Il potere degli Aurei salverà il pianeta. Questo potere si chiama Volontà.
Compito degli uomini è proteggere la perfezione e la purezza del femminino.
“Essere buoni o essere malvagi non è una scelta. Ciò che l’uomo davvero sceglie è se essere solo o trovare una Persona da amare.”
Questo blocco tematico del programma aureo si incentra sul tema della regolamentazione degli enti economici collettivi ad opera del Solmos. Come enti economici collettivi figurano banche, istituti assicurativi, intermediari finanziari, fondi di investimento, fondi pensione, soggetti gestori di criptovalute etc. La forza con la quale tali operatori agiscono è spiegabile sulla base della progressiva finanziarizzazione dell’economia globale. Il capitalismo novecentesco, basato su una combinazione di approccio fordista-taylorista alla produzione, abbassamento dei prezzi e diffusione di filiere fortemente integrate in grado di autofinanziarsi tramite i propri profitti ed investimenti, ha subito all’alba del XXI secolo la progressiva finanziarizzazione del suo nucleo fondante. Tale processo, dapprima parallelo a quello della crescita dei conglomerati industriali, poi preponderante e oggi meta finale della crescita industriale (la piccola impresa ambisce a diventare grande e investire nello stesso capitale i profitti generati dalla vendita del tale bene o servizio), appare evidente dall’analisti storica del valore aggiunto generato dalla speculazione finanziaria. Se nel 1980 la finanza globale valeva ca. 12mila miliardi di dollari, nel 2012 questo valore era già salito a 225mila miliardi. Le società al vertice della produzione industriale hanno delocalizzato i siti produttivi per conseguire economie di scala ed enormi risparmi in termini di costo della manodopera, approfittando di tassazioni favorevoli al rientro delle merci prodotte presso Paesi terzi e poi vendute nel mercato centrale dove hanno sede e quartier generale le capofila di tale processo. Successivamente, si è addirittura assistito allo scorporo delle società capogruppo, con la creazione di apposite sussidiarie interamente dedicate all’offerta di servizi bancari e al reinvestimento dei profitti, alla sottoscrizione di pacchetti azionari, all’acquisto di obbligazioni e titoli derivati etc.
La finanziarizzazione dell’economia industriale è un sintomo del rendimento superiore del capitale rispetto al lavoro, frutto di una serie di fattori tipici dell’economia capitalista ultraliberista, di seguito schematicamente riassunti:
- la non progressività della tassazione delle rendite finanziarie; le teorie liberiste della cd. trickle down economics (economia dello sgocciolamento), che prevedono lo spillover della ricchezza prodotta dagli strati più elevati della piramide sociale a quelli più bassi, comportano l’appiattimento della tassazione, che favorisce a sua volta operazioni di reinvestimento in titoli finanziari. Questo comporta la creazione di un primo circolo vizioso: il rendimento del capitale non è solamente superiore a quello del lavoro, ma presenta un tasso di crescita esponenziale al crescere del capitale stesso. Pertanto, l’incentivo prodotto dal sistema economico a trasformare il profitto in capitale, che a sua volta produrrà rendite da reinvestire, aumenta il saggio marginale di scambio tra capitale e lavoro, modificando di conseguenze le scelte strategiche del management aziendale.
