Il viaggio dell’uomo non avrà mai fine: dopo aver esplorato il mondo, esplorerà se stesso. E il secondo viaggio sarà più lungo del primo.
Non è la Terra che si muove al di sotto dell’uomo: sono i suoi passi che muovono la Terra. Rei.
Tratto dal capitolo dell’Aurora, “Sull’integrazione nell’era Hylianor”:
“Qual è dunque la politica che il PRS adotterebbe se fosse al governo di un Paese in balia dei flussi migratori odierni? L’intervento Aureo sarebbe caratterizzato da quattro fasi distinte.
Si comincerebbe con un’azione di pacificazione condotta attraverso l’invio di corpi di spedizione nei Paesi che soffrono la distruzione delle tre guerre. Tale azione sarebbe concordata a livello diplomatico con i governi riconosciuti, con l’obiettivo di garantire una tregua e avviare negoziati per la ricomposizione di crisi locali, restituendo la piena sovranità agli stessi Reixenos, civili innocenti e potenziali cives novi come qualunque altro abitante della Terra.
I Reixenos, e i civili che desiderano la democrazia Irenea e ne danno esempio creando la Pace consensuale, sonogli unici che hanno diritto a prendere il potere nelle loro patrie per condurle alla futura prosperità. Quelle frange estreme che prendono le armi per imporre la propria ideologia ed il proprio programma alle altre componenti sociali, perdono automaticamente ogni diritto politico e andrebbero considerate in tutto e per tutto organizzazioni criminali. I loro membri devono essere disarmati e sottoposti a regolare processo (anche istruito da corti di giustizia internazionali, oltrepassando i limiti normativi dei Paesi politicamente frammentati e privi di univoco diritto e riconosciuta giurisdizione). Chi pensa che sia una scelta di realpolitik accordarsi con regimi autoritari, teocrazie e autocrazie per stabilizzare aree a rischio di guerre civili e bloccare un potenziale serbatoio di reclutamento e di addestramento di commando terroristici, danneggia irreparabilmente l’idea di democrazia che lo anima e lo sostiene. Se un Paese autodeterminatosi, o la maggioranza dei membri di un Paese, è disponibile a rovesciare senza ricorrere alla violenza sanguinaria del sole nero un regime dispotico, non è una semplice opportunità, ma piuttosto una giusta responsabilità per i governi democratici sostenerne il moto rivoluzionario. Occorre dunque supportare (in modo esplicito o con riserbo diplomatico) in ogni modo possibile quella fazione che si dimostra disponibile alla creazione del Solmos, uno Stato nuovo che rispetterà la fondamentale separazione dei poteri e permetterà il pacifico scambio di opinioni e quindi la rinascita nelle Persone X dello spirito critico.
Ai gruppi che rispettano questi parametri (dichiarati formalmente) vanno accordati gli aiuti economici, l’invio di rinforzi militari e apparati bellici, approvvigionamenti per i civili, materiali da costruzione etc., tutto quanto si renda necessario al fine di porre fine al Sothorgren. La posta in gioco di ogni Rivoluzione Aurea o Irenea è la restaurazione della Lex Prima e la restituzione ai cittadini nuovi (tra cui i Reixenos) delle case e delle patrie sottratte loro dal Sistema siartico.
La seconda fase dell’Actio rei consiste nel finanziare la ricostruzione e lo sviluppo autonomo del dato Paese. L’opera di ricostruzione e di accrescimento dello sviluppo umano, lungi dall’essere un fardello economico per quei governi disponibili alla concessione di prestiti a lungo termine e all’apertura di fondi di emergenza, può rivelarsi invece un’opportunità di poderosa crescita industriale ed occupazionale, ottenuta attraverso l’apertura di nuovi mercati con i quali allacciare relazioni economiche persistenti. Ciò è dimostrato dalla velocità di recupero dalle guerre mostrata dall’Humanitas nella lunga marcia di Historia, così come dal rapido progresso delle economie orientali osservato nell’ultimo decennio. La terza fase prevede invece il mantenimento di una sede diplomatica permanente e il progressivo ritiro delle forze di intervento dal tale Paese, avendo cura di addestrare e soprattutto di supervisionare le forze militari e di polizia presenti nella nazione specifica per un periodo dato, superiore all’intervallo di anni fin qui osservato (probabilmente non meno di trent’anni).
La quarta fase, infine, è la chiusura del cerchio; si dovrà approntare un piano di rimpatrio su base volontaria per i migranti richiedenti asilo (ed in primis ai profughi, cui verrà assicurata comunque la doppia cittadinanza) attraverso esenzioni fiscali, agevolazioni di vario genere, incentivi all’acquisto di nuove unità abitative e la sottoscrizione a distanza di contratti di lavoro a tempo indeterminato.
Mentre si procede alla liberazione dei territori oltraggiati dall’Eringsir, dall’Hesigstaat e dal Sothorgren, il Solmos deve attuare Reidamar, la liberazione Aurea. A questo proposito, il compito delle associazioni e degli organismi sovranazionali, nonché degli stessi Paesi d’arrivo e delle organizzazioni non governative (ONG), è tutelare i Reixenos e la loro dignità, a prescindere dalla loro provenienza.
I Reixenos che prendono la via del mare devono essere salvati a prescindere dalla legalità o meno dei permessi e dei mezzi utilizzati per compiere il viaggio; la legge del mare è la legge di Reiwyn, quella della Compassione e dell’ospitalità: bisogna sempre e comunque salvare il naufrago, così come lo smarrito. Questo è il fondamento dell’Aether che guida il Nuovo mondo e la prima conseguenza dell’apprendimento dell’Etica Irenea. Successivamente, i Reixenos saranno divisi in base alle richieste specifiche; soltanto il migrante economico proveniente da un Paese non a rischio, privo dei documenti di viaggio e sprovvisto di un contratto di lavoro stipulato prima della partenza, dovrà essere rimpatriato.
