Lineamenti di Politica Economica – Enkai: Huo – Parte III
“Non sottovalutare l’infinito potenziale dell’evoluzione umana”.
Era il nostro invito ad andare più avanti e scoprire la forza dell’Humanitas. Rei e Y.T.
La via della Vera Pace è fatta di piccoli e grandi conquiste. La grandezza effettiva del risultato si misura dall’alto, adoperando la visione d’insieme che è parte fondante del pragmatismo Aureo e della Vista Reale del cittadino nuovo. La tattica esogena Huo si adatta perfettamente alla struttura dell’Amenoukihashi. Il fuoco taumaturgico della fenice sacra viene dunque dal sacrificio piccolo e grande della comunità sociale, della societas che fa di ogni membro un attore decisivo della democrazia Irenea. Lo stato Solmos diventa così i ricettacolo solare dove i raggi di speranza dei cittadini sono convogliati. Quali sono i raggi di speranza? Sono i contributi che ciascuno paga, per diritto e per dovere, allo Stato. Nel vecchio mondo, tributi ed imposte non sono interpretati così: essi sono visti esclusivamente come un fardello, alla stregua di una taglia o di un angheria medievale che si è costretti a pagare. In pochi tengono conto del vincolo che lega il pagamento di tasse ed imposte al sostentamento del bilancio dello Stato. Servizi che nei secoli bui non si riteneva neppure di dover erogare in favore dei cittadini, oggi sono prerogativa del Welfare State. Ma lo Stato sociale si è progressivamente indebolito: il capitalismo ultraliberista, le privatizzazioni selvagge, la condizione di assoluto favore concessa alle grandi società di capitali operanti sul mercato globale, il prevalere degli interessi corporativi sul principio di solidarietà pubblica, hanno minato la forza dello Stato e prodotto immense disuguaglianze. Esse sono sempre esistite; tuttavia, con il progressivo aumento della popolazione, la diseguale distribuzione della ricchezza ha incrementato il numero assoluto di cittadini in condizione di povertà o comunque di difficoltà materiale.
Nei Paesi democratici che hanno adottato modelli di tassazione pseudo-progressivi, lo Stato sociale è stato rimpicciolito principalmente a causa della tassazione ridotta applicati sui patrimoni delle classi più agiate. Il sistema fiscale, nei casi più estremi molto permissivo nei confronti delle società multinazionali e dei singoli cittadini abbienti (anche per quanto riguarda il contrasto all’elusione), si è adattato al predominio dell’oltre-popolo, penalizzando oltre modo le fasce più disagiate della popolazione, riducendo il numero e la qualità dei servizi offerti, in favore del mercato privato accessibile solo a consumatori dotati di notevoli risorse economiche. Altrove, ed è il caso dell’Italia, il modello capitalista e ultraliberista si è innestato su un sistema socioeconomico del tutto peculiare, caratterizzato dalla persistenza di rapporti economici che sono inquadrati nell’ambito dell’economia informale. Il sommerso, ciò che in termini tecnici è la somma del valore delle prestazioni erogate senza l’emissione di regolare documentazione fiscale (scontrino, fattura, ordine d’acquisto etc.) nonché delle prestazioni lavorative afferenti al cd. lavoro nero e grigio, è arrivato così a coprire una rilevante proporzione del PIL. Al riguardo, i dati ISTAT più aggiornati evidenziano che In particolar modo, si è progressivamente sgretolato il sistema di riscossione delle imposte rispetto a uno scenario che vede gli attori economici operare mediante catene del valore disseminate nelle più diverse aree del globo. L’elusione e la presenza dei cd. paradisi fiscali, ben presenti ed influentissimi anche in area UE, impediscono ai singoli Stati dove avviene fisicamente la produzione di riscuotere la parte di ricchezza generata di loro spettanza, a detrimento della parte di comunità che è in regola con il pagamento di imposte e tributi.