- la permissività della regolamentazione dei mercati finanziari globali; in questo settore, infatti, vi è un progressivo fenomeno di deregolamentazione, favorito dai gruppi di pressione dei grandi e medi mediatori finanziari (agenti di borsa, banche, fondi di investimento, asset manager etc.). La globalizzazione dei mercati finanziari dona inevitabilmente cospicui vantaggi ai soggetti regolatori in grado di assicurare un ambiente speculativo il più possibile libero da vincoli. Ad esempio, una legislazione sul conflitto d’interessi che consente il passaggio di personale dirigenziale e amministrativo da enti regolatori pubblici a imprese private che operano nei mercati secondari (prettamente speculativi) permette di fatto l’accesso da parte di soggetti privati ad informazioni privilegiate. L’insider trading, le verifiche sulla terzietà delle agenzie di rating, l’asimmetria informativa che sussiste tra i sottoscrittori di derivati finanziari e gli emettitori, la circolazione di materiale informativo secretato ecc. costituiscono fattispecie di reato in larga parte non riconosciute dalle legislazioni compiacenti. A fronte di sanzioni pecuniarie e penali di scarsa o inesistente entità, i vantaggi della speculazione monetaria, azionaria, di commodities (tangibili e intangibili) ecc. inducono gli operatori economici attivi nell’economia reale a trasformare il capitale in lavoro per il tramite degli intermediari finanziari;
- l’andamento lineare della cd. economia delle bolle; poiché i vantaggi speculativi sono incrementati dai fenomeni descritti ai punti che precedono, il sistema economico accetta come fisiologico la creazione di bolle speculative in serie, con tassi di crescita delle relative rendite finanziarie estremamente superiori a quelli di titoli di rischio standard. Rispetto al recente passato, le bolle speculative tendono a durare maggiormente, protette dal sistema stesso, anche se il distacco dall’economia reale è molto è più netto che in passato. L’economia delle bolle si basa sulle fluttuazioni della percezione dell’opinione pubblica mondiale (behavioural global economy) circa beni (tangibili e soprattutto intangibili) e relativi titoli di rischio il cui valore percepito supera quello contabile. La ricerca continua della cd “next big thing (si pensi alle criptovalute, all’IA e alla componentistica hardware necessaria alla sua realizzazione e operatività, ma anche al mercato immobiliare, quello dei titoli energetici per lo sforamento dei limiti delle emissioni di CO2 ecc.) a sua volta influenzata da gruppi di investitori, speculatori e tecnotitani in grado controllare i mezzi di informazione, genera una sequenza di bolle, spesso interconnesse, di fatto “droga” il mercato e riduce artificialmente la volatilità degli asset di rischio. Ciò comporta la regolarizzazione delle distorsioni del mercato (market faillures), che si adegua all’incapacità dell’incroci delle curve di domanda e di offerta di apprezzare correttamente i beni negoziati, sulla base di criteri reali (disponibilità, costi di produzione, richiesta del pubblico, benefici ed esternalità positive generate ecc.).
- le modalità di salvataggio pubblico degli investitori privati: le banche in legislazioni come quella statunitense vengono salvate, prima delle procedure fallimentari (di norma connesse non tanto a operazioni di “cattiva” amministrazione bancaria, quanto a eccessi speculativi, come accaduto ad esempio con le collateralized debt obligation che hanno innescato la grande recessione degli anni 2007-2008) dagli Stati, che mettono a disposizione (sotto forma di contributi a fondo perduto e prestiti a lunghissima scadenza) fondi pubblici di salvataggio pagati dai contribuenti. Le procedure di bail-out, in sè e per sè, non sono necessariamente negative (lo Stato evita infatti il fallimento di un grande istituto di credito, salvando indifferentemente risparmiatori, correntisti e possessori di titoli di credito). al di là del loro impatto sui bilanci pubblici, tenuto conto del carattere teorico di straordinarietà del fallimento bancario. Tuttavia, una prassi straordinaria, in condizioni di eccessiva esposizione debitoria e eccesso di attività speculative ad alto rischio, può normalizzarsi nel medio/lungo periodo finendo per diventare un’assicurazione (pagata da terzi) sui rischi di gestione di enti creditizi privati. Ciò costituisce una potente leva per la crescita dell’attività speculativa e la trasformazione del capitale in lavoro;