Per questa categoria di Reixenos, d’altronde, è opportuno che i Paesi membri dell’Unione (così come altri Paesi d’arrivo interessati dai flussi migratori) stabiliscano precise quote annuali di ingresso e di redistribuzione, parametrate a fattori demografici ed economici, per assicurare l’equa ripartizione territoriale dei viaggiatori fra tutti gli Stati consociati. I Reixenos non dovrebbero essere raccolti in un solo luogo (comune, regione o dipartimento che sia). Non vi può essere infatti integrazione se il diverso è confinato in un solo spazio, che fin troppo spesso diventa ghetto sovraffollato e invivibile. Allo stesso modo i Reixenos dovrebbero essere distribuiti equamente fra tutti i Paesi che aderiscono agli accordi internazionali, e all’interno dei primi ulteriormente divisi nelle varie municipalità.
In virtù di quanto esposto, il veto posto da Stati che si oppongono alla ripartizione deve essere superato dal sistema di voto a maggioranza qualificata, come si illustrerà nel Mezzogiorno; i programmi di finanziamento e l’allocazione dei fondi comunitari dovranno inoltre essere sospesi per i renitenti. Chi, infatti, fa parte di un gruppo solo per condividerne i vantaggi, ma non per assumere le dovute responsabilità nei momenti cruciali, è indegno di rimanervi e dovrebbe essere severamente redarguito, invece che passivamente accusato o ammonito.
Per tutti i Reixenos che decidono di restare in quella che nel frattempo è diventata la loro seconda patria, deve scattare un piano di integrazione a lunga scadenza, capace di premiare i meritevoli e di fermare coloro che attentano al benessere della collettività. Le misure da introdurre o da aggiustare sono molte: eliminare la piaga del lavoro nero, estendere e far rispettare appieno i diritti sindacali concessi ai lavoratori del Paese di nuova residenza anche al gruppo dei migranti, fissare per legge un salario minimo, garantire ai Reixenos una quota fissa di immobili pubblici, in luoghi sicuri e dotati dei servizi di base. Ed ancora introdurre aggravanti penali per aggressioni scaturite dall’odio razziale e appositi percorsi di riabilitazione per gli aggressori: sono solo alcune delle misure che compongono il grande quadro dell’integrazione.
Inoltre, i Reixenos non dovrebbero essere anteposti ai lavoratori nazionali quanto all’assegnazione di incarichi (poiché l’unico criterio di selezione del personale da parte di un’azienda del Nuovo mondo deve essere il merito individuale) ma certamente protetti (esattamente come i cittadini dell’etnia maggioritaria) dalla piaga del caporalato. Il diritto di cittadinanza deve essere garantito mediante il conseguimento di titoli di studio: l’insegnamento della lingua del Paese di nuova residenza e dell’Etica Irenea deve essere prioritario. Il Reixenos adulto del Nuovo mondo è come il minorenne cittadino in divenire del vecchio: attraverso lo studio acquisisce merito sociale e si innalza davanti a se stesso. Il suo percorso di integrazione culmina con il riconoscimento della cittadinanza, che pone fine al suo stato di Reixenos. Ecrasez l’infame, combattere l’infamia della persecuzione e dello sfruttamento è possibile: l’Etica Irenea avvalora lo Ius Enso, il diritto universale e circolare degli appartenenti all’Humanitas alla conciliazione e all’integrazione nella società nuova. Lo Ius Enso, al contrario di ogni altro diritto, si riscatta mediante l’erudizione di se stessi: non è un dono, ma una conquista dell’Anima. Il Solmos si assume il compito di tutelare lo Ius Enso istruendo gli uomini nuovi; così si potranno preservare gli usi del Paese ospitante, cercando nei casi di incompatibilità tra culture la strada del sincretismo illuminato piuttosto che quella del nazionalismo e dell’estraniamento, che mai fu di beneficio ad alcuno. “
Lineamenti di politica migratoria- Tyr-Meridies
Come anticipato nell’Aurora, il problema della politica migratoria per l’Italia come sistema Paese e per l’Unione Europea come Unione di Stati che formano un unico soggetto politico, è quanto mai attuale. La crisi finanziaria tunisina, scoppiata nel 2023, ha riacceso in modo esplosivo un problema mai davvero affrontato con un approccio razionale né dalla Repubblica né dagli Stati membri UE. A tal proposito, saranno riassunte qui le proposte di politica migratoria o di gestione dell’integrazione dei Reixenos. Ciascuna di esse sarà discussa in una sezione dedicata. Si noti che nel Mezzogiorno non verrà discusso il fenomeno tipicamente occidentale del rovesciamento della piramide demografica, controbilanciato dal persistere di elevati tassi di crescita della popolazione nel continente africano e in quello asiatico (sarà argomento di discussione del volume III).
Gestione dei flussi
Come è noto, la strategia pubblica italiana sui flussi migratori è definita da due principali strumenti programmatici: il “documento programmatico triennale relativo alla politica sull’immigrazione e sulla condizione dello straniero” e il cd. “decreto flussi”. Il primo dovrebbe stabilire le quote riservate ai Paesi con cui l’Italia stringe accordi di collaborazione, il secondo le quote massime di stranieri che possono entrare legalmente nel territorio nazionale per svolgere un’attività di lavoro[1]. A riguardo, ci sono due rilievi di carattere operativo da segnalare. Il primo è che nella prassi il documento programmatico è rimasto sostanzialmente solo sulla carta, per quasi sedici anni (l’ultimo risale al triennio 2004-2006). Il testo unico del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, che ha subito numerose modifiche (tra cui le più rilevanti sono quelle apportate dalla legge 189/2002), prevedeva però una clausola di salvaguardia, che di fatto ha alterato l’intero quadro normativo. Poiché si è diffusa la prassi di non produrre il documento, il Governo ha avocato a sé la facoltà di approvare un decreto transitorio, escludendo le Camere dal processo di definizione delle quote d’ingresso. Poiché però ciascun decreto (prodotto sempre ogni tre anni) non può prevedere quote più alte rispetto a quelle stabilite dal suo antecedente, di fatto il numero di lavoratori idonei all’ingresso è calato costantemente, con una netta discesa a partire dal 2010. La ratio del legislatore era evidentemente quella di impedire che un esecutivo potesse transitoriamente allargare le maglie dell’accoglienza senza il consenso del Parlamento.
