli istituti carcerari. Il DAP va organizzato secondo uno schema funzionale militare, similmente all’Arma dei Carabinieri. Il suo organigramma interno va rivisto in funzione dell’effettiva utilità delle cariche dirigenziali. Contestualmente, il corpo di polizia penitenziaria va riformato nel senso di favorire la creazione di un corpo di polizia di giustizia sotto il diretto comando del Ministero.
[1] La tematica della cyber security rientra nella politica interna, come in quella estera; si è deciso di introdurre l’argomento con una sezione appropriata nel modulo Tyr