Si consideri ora il punto critico dell’evasione fiscale per il benessere del Solmos repubblicano. Un contribuente, sia esso un cittadino o una società a scopo di lucro, evade il fisco quando sfrutta metodi illegali per non pagare quanto dovuto allo Stato in tasse o contributi, come quelli previdenziali. Il caso di scuola è quello del professionista (autonomo e non necessariamente lavoratore in nero) che non fattura come da obblighi di legge l’entità della prestazione offerta al cliente; in questo caso il professionista evade il fisco per l’importo IVA spettante allo stato, mentre il cliente connivente, pur non disponendo di una ricevuta che attesti l’erogazione della prestazione, cede al professionista un importo pecuniario depurato dalla tassazione aggiuntiva. L’evasore dunque sottrae al suo imponibile la prestazione effettivamente prodotta, nascondendo al fisco l’operazione eseguita e diminuendo la quota parte che di diritto spetta all’Erario, alla collettività. Ciò avviene, come è noto, anche in molti esercizi commerciali, che non emettono scontrini o fattura fiscale al termine della compravendita del bene e del servizio. In quest’ultimo caso sarebbe pertanto corretto parlare di attività sommersa, ossia di un processo di produzione di beni e servizi che sfugge alla regolare imposizione tributaria da parte dello Stato. Evasione fiscale parziale si ha quando ad esempio il registratore di cassa non memorizza la vendita avvenuta, occultando come detto l’esistenza della prestazione. Ma vi può essere anche una forma di evasione fiscale totale, allorché il titolare di un’impresa impiega senza regolare inquadramento contrattuale il lavoratore (che di fatto è un dipendente, a prescindere dall’intervallo temporale definito dal contratto). In questo caso, il lavoratore in nero, il cui costo in un’impresa che rispetta la legge rientrerebbe nelle voci di costo del conto economico, risulta estraneo a qualunque tipo di identificazione. Vera e proprie frode fiscale, in ogni caso, si ha quando il contribuente, pur rispettando i termini della dichiarazione dei redditi e il pagamento delle imposte dichiarate, si avvale di operazione illecite (come, ad esempio, fatturazioni false) per ridurre la somma imponibile e pagare meno imposte sui redditi e quindi meno IVA (che è l’imposta sul valore aggiunto, cioè la quota di spettanza dello Stato sul prezzo di ogni transazione commerciali effettuate dai consumatori finali sul suo territorio).
Esistono moltissimi studi circa l’effettivo peso dell’evasione fiscale in Italia e l’effetto complessivo che la perdita dei contributi di sua spettanza arreca allo Stato. Lo stesso Ministero dell’Economia e delle Finanze, ogni anno aggiorna le sue stime sul fenomeno, basandosi su modelli che contemplano le statistiche strutturali delle imprese e combinano questi dati con i flussi in entrata e in uscita che risultano dalla contabilità nazionale. Ad esempio, per quanto riguarda il 2021 in Italia il differenziale delle entrate fiscali (ossia la differenza tra gli importi dovuti e quelli effettivamente incassati, noto anche con l’espressione anglosassone tax gap) si è attestato a circa 83,6[1] miliardi di euro. Più nel dettaglio, l’evasione delle imposte risultava pari a circa 73,2 miliardi di euro e quella dei contributi[2] a circa 10,4 miliardi di euro.
In generale, è possibile determinare alcuni punti fermi che identificano endemiche criticità del sistema fiscale italiano e che riflettono (identificando un processo di accettazione passiva, cioè di progressivo riconoscimento ed adattamento allo squilibrio, normalizzato a causa delle difficoltà incontrate nel rimuoverlo) l’andamento dell’evasione e più in generale le difficoltà incontrate dallo Stato nella sua attività di autofinanziamento , da effettuarsi, lo si rammenti, tramite il prelievo della ricchezza generata dai cittadini. In tal senso, è noto che il sistema tributario italiano, costruito nei suoi assi portanti nel decennio 1970-1979, si è basato principalmente sulla tassazione dei redditi da lavoro dipendente ed ha fatto leva in particolare sull’applicazione dell’Irpef, ossia l’imposta sul reddito delle persone fisiche. Ciò è in buona parte riconducibile alla struttura stesa dell’Irpef che, nata come imposta generale sui redditi con una base imponibile teorica non limitata ai soli redditi da lavoro con ritenuta alla fonte, ha poi finito per concentrarsi in misura preponderante su questi ultimi. Anche senza considerare i trattamenti pensionistici, i redditi da lavoro dipendente, poco più del 40% del totale dei redditi percepiti nel Paese, costituiscono circa l’80% della base imponibile effettiva del tributo (per l’appunto a causa dell’evasione), che a sua volta genera da solo circa il 40% per cento del totale delle entrate tributarie complessive. Il concetto stesso di progressività ha finito con l’essere stravolto, poiché le altre forme di reddito che si collocano al di sopra o al di sotto del valore mediano sono state ricondotte ad aliquote agevolate, introdotte spesso per mere questioni di tornaconto politico dei governi al potere nel dato periodo storico. È accaduto così che il 43% più povero del totale dei contribuenti Irpef (pari a ca. 41 milioni di persone fisiche) abbia ottenuto un’esenzione pressoché totale dal versamento del tributo, poiché il maggior peso dell’imposta ricade interamente redditi medi e alti. Tuttavia, questi ultimi sono quelli maggiormente soggetti a dichiarazioni fiscali non veritiere (per mancata dichiarazione del reddito reale) e al fenomeno dell’elusione: cosicché la quota maggiore del prodotto dell’imposta è attribuibile ai redditi medi, generati dal lavoro dipendente.[3]
Vista la ristrettezza della sua base imponibile e il fatto che tutti gli altri redditi vengono tassati ad aliquote agevolate, l’elevata progressività del tributo appare difficilmente giustificabile. Il 43 per cento più povero dei 41 milioni di contribuenti Irpef di fatto non paga l’imposta, mentre l’onere grava sproporzionalmente sui redditi medi e alti, con i redditi sopra i 55.000 euro lordi annui (dichiarati da meno del 5% dei contribuenti Irpef) che da soli generano il 38 per cento del gettito complessivo[4]. La correzione di questi aspetti appare dunque strettamente intrecciata al contrasto delle dinamiche dell’evasione, poiché ciascun fenomeno si alimenta con l’espansione dell’altro, creando un circolo vizioso.