A causa del protrarsi di questo stallo, si sono abbozzate soluzioni temporanee e transitorie, tentando di aumentare il numero di lavoratori stagionali (prevalentemente extra-comunitari), adottando soluzioni di permessi di soggiorno sui generis, come i visti concessi per ricongiungimenti familiari e motivi umanitari. Si va dai permessi concessi per protezione speciale, residenza elettiva, per acquisto della cittadinanza o dello stato di apolide etc. L’allargamento indiretto delle quote d’ingresso è culminato con l’eliminazione del vincolo di quota massima fissata dal decreto precedente, portando il livello di ingressi accettabili a 30.850 unità. Tuttavia, il saldo migratorio relativo ai migranti regolarmente entrati nel Paese complessivamente risulta negativo: si va dalle 268.000 persone presenti sul territorio nazionale nel 2007 alle 242.000 del 2018 (prima cioè delle restrizioni alle politiche migratorie e degli eventi pandemici).
Il sistema è evidentemente inquinato: le dinamiche migratorie regolari sono infatti sovrastate dal fenomeno dell’immigrazione irregolare, più difficilmente controllabile. Secondo i dati del Ministero degli Interni, si sarebbero registrati 437.000 ingressi. Ciò ha reso necessario il ricorso a sanatorie di carattere discontinuo, misure emergenziali usate per rendere l’anomalia norma. La percentuale di residenti extra-comunitari è pertanto rimasta pressoché invariata nel corso degli anni, tanto per composizione etnica (si stima che la metà dei residenti provenga da appena 6 paesi, tra cui il Marocco, l’Albania, la Cina e l’Ucraina) quanto rispetto alla percentuale di popolazione nativa (i cittadini extra-comunitari conteggiati sarebbero circa 3,5 milioni a fronte di una popolazione complessiva di ca. 59 milioni).
La via degli Aurei, come indicato nell’Aurora, deve porsi in netta discontinuità con queste incertezze.
Soprattutto deve partire da alcune constatazioni pragmatiche e da un esame lucido di tutti fattori e le concause di un fenomeno estremamente complesso, irriducibile a deliranti farneticazioni e semplificazioni costruite dai politicanti del vecchio mondo ai fini della costruzione del consenso.
Queste constatazioni sono di seguito elencate seguendo uno schema analitico inverso, equiparabile a quello abduttivo del Pierce:
- I Reixenos nella maggior parte nei casi, come riconosciuto dalla stessa Unione Europea[1], non decidono di lasciare la madrepatria a seguito di una scelta libera da condizionamenti esogeni. Essi fuggono innanzitutto a causa di fattori cd. sociopolitici. Scappano da conflitti civili non dichiarati, spesso intermittenti e pronti a riaccendersi all’improvviso, che mietono migliaia di morti ogni anno e causano devastazioni alle infrastrutture, ai campi, alle città e al tessuto civile. Anche in tempo di pace, in molti Stati d’origine persistono le discriminazioni etniche, figlie della disastrosa politica coloniale e neocoloniale occidentale, che ha disegnata sulla carta immensi Paesi senza tenere conto delle diversità d lingua, di religione e di costume di popoli diversi. Così, ad esempio, ci sono minoranza allogene in molti Stati del continente africano, perseguitate in ragione della loro appartenenza a popoli percepiti come nemici o estranei alla maggioranza etnica nazionale. In tali Stati, che non sono firmatari e dunque non sono tenuti a rispettare le Convenzioni sul rispetto dei diritti umani, torture, mutilazioni, stupri, razzie e ogni forma di brutalità fomentata dalla siarte sono la norma. Ciò da luogo al fenomeno dei migranti umanitari: flussi continui di profughi e di apolidi, che partono dagli Stati d’origine verso Paesi che accetteranno le loro domande di richiesta d’asilo.
- Il lungo viaggio e le tribolazioni dei Reixenos dipendono anche da ragioni cd. socioeconomiche. L’interdipendenza siartica tra degrado della società civile, corruzione e inefficienza dei regimi autoritari, spoliazione delle risorse disponibili per effetto di fenomeni di neocolonialismo alimentati da gruppi industriali stranieri etc. è fortissima e pregiudica lo sviluppo sano di Paesi che, come tutti, avrebbero ogni possibilità di garantire un futuro di prosperità ai loro cittadini. Il confronto con i principali dati che compongono gli indici di sviluppo umano e di benessere tra Paesi di partenza e Paesi di arrivo è impietoso: i secondi svettano sui primi per livello dei salari, condizioni di lavoro, protezioni sindacali, benefici erogati a studenti e famiglie in difficoltà, diritto allo studio e alla salute etc. Si stima che oltre due terzi dei Reixenos si muovano verso i Paesi ad alto reddito, prioritariamente, per sfuggire alla povertà (ca. 169 milioni di persone nel solo 2019).
- Il cambiamento climatico impatta in modo significativo sulle dinamiche migratorie e costituisce il terzo fattore centrale, quello cd. socioclimatico; molti studi hanno sottolineato l’impatto della siccità, delle carestie, delle inondazioni, delle invasioni stagionali di insetti etc. sui movimenti di massa dei civili soggetti alle calamità, che con l’incrementarsi del riscaldamento globale diventano sempre più frequenti e distruttive. Ciò si ripercuote in modo drammatico in special modo sull’agricoltura, già in grave stato di sottosviluppo da un punto di vista tecnologico, impattando sulle rese annuali e sulle disponibilità delle scorte di cibo. Non è un mistero che, nonostante la rivoluzione verde abbia garantito rese agricole sufficienti a sfamare 8 miliardi di persone, almeno 2,3 miliardi di persone nel 2021 erano in una situazione di insicurezza alimentare. In sintesi: milioni di persone partono dalle loro case per trovare rimedio alla fame e alla sete, nell’inerzia delle tante istituzioni internazionali che tamponano con panacee una situazione che richiederebbe lo stanziamento di centinaia di miliardi di dollari e la collaborazione della parte sana della società civile. Entro il 2050 potrebbero esservi circa un miliardo di migranti ambientali che si spostano dalle loro patrie verso i Paesi del Nord del mondo.