- la delocalizzazione presso legislazioni non trasparenti delle sedi fiscali e legali delle imprese attive nel settore secondario e terziario; i grandi gruppi multinazionali, ma anche le singole persone fisiche a capo di persone giuridiche, possono facilmente scorporare le divisioni finanziarie delle loro società, permettendo di ricollocarle presso Paesi dove è possibile praticare la cd. elusione fiscale. In questo modo le rendite finanziarie, già di per sè tassate meno dei redditi da lavoro, vengono progressivamente trasferite ed immagazzinate presso istituti di credito “di convenienza”, ossia banche di deposito che fungono da schermo delle effettive disponibilità delle holding. La possibilità di stoccare i proventi del capitale e di reinvestirli aggirando la leva fiscale dei Paesi dove ha sede operativa (il quartier generale) il gruppo di riferimento, agisce da ulteriore stimolo ala crescita della leva finanziaria e alla tendenze delle imprese a reinvestire il ricavato del lavoro in operazioni finanziarie a medio ed alto rischio;
- la tendenza degli operatori economici (e in particolare di quelli europei) a tesaurizzare le risorse monetarie, in assenza di stimoli al reinvestimento e di una tassazione adeguata sui depositi che eccedono una certa soglia (ciò che dovrebbe essere la regola in una società che abbia adottato i principi del neolimitarianesimo),
- la diffusione di sistemi di pagamento e di credito a breve termine emessi da soggetti privati. L’emissione delle cd. “stablecoins” – criptovalute garantite da asset privati – in diretta competizione con le valute digitali emesse dalle banche centrali delle diverse aree monetarie (Central Bank Digital currencies – CBDCs) comporta la progressiva confusione (o cd. aggregazione parallela) della valuta monetaria usata per gestire transazioni e della valuta finanziaria utilizzata per creare liquidità a breve termine e reinvestire i profitti generati dal capitale nei mercati reali. La diffusione di sistemi di pagamento ibridi, propagandata e spesso volutamente confusa con la digitalizzazione integrale dei sistemi di pagamento e l’abbandono del contante, consente di combinare transazioni e attività speculativa connessa all’innovazione privata. Anche se le stablecoins sono agganciate a valute fiat come l’euro o il dollaro statunitense o comunque vincolate ad asset generalmente poco volatili (es. materie prime come l’oro), esse possono comunque essere agganciate ad un paniere di beni (tra cui altri cripto-asset e token rilasciati da soggetti privati) diversificato e dunque sottoposte al fenomeno dell’ipercollateralizzazione o ipergaranzia. Il creditore, in altre parole, può essere interessato ad essere pagato con stablecoins invece che con CBDCs – valuta digitale comunque garantita dalle Banche Centrali e dunque dagli Stati, non rischiose e universalmente convertibili. Nel 2025 il volume delle transazioni in stablecoins ha raggiunto e superato la soglia dei 15 trilioni di dollari, laddove i primi soggetti garanti possedevano appena 120 miliardi di dollari in certificati del tesoro statunitense (treasury bills, treasury bonds ecc.) a breve termine. La permissività del sistema regolatorio e la facilità di conversione dei depositi commerciali nei cd. token (ossia gettoni che garantiscono l’esistenza di un valore scambiabile, seppur non garantito) permette dunque a soggetti privati di cartolarizzare immediatamente i propri proventi e di eseguire attività bancarie non regolamentate (emissione di prestiti, commercializzazione di assets, invio di rimesse transfrontaliere, operazioni di assicurazione del credito ecc.).
Tali fattori, rielaborati a partire da una vasta letteratura e sinteticamente proposti in documenti ufficiali (acquisiti come materiale di ricerca anche dall’Unione Europea – si pensi al già menzionato Global Tax evasion report del 2024 a cura di Joseph Stiglitz), appaiono del tutto esogeni rispetto alle dinamiche dei mercati tangibili e intangibili nazionali. La capacità di regolamentazione del fenomeno di finanziarizzazione sfugge alla legislazione domestica e persino in sede europea si scontra con la presenza di porti franchi (ossia legislazioni compiacenti, si pensi ai Paesi Bassi o all’lrlanda) e incompletezza della struttura finanziaria comunitaria (l’unione di capitali) tali da bloccare l’azione di riforma necessaria al superamento o comunque al contenimento dell’accumulazione delle rendite.