Ciò è dovuto al fenomeno siartico già descritto che vede le strutture istituzionali adattarsi progressivamente all’anomalia e renderla non più un fenomeno temporaneo e di carattere emergenziale, ma un sistema di abusi stabile, informalmente tollerato perché ritenuto impossibile da sradicare. La pigrizia, l’inettitudine e i calcoli elettorali di breve periodo dei governanti del vecchio mondo hanno fatto sì che lo Stato italiano si adagiasse sulle fonti di gettito sicure (come le pensioni e i redditi da lavoro dipendente, che con la ritenuta alla fonte assicurano un entrata costante alle casse dell’Erario), trascurando il prelievo fiscale sui redditi degli autonomi e delle partite IVA ed esentando da gran parte delle imposte i nullatenenti e i nuclei familiari poveri (che però spesso contribuiscono alla crescita dell’economia sommersa).
L’evasione, d’altronde, prima ancora di attestarsi come reato tout-court è primariamente un fenomeno siartico. Per quanto riguarda la piccola e media evasione (che coinvolge cioè importi della singola transazione relativamente ridotti, sebbene vi possano essere in un singolo anno migliaia di transazioni) è possibile affermare che il cittadino, convintosi di essere circondato da altri suoi compatrioti disonesti, entra fluidamente in un sistema di scambi informali (del tutto illeciti) accettati anche e soprattutto a livello di abitudini etico-sociali e maggiormente in certe aree del Paese più esposte alle infiltrazioni criminali, all’abuso e al malaffare. L’accordo di connivenza tra venditore e acquirente danneggia la collettività e avvantaggia i soggetti impegnati nel rapporto sinallagmatico, cioè due o più parti che si impegnano a cedere una prestazione (bene o servizio) in cambio di un corrispettivo, di norma valutato a prezzo di mercato. Il prezzo del corrispettivo, depurato dal pagamento delle imposte, è quindi anche anticoncorrenziale nella sua manifestazione diretta.
Quanto all’evasione di capitali che rientra nel perimetro della grande evasione, essa si alimenta di normative fiscali compiacenti e fa pieno uso dei meccanismi di diritto societario, spesso appositamente congegnati dal decisore politico (e introdotti dai tecnici) per occultare l’effettiva consistenza dei redditi da lavoro e più in generale dei patrimoni sottoposti a tassazione. A titolo esemplificativo, basti pensare che tanto redditi da capitale finanziario (come gli interessi percepiti sui titoli di Stato come i BOT, ma anche dividendi azionari, plusvalenze sulla vendita di cespiti, partecipazioni o titoli di credito) quanto i ricavi da affitto di immobili sono sottratti alla tassazione progressiva e sottoposti a imposte sostitutive: 12,5% per i guadagni sui Btp, 26% sui dividendi, 21% per quanto riguarda la cedolare secca sugli affitti che si attesta al 10% se il canone è concordato. In generale, abbondano i regimi di tassazione speciale o in deroga che vanno a ridurre la progressività del sistema contributivo nei confronti dei soggetti più abbienti.
Ma quali sono le conseguenze allo stato attuale del mancato pagamento delle imposte? Ebbene, quella che in termini legali si configura come omissione di versamento di saldo e acconto delle imposte sui redditi (IRPEF per le persone fisiche, IRAP sulle attività produttive[5] e IRES sugli utili delle società a scopo di lucro), prevede, a livello esclusivamente amministrativo, una pena amministrativa pari al 30% dell’importo non versato oltre al 3,5% degli interessi di mora e il 4% per la creazione di una cartella esattoriale a carico del contribuente non in regola.
[1] https://www.mef.gov.it/documenti-pubblicazioni/rapporti-relazioni/documenti/Aggiornamento_relazione_2023_finale_h1710.pdf#page=5
[2] I contributi rappresentano le quote della retribuzione (nel caso di rapporti di lavoro subordinato) o del reddito di lavoro (nel caso del lavoro autonomo, in collaborazione o associato) destinate al finanziamento delle prestazioni previdenziali ed assistenziali previste dalla legge.
[3] OCPI, https://osservatoriocpi.unicatt.it/ocpi-pubblicazioni-come-vengono-tassati-i-redditi-degli-italiani
[5] Il ricavato in questo caso è di competenza delle regioni, poiché l’IRAP è appunto una delle principali fonti di finanziamento degli enti locali.