- Per quanto riguarda l’origine dei flussi, essa non è da ricercare unicamente nel continente africano. Sacche di immensa povertà e miseria persistono anche nel Centro America e in parte dell’America meridionale, in Asia minore, nella Penisola araba, in Cina e in India e in molte altre aree del globo. In Italia, oltre la metà dei cittadini extra-comunitari residenti (legalmente o meno) nel Paese provengono da appena sei Paesi: Marocco, Albania, Cina, Ucraina, India e Filippine. L’altra metà di cittadini extra-comunitari presenta una composizione etnica variabile, che risente di flussi stagionali o eccezionali (talvolta però anche imponenti) la cui origine è da rintracciare nei fattori elencati in precedenza. Ad esempio, la recente crisi migratoria del 2023 ha visto un incremento negli arrivi di Reixenos provenienti dalla Costa d’Avorio, dalla Guinea, dal Pakistan, dall’Egitto, dalla Tunisia e dal Bangladesh. Ciascuno dei gruppi di Reixenos partiti da questi Paesi fugge da crisi diverse. Ciò che va contro il senso comune è che, da un punto di vista economico, la maggior parte dei Reixenos che rientrano in queste ondate migratorie sono parte della classe media. Il livello di reddito richiesto per affrontare il difficile viaggio non è trascurabile: carcerieri, funzionari di governi corrotti e trafficanti di esseri umani presentano un tariffario elevato ai disperati che chiedono aiuto. Degli oltre 35 milioni di emigranti subsahariani del 2022, ben 29 milioni si sono stabiliti presso Paesi confinanti o comunque continentali, proprio per la difficoltà di prosecuzione del difficile viaggio verso l’attraente (sebbene illusorio) “Paradiso”.
- Gli effetti dei primi tre punti si manifestano al massimo livello geopolitico, intrecciandosi costantemente fra loro. Lo scoppio (o il riaccendersi) dei conflitti presso aree del pianeta dove è localizzata la produzione di materie prime necessarie per la lavorazione e la commercializzazione di generi alimentari di prima necessità genera quasi sempre un aumento dei flussi. La crisi cerealicola derivata dal blocco delle esportazioni del grano ucraino ne è solo un esempio: continuamente la crisi di approvvigionamento delle risorse innesca l’innalzamento dei prezzi, una restrizione dell’offerta, che provoca il peggioramento immediato delle condizioni di vita di popolazioni che hanno un tenore di vita largamente inferiore a quello registrato nei Paesi occidentali.
- Per quanto riguarda l’origine dei flussi, essa non è da ricercare unicamente nel continente africano. Sacche di immensa povertà e miseria persistono anche nel Centro America e in parte dell’America meridionale, in Asia minore, nella Penisola araba, in Cina e in India e in molte altre aree del globo. In Italia, oltre la metà dei cittadini extra-comunitari residenti (legalmente o meno) nel Paese provengono da appena sei Paesi: Marocco, Albania, Cina, Ucraina, India e Filippine. L’altra metà di cittadini extra-comunitari presenta una composizione etnica variabile, che risente di flussi stagionali o eccezionali (talvolta però anche imponenti) la cui origine è da rintracciare nei fattori elencati in precedenza. Ad esempio, la recente crisi migratoria del 2023 ha visto un incremento negli arrivi di Reixenos provenienti dalla Costa d’Avorio, dalla Guinea, dal Pakistan, dall’Egitto, dalla Tunisia e dal Bangladesh. Ciascuno dei gruppi di Reixenos partiti da questi Paesi fugge da crisi diverse. Ciò che va contro il senso comune è che, da un punto di vista economico, la maggior parte dei Reixenos che rientrano in queste ondate migratorie sono parte della classe media. Il livello di reddito richiesto per affrontare il difficile viaggio non è trascurabile: carcerieri, funzionari di governi corrotti e trafficanti di esseri umani presentano un tariffario elevato ai disperati che chiedono aiuto. Degli oltre 35 milioni di emigranti subsahariani del 2022, ben 29 milioni si sono stabiliti presso Paesi confinanti o comunque continentali, proprio per la difficoltà di prosecuzione del difficile viaggio verso l’attraente (sebbene illusorio) “Paradiso”.
- Gli effetti dei primi tre punti si manifestano al massimo livello geopolitico, provocando effetti immediati sull’andamento dei mercati, in ragione della loro profonda interconnessione nell’area globale di libero scambio. In tal senso, lo scoppio (o il riaccendersi) dei conflitti presso aree del pianeta dove è localizzata la produzione di materie prime (necessarie per la lavorazione e la commercializzazione di generi alimentari di prima necessità) genera quasi sempre un aumento dei flussi. La crisi cerealicola derivata dal blocco delle esportazioni del grano ucraino ne è solo un esempio: in continuazione blocchi, rallentamenti, carenze logistiche etc. nell’approvvigionamento delle risorse primarie innescano l’innalzamento dei prezzi. Di fronte a gravi restrizioni dell’offerta, che provocano il peggioramento immediato delle condizioni di vita di popolazioni dipendenti dall’andamento di mercato di poche materie prime, le economie dei Paesi di partenza entrano in una fase recessiva, restringendo ancora di più gli spazi di inserimento dei Reixenos, che optano perciò per la migrazione verso Paesi stranieri.