Nel concreto, con quali strumenti dovrebbe essere bilanciata a livello nazionale la bilancia tra capitale e lavoro nel mercato italiano? I governi, allo stato attuale (senza contare la rete di alleanze internazionali che gli Stati possono vantare), possono agire essenzialmente inasprendo i prelievi fiscali sulle rendite finanziarie generate da imprese attive nel mercato finanziario domestico. Tuttavia, essi non possono spingersi oltre un certo limite (a prescindere dall’influenza esercitata sui decisori da gruppi di pressioni – es. intermediari, lobbisti, rappresentanti d’impresa, finanziatori privati dei partiti ecc.) in quanto, appunto, le imprese possono con relativa facilità ricollocarsi presso altri Paesi, aggirando limiti e norme di legge. Una possibilità, al fine di riequilibrare i piatti della bilancia, è quella di agire imponendo prelievi fiscali alle imprese che più difficilmente potrebbero dematerializzare i loro asset tangibili e intangibili (es. banche, ma anche imprese farmaceutiche). Nel breve periodo, i prelievi fiscali addizionali potrebbero consentire certamente di abbassare l’aliquota fiscale sui redditi da lavoro, come illustrato nelle sezioni Enkai: Ifrit e Ithring. In questo senso, uno degli argomenti preferiti di chi si mostra sfavorevole alla tassazione incrementale sulle rendite finanziarie è che le persone giuridiche coinvolte dal ricarico fiscale scaricherebbero, al fine di riequilibrare l’erosione dei margini, sulla clientela i maggior costi della tassazione. Il caso di scuola è quello degli istituti di credito: le banche aumentano proporzionalmente il costo dei depositi (rimodulando al ribasso anche i tassi d’interesse sui conti deposito) al saggio marginale del ricarico fiscale, in modo da compensarne gli effetti. Tuttavia, secondo la visione Aurea dei fenomeni macroeconomici, i benefici del gettito addizionale generato dalla tassazione delle rendite sono superiori rispetto all’aumento dei costi a carico dei clienti dei soggetti tassati. Le decisioni di spesa del Solmos, infatti, sono maggiormente remunerative rispetto a quelle caratteristiche del tipico Stato sociale del XX secolo (inteso come modello di Welfare inserito nel sistema capitalista e orientato a strategie combinate di formazione ed assistenza dei cittadini) e in ogni caso sarebbero sufficientemente diversificate da garantire comunque un miglioramento globale degli indicatori di sviluppo rispetto alla situazione precedente, caratterizzata dall’accumulo (nelle mani di pochi operatori economici) delle rendite finanziarie sottoposte a tassazione privilegiata.
Lo Stato Solmos, inoltre, non teme di imporre restrizioni e controlli ai mercati azionari e dei titoli di rischio. Anche se l’eccesso di regolamentazione può essere dannoso nel breve periodo (generando una riduzione del volume di titoli scambiati e un abbassamento del loro valore, in quanto percepiti come maggiormente rischiosi), occorre perseguire l’Aedes e fissare un esempio virtuoso che altri Paesi potranno poi seguire. Nel caso specifico dello Stato italiano, vi sono delle prescrizioni di legge (anche relative a una lunga serie di reati, di natura civile e penale) insufficienti a garantire la trasparenza di numerose operazioni finanziarie, in particolare per quanto attiene la commistione di regolatori e regolati e l’accesso privilegiato dei secondi a informazioni classificate.
I reati economici, i crimini finanziari e gli illeciti tributari contribuiscono alla generazione dei flussi di denaro illecito (si calcola che in Italia, al 2024, tali flussi corrispondevano a ca. il 10% del PIL nominale) e vanno affrontati inaugurando una strategia globale di medio-lungo periodo fondata sul potenziamento della prevenzione normativa (in particolare per quanto riguarda illeciti quali l’insider trading, l’aggiotaggio, il falso in bilancio e l’abusivismo finanziario) e delle forze di pubblica sicurezza incaricate di indagare sulle frodi fiscali e patrimoniali. L’azione di recupero dei capitali illeciti agisce di pari passo con quella della promozione di una più corretta e rigorosa promozione dell’etica economica tesa a invertire le decisioni di allocazione di risorse dai mercati finanziari ai mercati di beni e servizi (tangibili e intangibili) il cui valore è effettivamente misurabile e in grado di generare esternalità positive.
Tuttavia, come detto, l’azione dello Stato Solmos dovrà essere esercitato anche e soprattutto, per il tramite dello strumento cardine dell’agenetica estera, a livello di accordi internazionali (in ambito UE ed extra-UE). L’Italia, in qualità di Stato membro fondatore dell’UE (pur sempre il terzo Paese per PIL e popolazione nell’ambito dei 27), può esercitare diversi livelli di pressione in sede europea per giungere a una graduale abolizione dei tax havens e all’uniformazione delle politiche fiscali relative alle rendite finanziarie. Inoltre, è comunque necessario un accordo internazionale volto alla definizione di una strategia comune per il contrasto all’economia delle bolle. Esse sono il risultato di aspettative sovrastimate dal mercato e devono essere periodicamente “sgonfiate” facendo leva sulla diffusione di informazioni scientifiche corrette.
