Nella notte più oscura, la speranza ritorna: la si trova radiosa nel sorriso di un bambino. Rei
La condizione dei migranti economici irregolari è al centro del discorso agenetico; allo stesso modo, pur mantenendo la distinzione, la società irenea del futuro non può sottovalutare l’impatto dei richiedenti asilo sui meccanismi di accoglienza interni. Per comprendere meglio le disfunzioni relative alle richieste di asilo, basti ricordare che la domanda del soggetto interessato, inoltrata presso la Commissione Prefettizia territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale, può attivare tre distinte forme di protezione: l’asilo vero e proprio, cui potrà seguire la concessione dello status di rifugiato ai sensi della Convenzione di Ginevra, la protezione sussidiaria (che garantisce la possibilità di evitare la persecuzione fisica o il danno grave in ragione dell’ostilità del Paese di origine) e la protezione speciale (attivabile in assenza delle altre due). La protezione speciale, in particolare, viene concessa con l’obiettivo di proteggere il Reixenos da una lesione dei diritti attinenti alla sua sfera personale. Secondo il dettato normativo, infatti, “l’allontanamento dal territorio” nazionale cagionerebbe un danno “alla vita privata e familiare” del viaggiatore. La protezione speciale è stata concepita perseguendo un generico obiettivo umanitario di fondo; tuttavia, nelle pieghe della sua ampia formulazione, alcuni membri della classe politica hanno contestato l’implementazione pratica, classificandola come finestra di regolarizzazione occulta. Ciò non stupisce: come osservato nella Parte I, lo Stato è costretto a prendere atto del fallimento delle sue politiche di migrazione legale, regolarizzando periodicamente anche migranti economici.
In generale, è possibile affermare che le falle nella legislazione di Dublino amplifichino le inefficienze strutturali del sistema d’accoglienza italiano, inadatto tanto a promuovere ed attirare flussi migratori legali e regolari quanto ad accollarsene i costi (che saranno poi ampiamente superati dai benefici) della successiva integrazione dei Reixenos stessi. Particolarmente critica risulta la gestione dei centri di smistamento, in particolare dei CAS (centri di accoglienza straordinaria) e dei CPR. Nonostante le strutture abbiano funzioni diverse (la prima è incentrata sull’accoglienza dei richiedenti asilo, la seconda sulla detenzione amministrativa degli irregolari in attesa di rimpatrio), entrambe sono gestite da soggetti privati che partecipano ad una gara pubblica. Ciò che le accomuna è senza dubbio la mediocre qualità del servizio offerto, diretta conseguenza delle modalità della gara, dove il vincitore è il soggetto che presenta l’offerta con i costi più basssi. Ciò si riflette anche sul trattamento via via più ristrettivo e discriminatorio previsto dal percorso di accoglienza emergenziale; ad esempio, in assenza di posti, il richiedente asilo viene dirottato presso i CAS, strutture di accoglienza provvisoria che non garantiscono assistenza sociale di alcun genere, ma solo servizi di vitto e di alloggio.
L’intero modello di accoglienza incentrato sul CPR, sullo SPRAR-SAI (sistema di accoglienza e integrazione ordinario, gestito dallo Stato) e sui CAS privati è dunque strutturato in modo altamente inefficiente, poiché l’assunto di fondo che sta all’origine delle misure detentive e di contenimento considera il Reixenos un pericolo per la sicurezza, se non una minaccia per l’ordine pubblico. La paura esiste ed è alimentata da una combinazione di pregiudizi, stereotipi sociali e religiosi, che vedono il Reixenos povero, scarsamente istruito, seguace fanatico dell’Islam, violento con le donne etc. Questa narrazione risente della propaganda dei partiti del vecchio mondo, spinti dal tornaconto politico alla costante ricerca di un nemico interno, cui additare le responsabilità dei gravi deficit legislativi e organizzativi che danneggiano lo Stato. Lo stigma negativo viene attribuito a prescindere dall’inquadramento del Reixenos stesso, a prescindere cioè se sia richiedente asilo o migrante economico: la sua valutazione siartica prevale su qualunque connotazione legale, è inamovibile e profondamente radicata nell’inconscio collettivo. D’altronde, laddove modelli integrativi più evoluti inquadrano il Reixenos come un cittadino del Paese di destinazione in divenire, programmando il suo percorso di integrazione sociale e prefigurandone un ruolo economico attivo ed indipendente, il legislatore italiano non fa mistero di temerlo e di disprezzarne la sua funzione sociale. La reclusione forzata in attesa del proseguimento delle istruttorie rientra pienamente in questo quadro repressivo. Le modalità di ingresso nei CPR italiani sono numerose, proprio perché tutti i Reixenos a cui sono contestate irregolarità andrebbero virtualmente sottoposti a fermo amministrativo, come si potrebbe fare per un bene illecito sequestrato. Come detto, per ragioni logistiche e di controllo del territorio, i viaggiatori che ritornano presso i centri di smistamento sono una piccola minoranza: quasi tutti si stabiliscono in enclave o zone franche, eludendo le ispezioni delle forze di pubblica sicurezza e mantenendo la condizione di clandestinità. Ma nel CPR dovrebbero fare ingresso in teoria anche tutti quei Reixenos che richiedono asilo e sono incerti se denunciarsi rifugiati, in quanto provenienti da un Paese considerato sicuro. Così, in assenza di un aggiornamento rapido e puntuale delle linee guida circa la definizione di Paese sicuro, molti Reixenos, che pure non si dichiarano migranti economici, non possono nemmeno presentarsi come rifugiati, generando un cortocircuito a livello di politiche di accoglimento. Esistono anche casi di richiedenti asilo che sono costretti a protrarre per un massimo di 12 mesi la loro permanenza nel CPR nell’attesa dell’esito del ricorso della richiesta stessa, rigettata in prima istanza.