- L’inquadramento giuridico dei Reixenos è suscettibile delle scelte operate da questi ultimi per compiere il viaggio che li porterà nel Paese di destinazione. La scelta della tipologia d’ingresso regolare si contrappone a quella irregolare. In base alle norme italiane esposte sopra, il Reixenos regolare categorizzato come migrante “economico” potrà ottenere il visto di ingresso a condizione che i numeri delle quote del decreto flussi lo consentano e che il viaggiatore sia autonomo da un punto di vista lavorativo. In altre parole, tramite il contatto con l’ambasciata o il consolato italiano, il migrante regolare deve sottoscrivere un contratto di lavoro e dimostrare adeguate garanzie economiche prima di entrare legalmente nel Paese. La difficoltà di ricorrere a questa procedura spinge i Reixenos a adottare l’ingresso nel Paese di destinazione con metodologie irregolari, principalmente attraverso sconfinamenti della frontiera, che vengono effettuati percorrendo rischiose rotte terrestri e marittime. Lo stesso vale per i profughi, per i richiedenti asilo che sperano di essere riconosciuti come rifugiati etc. etc. Questi cittadini nella maggior parte dei casi cominciano il viaggio senza passare per le ambasciate del Paese di destinazione. Ciò avviene sia per i lunghi tempi delle istruttorie, che per l’Italia prevedono l’azione congiunta della Questura e delle Commissioni Territoriali per il Riconoscimento dello Status di Rifugiato, sia per una mancanza di fiducia nel sistema burocratico da parte di chi inoltra le domande, inevitabilmente sfiduciati dalla lentezza delle procedure regolari e spesso convinti che non esista alternativa praticabile se non quella dell’immigrazione irregolare.
- Il viaggio dei Reixenos che escono fuori dal perimetro dell’immigrazione legale converge sempre verso un Paese che confina con quello che si vuole raggiungere (o comunque un Paese che fa parte di un’area di libero passaggio che comprende il Paese di destinazione). Tali Paesi, che saranno definiti per semplicità Paesi custodi (traduzione letterale dell’inglese gatekeepers), gestiscono i Reixenos in arrivo come una vera e propria risorsa negoziale, un bacino umano cui attingere sia come fonte di guadagno sia come mezzo di pressione negoziale con i partner e le organizzazioni sovranazionali straniere. Come si comportano i Paesi custodi? I loro leader, spesso a capo di governi autoritari o dittatoriali che presentano solo formalmente una veste democratica (fattispecie tipica del sistema politico del sole nero nel XXI secolo), sono consapevoli dell’impossibilità di integrare i Reixenos nella società dei loro Paesi. In parte ciò avviene perché gli stessi viaggiatori (appartenenti, come detto, più spesso alle classi medie che non a quelle del lumpenproletariat degli sfruttati) non desiderano risiedere ai confini del Primo mondo, ma entrare direttamente e a qualsiasi costo in esso. In parte sussistono ragioni di carattere socioeconomico che comunque precluderebbero nel breve periodo l’integrazione dei Reixenos nel Paese che confina con quello di destinazione, il quale nella maggior parte dei casi non dispone delle necessarie risorse per gestire masse di lavoratori stranieri e per di più alimenta (o comunque non combatte) fenomeni di razzismo e odio etnico. La combinazione di questi due fattori, difficoltà di integrazione nel Paese custode e predisposizione dei Reixenos a proseguire il viaggio, innescano un effetto di accumulo, una sorta di ostruzione del flusso migratorio.
- Il sovrappopolamento dei Paesi dell’Africa, del Sudamerica e dell’Asia, punti di partenza dei flussi migratori verso il Nord del Mondo, è un dato esogeno che da tempo ha perso ogni connotato di eccezionalità. La popolazione aumenta, come è stato attestato da numerosissimi studi storici, statistici, sociologici etc.[1], quando il sottosviluppo è tale che la maggioranza dei cittadini è classificabile come proletaria. Il proletariato e il sottoproletariato presenti nei Paesi di origine dei Reixenos costituiscono un gruppo sociale concretamente identificabile e numerabile; tale classe di cittadini presenta numerosi punti in comune con il proletariato associato alla Prima e alla Seconda Rivoluzione industriale. Ciò che li distingue nel concreto sono le opportunità offerte dal progresso tecnologico: la tecnica ha ridotto in termini generici il disagio della povertà assoluta, senza però cancellarla. In effetti non sarebbe scorretto affermare, come si vedrà meglio in Hera, che il sottoproletariato è la classe più diffusa tra le molte classi economiche intermedie attive nel XXI secolo, anche se la storiografia e l’opinione comune occidentale associa il lumenproletariat alle società proto-industriali o industriali del XIX e del XX secolo. Il proletario, non potendo accedere al capitale, non dispone di altra fonte di reddito che non sia la sua prole: le famiglie monogamiche (o anche allargate, per quelle società che accolgono radicalmente i principi religiosi dell’Islam) generano figli inquadrandoli come una vera e propria risorsa economica sfruttabile, classificabile come input lavoro. Tralasciando la mancata diffusione dei farmaci anticoncezionali presso alcune etnie e gruppi religiosi, si può dunque asserire con certezza che sono fattori eminentemente economici a determinare la crescita incontrollata della popolazione. Lo stato di povertà assoluta patito da circa un decimo della popolazione mondiale (si stima tra