Lo dimostra in tal senso lo sviluppo di alcuni strumenti finanziari derivati nel corso del tempo e in particolare quello dei CDO (collateralized debt obligatons) contenenti MBS (mortgage backed securities): lo strumento, nato come sistema di raccolta del credito basato su aggregazioni di mutui a basso rischio, con il passare del tempo è stato utilizzato in modo improprio dalle Borse mondiali, trasformato surrettiziamente in un titolo “sanante”, in grado di nascondere la pericolosità di titoli maggiormente rischiosi inseriti cartolarizzati in un solo pacchetto. La diffusione di questi pacchetti (certificati da agenzie di valutazioni o di rating gestite da privati e sottoposte a controlli poco stringenti) ha permesso la creazione di un castello finanziario caratterizzato da una leva finanziaria incrementale, sempre più lontano dall’economia reale, e basato di fatto su un sistema di vendite allo scoperto e contro-assicurazioni (credit default swap) a sua volta cartolarizzato (si è arrivati così ai cd. CDO squared, contenenti frazioni di altri CDO negoziati sul mercato). Successivamente, al venir meno della affidabilità dei mutui cartolarizzati (concessi a mutuari – borrowers – privi di fonti di reddito stabili o sufficienti per ripagare il debito contratto) e al crollo della bolla che aveva reso possibile la crescita abnorme dei rendimenti sui titoli, il contagio da derivati finanziari si è diffuso a livello globale, generando la grande recessione del 2007-2008 i cui effetti sono in parte visibili ancora oggi.
In questo senso, lo stato Solmos italiano deve impegnarsi: a) nell’elevare gli indici di alfabetizzazione finanziaria della popolazione e b) impegnarsi nell’uniformare i regolamenti sui mercati finanziari. Per quanto attiene il punto a), è prioritario, come si vedrà nell’ambito del modulo Athena, inserire nei corsi di studio dell’istruzione secondaria di primo e secondo grado appositi moduli integrativi (valutati nell’ambito del blocco di nuove materie civiche) al fine di preparare i futuri agenti della scena economica alla valutazione consapevole dei titoli di rischio. Per la parte di popolazione non più in età scolastica, occorre organizzare e istituire appositi patentini di consapevolezza finanziaria, obbligatori per poter operare sul mercato con sufficienti cognizioni del funzionamento dei titoli scambiati sul mercato e dei profili di rischio.
Altresì, in relazione al punto b), lo Stato Solmos deve impegnarsi attivamente per favorire quanto prima la creazione della cd. CMU (Capital Market Union o Mercato europeo dei Capitali) a livello europeo. L’integrazione del mercato dei capitali è infatti fondamentale per un Paese come l’Italia, caratterizzato da un tessuto economico composto per la stragrande maggioranza da PMI (ca. il 99% del totale delle imprese), le quali impiegano a loro volta ca. l’80% degli occupati totali attivi sul mercato del lavoro. L’accesso ad agevolazioni e capitali di rischio messi a disposizione da investitori terzi (alternativi agli istituti di credito, che allo stato attuale coprono ca. il 62% degli investimenti complessivi a livello europeo) si combinerebbe così all’uniformazione normativa (normativa fallimentare, creazione ed emissione di titoli di rischio, ingresso degli investitori nella governance aziendale, semplificazione delle offerte pubbliche di acquisto – IPO – per le PMI, creazione di fondi di investimento ad hoc per supportare l’ingresso delle pmi nel mercato azionario ecc.) ed assicurerebbe notevoli margini di crescita alle imprese di piccole dimensioni. Questo ambito di riforma contribuirà a ridurre il reimpiego degli utili, derivanti dalla cessione di beni e servizi sui mercati reali, in ambito speculativo: le imprese non saranno più costrette ad aumentare la leva finanziaria e il margine di rischio per raggiungere determinati plafond di capitale senza ricorrere a garanzie preesistenti. Ciò inciderà in modo benefico sulla propensione speculativa, laddove molte imprese sono disponibili ad emettere titoli di rischio sul mercato (si pensi alle cd. obbligazioni spazzatura ad alti rendimenti) e, dunque aumentare la loro esposizione a manovre speculative, in assenza di determinate garanzie e/o coperture dei loro piani di investimento.
Un altro passaggio fondamentale è rappresentato (come illustrato nella parte IV) dall’introduzione della valuta digitale europea. Al momento, infatti, ciò che si è ipotizzato è il passaggio alla moneta elettronica che si regge sul sistema di trasferimenti di istituti di credito privati. Tuttavia, l’adesione immediata al sistema delle CBDCs permetterebbe una transizione molto più rapida e sicura verso una digitalizzazione pubblica del sistema monetario.