La detenzione di tipo amministrativo non prevede lo svolgimento di un processo; il reato di soggiorno irregolare per coloro che sono segnalati dalla pubblica autorità prevede pene esclusivamente pecuniarie. Tuttavia, la detenzione amministrativa, pur non configurando reati penali, è assimilabile in tutto e per tutto alla detenzione carceraria, senza che ai Reixenos bloccati nei CPR siano concesse le garanzie proprie dell’ordinamento penitenziario. La detenzione di tipo amministrativo viene convalidata da un semplice giudice di pace, che decide sulla base della rischiosità del soggetto per la sicurezza pubblica oppure quando viene ravvisato un rischio di fuga del migrante in attesa di giudizio (l’irreperibilità conduce allo stato di clandestinità). Di fatto, il giudice di pace di competenza convalida le decisioni della questura, che a sua volta decide la reclusione del Reixenos su pressioni politiche, a prescindere dalle condizioni psicofisiche dei viaggiatori. Adottando alla lettera le prescrizioni delle Questure (decise dal Ministero dell’Interno) l’elemento di pericolosità è riscontrabile pressoché in ogni circostanza. Si può ravvisare, ad esempio, considerando che gli irregolari non dispongono di permesso di soggiorno e dunque non possono legalmente sottoscrivere contratti di alcun genere: in assenza di regimi temporanei, sono quindi costretti a vivere con proventi generati da attività illegali o per il tramite di organizzazioni e fondazioni caritatevoli, costituendo “in automatico” un potenziale pericolo per la pubblica autorità. Molto complesso è anche il problema dei minori non accompagnati: in assenza di documenti, in contrasto con le norme presuntive sulla minore età, spesso il giudice di pace ne ordina la detenzione, ammassando nei CPR viaggiatori di ogni sesso ed età, costretti a vivere in condizioni di imposta promiscuità. Importante è anche la logica di concentrazione: gli irregolari sono concentrati in pochi luoghi sorvegliati perché lo scopo è sottrarli alla vista della cittadinanza regolare e prepararne l’espulsione. Anche i CPR, come i CAS, sono gestiti da aziende private a scopo di lucro, che, alla luce della formulazione dei bandi attuali, ottengono entrate addizionali per ogni Reixenos ospitato nel loro centro. Si è creato così un paradossale mercato della reclusione forzata, gestito, come si vedrà, con criteri di ottimizzazione dei costi e di massimizzazione del profitto. Ciò genera ulteriori distorsioni: i regolamenti amministrativi, che regolano l’azione dei CPR in assenza di leggi o decreti-legge ad hoc, concedono eccessiva discrezionalità ai gestori, i quali mirano a trattenere i Reixenos il più a lungo possibile all’interno dei centri, al fine di massimizzare i ricavi[1]. Il criterio della massimizzazione del profitto, che investe la società capialistico-siartica nel suo insieme, riverbera anche nel sottoinsieme minore dei CPR italiani. Le società che vincono le gare d’appalto presentano offerte ribassate rispetto ai costi minimi fissati dalle prefetture, mirando a risparmiare quanto più possibile sui costi (come del resto opera qualsiasi impresa votata allo scopo di lucro). Tali costi includono il personale di assistenza e la manutenzione degli spazi d’alloggio gestiti. Il risultato della corsa al risparmio è ovviamente la bassa qualità del servizio offerto; tuttavia, dal momento che si tratta di un servizio richiesto dallo Stato e non domandato dai Reixenos, da un punto di vista economico i consumatori del servizio si trovano davanti a un monopolio obbligato e sono costretti ad accettare “clausole vessatorie”. Così i CPR diventano centri di detenzione che violano gli standard dei diritti umani: sovraffollamento, gravi carenze igieniche, prescrizione di psicofarmaci a scopo sedativo, rivolte, gesti di autolesionismo, tentati suicidi (per ottenere il trasferimento in un pronto soccorso pubblico etc.) sono realtà che caratterizzano la quotidianità delle carceri che non sono carceri, trascurate dallo Stato e dalle sue articolazioni territoriali (come le prefetture, che dovrebbero vigilare sulle spese dei gestori e sulla conduzione dei centri stessi). La riprova dell’intransigenza dei gestori nei riguardi dei Reixenos è data dal sequestro preventivo dei telefoni, persino in fase di accertamento amministrativo: i viaggiatori non devono comunicare per ragioni di “sicurezza interna”, anche quando in teoria avrebbero bisogno di comunicare con il Paese d’origine per favorire il reperimento delle credenziali identificative.
Come si evince da questo breve sommario dell’attività dei CPR, il sistema di accoglienza dei migranti giunti nel territorio della Repubblica non raggiunge l’obiettivo ufficiale fissato dallo Stato: quello di favorire un’accoglienza ordinata dei migranti economici e dei richiedenti asilo, in attesa dell’espletamento delle loro richieste. Al termine del periodo detentivo, un “detenuto” su due sarà rilasciato dal centro nell’attesa del completamento delle istruttorie: ciò avverrà unicamente per l’impossibilità legale di prolungare la detenzione. I Reixenos che fuoriescono dal sistema detentivo, tuttavia, risultano molto frequentemente debilitati dal trattamento dei CPR e paradossalmente correranno il rischio di esservi ricondotti nuovamente, a seguito di una successiva ispezione della forza di pubblica sicurezza. Il sistema va dunque rivisto in toto, anche in considerazione del fatto che i Reixenos che entrano ed escono dei centri sono una piccola minoranza rispetto alle masse che entrano illegalmente nel Paese, saltando integralmente il passaggio identificativo.
[1] https://www.ilpost.it/2023/04/20/problemi-cpr-centri-rimpatrio-migranti-irregolari/