i 900 milioni e il miliardo di cittadini di ogni genere ed età) spinge le classi proletarie a generare una prole numerosa, nel tentativo di moltiplicare le rendite economiche generate dal fattore lavoro, che viene remunerato per il suo impiego in attività produttive. Di norma l’investimento principale delle famiglie di neo-proletari si concentra sul primogenito, mentre gli altri figli verranno destinati al lavoro nei campi, agli scavi minerari, all’assemblaggio di pezzi presso le linee di produzione di unità industriali etc. moltiplicando le entrate familiari. In altre parole, il calcolo economico dei neo-proletari è quello di scommettere sulla maggiore produttività di una prole numerosa rispetto all’aggravio dei costi necessari al loro mantenimento, seguendo lo stesso schema che determina l’investimento di una società a scopo di lucro. Ciò attiva almeno due “trappole della povertà”. In primis, l’aumento della popolazione in età da lavoro spinge verso l’alto il tasso di disoccupazione (perché le economie dei Paesi che vedono un forte incremento della popolazione non riescono ad assorbire la manodopera in eccesso). In secondo luogo, la produttività marginale del fattore lavoro, come è stato dimostrato da numerosi studi, si attesta su livelli largamente inferiori a quella del capitale, che si incrementa molto più rapidamente grazie ad un mercato globale altamente remunerativo. Cosa significa tutto ciò? Si prenda in considerazione il Paese d’origine. Esso presenta di norma tassi di fertilità molto elevati, speranza di vita relativamente bassa (ma sempre di molto superiore a quella di appena un secolo fa), un elevato tasso di disoccupazione e, in generale, un basso tasso di crescita ISU (Indice di sviluppo umano). Si badi bene: la crescita del Pil reale spesso può essere un dato fuorviante, quando si discute dell’origine dei flussi. La produzione industriale di un Paese può crescere, ma l’indice di Gini che descrive la distribuzione della ricchezza nella popolazione e il tasso di sviluppo umano possono decrementarsi nello stesso periodo. Questo perché la produzione agricola e industriale dei Paesi d’origine è ancora oggi gestita con logiche neocoloniali: industrie multinazionali gestiscono la produzione e la lavorazione delle materie prime presenti sul territorio di partenza, inserendosi in più ampie catene del valore globali. Le condizioni di vita del neo-proletario sono semi-schiavili: il lavoratore è formalmente libero, ma in realtà viene costretto a ritmi di lavoro insostenibili e ricompensato con salari bassissimi, che dispongono tra l’altro di un basso potere d’acquisto presso i mercati internazionali a causa delle forti disparità valutarie. In assenza di sindacati, diritti dei lavoratori, possibilità di sciopero etc. il proletario moderno è incatenato alla sua condizione ancor più del suo predecessore del passato. La ricchezza prodotta nel Paese di origine viene dunque tecnicamente trasferita all’estero, favorendo la crescita dei bilanci di grandi gruppi multinazionali (che si avvalgono di una tassazione spesso molto favorevole, concessa dai governi in carica tramite negoziazioni informali). La parte restante del bilancio pubblico spesso viene prelevata surrettiziamente e trasferita nei conti esteri di proprietà dei principali rappresentanti delle classi dirigenti (a capo di dittature o democrazie autoritarie). Questo sistema economico predatorio e neocoloniale spinge inevitabilmente la manodopera in eccesso verso l’unica valvola di sfogo disponibile: la migrazione verso Paesi che presentano un ISU superiore. Laddove il proletariato propriamente detto spesso non ha i mezzi per proseguire il viaggio e dunque si ferma a metà strada, accedendo ad un Paese con un ISU appena più alto di quello di origine, le classi medie hanno fondi sufficienti per completare il viaggio. Queste tendenze, a causa delle carenti politiche integrative degli Stati europei, saranno mantenute anche nel momento in cui il Reixenos si stabilirà legalmente nel Paese di destinazione. Ciò alimenta la paura dei cittadini della nazionalità prevalente, che temono di essere progressivamente “sostituiti” dai Reixenos, percepiti non come fratelli di etnie diversi ma come stranieri. Ma la trappola della crescita della popolazione, che deve essere fermata per garantire la sostenibilità del pianeta, può essere bloccata soltanto migliorando le condizioni materiali dei Reixenos, i quali sono spessissimo sfruttati anche nel Paese di destinazione
- La classe dirigente del Paese custode, spesso avallando accordi informali con le organizzazioni criminali presenti sul suo territorio, sfrutta dunque i flussi per il proprio tornaconto politico. Il Paese custode, infatti, detiene la capacità del tutto arbitraria di autorizzare o negare gli accessi dei Reixenos nei Paesi di destinazione, potendo permettersi di trattare con questi ultimi da un’assoluta posizione di forza. Ciò determina a) un incentivo per i Paesi custodi a ritardare o bloccare l’implementazione di misure addizionali a supporto della migrazione legale e della gestione ordinata dei flussi e b) la predisposizione dei Paesi di destinazione alla rigida chiusura delle frontiere e al congelamento degli aiuti economici, necessari, se non per stabilizzare, quanto meno per ridurre il tasso di crescita dei flussi migratori. Questi ultimi sono tuttavia legati inestricabilmente alla crescita della popolazione, come si vedrà al punto successivo.
- Il sovrappopolamento dei Paesi dell’Africa, del Sudamerica e dell’Asia, punti di partenza dei flussi migratori verso il Nord del Mondo, è un dato esogeno che da tempo ha perso ogni connotato di eccezionalità. La popolazione aumenta, come è stato attestato da numerosissimi studi storici, statistici, sociologici etc.[1], quando il sottosviluppo è tale che la maggioranza dei cittadini è classificabile come proletaria. Il proletariato e il sottoproletariato presenti nei Paesi di origine dei Reixenos costituiscono un gruppo sociale concretamente identificabile e numerabile; tale classe di cittadini presenta numerosi punti in comune con il proletariato associato alla Prima e alla Seconda Rivoluzione industriale. Ciò che li distingue nel concreto sono le opportunità offerte dal progresso tecnologico: la tecnica ha ridotto in termini generici il disagio della povertà assoluta, senza però cancellarla. In effetti non sarebbe scorretto affermare, come si vedrà meglio in Hera, che il sottoproletariato è la classe più diffusa tra le molte classi economiche intermedie attive nel XXI secolo, anche se la storiografia e l’opinione comune occidentale associa il lumenproletariat alle società proto-industriali o industriali del XIX e del XX secolo. Il proletario, non potendo accedere al capitale, non dispone di altra fonte di reddito che non sia la sua prole: le famiglie monogamiche (o anche allargate, per quelle società che accolgono radicalmente i principi religiosi dell’Islam) generano figli inquadrandoli come una vera e propria risorsa economica sfruttabile, classificabile come input lavoro. Tralasciando la mancata diffusione dei farmaci anticoncezionali presso alcune etnie e gruppi religiosi, si può dunque asserire con certezza che sono fattori eminentemente economici a determinare la crescita incontrollata della popolazione. Lo stato di povertà assoluta patito da circa un decimo della popolazione mondiale (si stima tra i 900 milioni e il miliardo di cittadini di ogni genere ed età) spinge le classi proletarie a generare una prole numerosa, nel tentativo di moltiplicare le rendite economiche generate dal fattore lavoro, che viene remunerato per il suo impiego in attività produttive. Di norma l’investimento principale delle famiglie di neo-proletari si concentra sul primogenito, mentre gli altri figli verranno destinati al lavoro nei campi, agli scavi minerari, all’assemblaggio di pezzi presso le linee di produzione di unità industriali etc. moltiplicando le entrate familiari. In altre parole, il calcolo economico dei neo-proletari è quello di scommettere sulla maggiore produttività di una prole numerosa rispetto all’aggravio dei costi necessari al loro mantenimento, seguendo lo stesso schema che determina l’investimento di una società a scopo di lucro. Ciò attiva almeno due “trappole della povertà”. In primis, l’aumento della popolazione in età da lavoro spinge verso l’alto il tasso di disoccupazione (perché le economie dei Paesi che vedono un forte incremento della popolazione non riescono ad assorbire la manodopera in eccesso). In secondo luogo, la produttività marginale del fattore lavoro, come è stato dimostrato da numerosi studi, si attesta su livelli largamente inferiori a quella del capitale, che si incrementa molto più rapidamente grazie ad un mercato globale altamente remunerativo. Cosa significa tutto ciò? Si prenda in considerazione il Paese d’origine. Esso presenta di norma tassi di fertilità molto elevati, speranza di vita relativamente bassa (ma sempre di molto superiore a quella di appena un secolo fa), un elevato tasso di disoccupazione e, in generale, un basso tasso di crescita ISU (Indice di sviluppo umano). Si badi bene: la crescita del Pil reale spesso può essere un dato fuorviante, quando si discute dell’origine dei flussi. La produzione industriale di un Paese può crescere, ma l’indice di Gini che descrive la distribuzione della ricchezza nella popolazione e il tasso di sviluppo umano possono decrementarsi nello stesso periodo. Questo perché la produzione agricola e industriale dei Paesi d’origine è ancora oggi gestita con logiche neocoloniali: industrie multinazionali gestiscono la produzione e la lavorazione delle materie prime presenti sul territorio di partenza, inserendosi in più ampie catene del valore globali. Le condizioni di vita del nep-proletario sono semi-schiavili: il lavoratore è formalmente libero, ma in realtà viene costretto a ritmi di lavoro insostenibili e ricompensato con salari bassissimi, che dispongono tra l’altro di un basso potere d’acquisto presso i mercati internazionali a causa delle forti disparità valutarie. In assenza di sindacati, diritti dei lavoratori, possibilità di sciopero etc. il proletario moderno è incatenato alla sua condizione ancor più del suo predecessore del passato. La ricchezza prodotta nel Paese di origine viene dunque tecnicamente trasferita all’estero, favorendo la crescita dei bilanci di grandi gruppi multinazionali (che si avvalgono di una tassazione spesso molto favorevole, concessa dai governi in carica tramite negoziazioni informali). La parte restante del bilancio pubblico spesso viene prelevata surrettiziamente e trasferita nei conti esteri di proprietà dei principali rappresentanti delle classi dirigenti (a capo di dittature o democrazie autoritarie). Questo sistema economico predatorio e neocoloniale spinge inevitabilmente la manodopera in eccesso verso l’unica valvola di sfogo disponibile: la migrazione verso Paesi che presentano un ISU superiore. Laddove il proletariato propriamente detto spesso non ha i mezzi per proseguire il viaggio e dunque si ferma a metà strada, accedendo ad un Paese con un ISU appena più alto di quello di origine, le classi medie hanno fondi sufficienti per completare il viaggio.
- Per i Paesi di origine le cd. rimesse economiche, ossia i trasferimenti di denaro in valuta straniera effettuati dal Paese di destinazione in favore di familiari, parenti o amici rimasti nella madrepatria, costituiscono una fonte di guadagno non trascurabile. Secondo dati OCSE (o OECD, l’Organizzazione per il coordinamento e lo sviluppo economico di natura intergovernativa), nella maggior parte dei Paesi in via di sviluppo le rimesse migratorie hanno superato i flussi di aiuti pubblici (come i prestiti erogati dalla Banca Mondiale e dal FMI) e in taluni casi anche i flussi di investimenti diretti esteri. Alla fine del 2022 le rimesse economiche globali avrebbero raggiunti il valore complessivo di 97 miliardi di dollari. Non è un caso che rappresentino una parte rilevante del bilancio pubblico dei Paesi di destinazione: in Paesi come il Gambia o il Lesotho le rimesse costituiscono più del 20% del PIL nominale[2]. Ciò crea un potente incentivo per i Paesi in via di sviluppo che costituiscono il punto di partenza dei flussi a favorire l’emigrazione dei Reixenos, per ragioni di occupazione interna e di arricchimento del bilancio pubblico attuato mediante la tassazione delle rimesse. L’intreccio tra la crescita della popolazione in età da lavoro e il tasso di crescita del valore delle rimesse genera un effetto di emergenza “costante” già osservato (si pensi ai moti migratori del XIX e del XX secolo). I governi rispondono alla crescita della disoccupazione favorendo lo spostamento di frazioni cospicue dei cittadini lavoratori presso altri Paesi, che segnano indici di sviluppo superiori.
- [1] Si veda a riguardo, Gu D, Andreev K, Dupre ME. Major Trends in Population Growth Around the World. China CDC Wkly. 2021 Jul 9;3(28):604-613. doi: 10.46234/ccdcw2021.160. PMID: 34594946; PMCID: PMC8393076.
- [2] Si veda il rapporto “La gestione anarchica delle rimesse della diaspora”
L’ultimo punto della lista ha in realtà conseguenze decisive
- [1] Si veda a riguardo, Gu D, Andreev K, Dupre ME. Major Trends in Population Growth Around the World. China CDC Wkly. 2021 Jul 9;3(28):604-613. doi: 10.46234/ccdcw2021.160. PMID: 34594946; PMCID: PMC8393076.
- [2] Si veda il rapporto “La gestione anarchica delle rimesse della diaspora”
- [1] Si veda a riguardo, Gu D, Andreev K, Dupre ME. Major Trends in Population Growth Around the World. China CDC Wkly. 2021 Jul 9;3(28):604-613. doi: 10.46234/ccdcw2021.160. PMID: 34594946; PMCID: PMC8393076.
[1] “Perché le persone migrano? Esplorare le cause dei flussi migratori”, 2023, Parlamento Europeo, https://www.europarl.europa.eu/pdfs/news/expert/2020/7/story/20200624STO81906/20200624STO81906_it.pdf
- I Reixenos nella maggior parte nei casi, come riconosciuto dalla stessa Unione Europea[1], non decidono di lasciare la madrepatria a seguito di una scelta libera da condizionamenti esogeni. Essi fuggono innanzitutto a causa di fattori cd. sociopolitici. Scappano da conflitti civili non dichiarati, spesso intermittenti e pronti a riaccendersi all’improvviso, che mietono migliaia di morti ogni anno e causano devastazioni alle infrastrutture, ai campi, alle città e al tessuto civile. Anche in tempo di pace, in molti Stati d’origine persistono le discriminazioni etniche, figlie della disastrosa politica coloniale e neocoloniale occidentale, che ha disegnata sulla carta immensi Paesi senza tenere conto delle diversità d lingua, di religione e di costume di popoli diversi. Così, ad esempio, ci sono minoranza allogene in molti Stati del continente africano, perseguitate in ragione della loro appartenenza a popoli percepiti come nemici o estranei alla maggioranza etnica nazionale. In tali Stati, che non sono firmatari e dunque non sono tenuti a rispettare le Convenzioni sul rispetto dei diritti umani, torture, mutilazioni, stupri, razzie e ogni forma di brutalità fomentata dalla siarte sono la norma. Ciò da luogo al fenomeno dei migranti umanitari: flussi continui di profughi e di apolidi, che partono dagli Stati d’origine verso Paesi che accetteranno le loro domande di richiesta d’asilo.
Il lungo viaggio e le tribolazioni dei Reixenos dipendono anche da ragioni cd.socioeconomiche. L’interdipendenza siartica tra degrado della società civile, corruzione e inefficienza dei regimi autoritari, spoliazione delle risorse disponibili per effetto di fenomeni di neocolonialismo alimentati da gruppi industriali stranieri etc. è fortissima e pregiudica lo sviluppo sano di Paesi che, come tutti, avrebbero ogni possibilità di garantire un futuro di prosperità ai loro cittadini. Il confronto con i principali dati che compongono gli indici di sviluppo umano e di benessere tra Paesi di partenza e Paesi di arrivo è impietoso: i secondi svettano sui primi per livello dei salari, condizioni di lavoro, protezioni sindacali, benefici erogati a studenti e famiglie in difficoltà, diritto allo studio e alla salute etc. Si stima che oltre due terzi dei Reixenos si muovano verso i Paesi ad alto reddito, prioritariamente, per sfuggire alla povertà (ca. 169 milioni di persone nel solo 2019). Il cambiamento climatico impatta in modo significativo sulle dinamiche migratorie; molti studi hanno sottolineato l’impatto della siccità, delle carestie e delle inondazioni sui movimenti di massa dei civili soggetti alle calamità sempre più frequenti
[1] “Perché le persone migrano? Esplorare le cause dei flussi migratori”, 2023, Parlamento Europeo, https://www.europarl.europa.eu/pdfs/news/expert/2020/7/story/20200624STO81906/20200624STO81906_it.pdf
Essa deve basarsi su alcuni pilastri essenziali, qui sinteticamente proposti e che saranno analizzati approfonditamente nei paragrafi successivi:
- Nuovo sistema di ingresso, che preveda quote calcolate su base variabile, che auspicabilmente saranno iscritte in futuro in un più ampio sistema europeo unificato di quote d’ingresso. Le quote dovranno essere calcolate tenendo conto dei seguenti fattori:
- Richieste dei datori di lavoro, presentabili quali dichiarazioni formali e vincolanti, che attestino la disponibilità all’assunzione di lavoratori extra-comunitari, in ragione di restrizioni dell’offerta di lavoro relative alle figure professionali domandate.
- Domande depositate dai cittadini di altri Paesi interessati al consolato del Paese di partenza. Devono essere valutate anche le domande dei richiedenti asilo, ma non le domande dei migranti economici che entrano nel territorio del Paese al di fuori dei canali consentiti.
- Disponibilità di strutture abitative messe a disposizione dai Comuni e dalle Città metropolitane. Una quota fissa di tali strutture deve essere riservata in misura regolare ai lavoratori extra-comunitari. In tal senso, si prevede un ampliamento del patrimonio di edilizia popolare gestito dallo Stato.
- Densità abitativa e tasso di crescita/decrescita della popolazione residente, soprattutto nell’ottica di ripopolamento dei piccoli comuni.
- Sottoscrizione di accordi intergovernativi relativi alle modalità di spostamento della popolazione di migranti.
[1] OCPI, “L’immigrazione regolare in Italia”, Aprile 2022
[1] OCPI, “L’immigrazione regolare in Italia”, Aprile 2022