Perché amiamo la Terra? Perché sulla Terra sbocciano i fiori. Abbiamo abbandonato la nostra gente perché disprezzavamo i vizi degli uomini; oggi combattiamo perché gli uomini si accorgano di vivere già in Paradiso.
Un Paradiso che si deve proteggere e purificare.
Questa è la nostra libertà, la nostra forma di giustizia. Harlock e Rei
Quanto incide la presenza della criminalità organizzata nelle dinamiche dell’economia italiana? Vi sono molti dati a disposizione che possono chiarire l’intensità del fenomeno. Secondo i dati Transcrime 2015 e Istat 2021 le attività illegali i cui proventi entrano nelle casse della criminalità organizzata ammonterebbero a circa il 2% del PIL annuo italiano, una cifra vicina ai 40 miliardi di euro. L’indice di presenza della criminalità organizzata mostra valori più elevati nel Mezzogiorno, sebbene l’intensità economica delle attività criminali risulti significativa anche in alcune aree del Centro Nord[1]. Da un punto di vista meramente geografico, le mafie specializzate nel controllo capillare del territorio (operanti nella forma cd. di power syndicate, ossia di organizzazione incentrata sull’attività di coercizione mediante mezzi di pressione intimidatori) appaiono maggiormente attive nel Mezzogiorno. Al contrario, le mafie specializzate nel riciclaggio di denaro e dedite ad attività commerciali e finanziarie legali (nella forma di cd. enterprise syndicate, organizzazioni pronte ad agire come imprese legittime nell’economia bianca o visibile), appaiono più radicate nel Centro Nord.
Guardando al complesso dell’economia grigia o non osservata, il cui valore totale è pari a circa 200 miliardi di euro e presenta un’incidenza non inferiore all’11,3 per cento del PIL (Istat 2021, Banca d’Italia 2021), la percentuale di attività non registrate attribuibili alla criminalità organizzata è senza dubbio rilevante. L’economia grigia, infatti, si compone per quasi il 50% delle sottostime degli operatori economici circa le attività economiche svolte (si pensi al problema dell’evasione e dell’elusione fiscale), per oltre il 30% dell’impiego di lavoro irregolare (lavoro nero o lavoro dichiarato con rilevanti distrazioni di contributi erogati in nero) e per oltre il 10% da attività illegali.
Dunque, la stima del 2% del Pil potrebbe essere persino sottostimata rispetto all’incidenza economica reale delle operazioni di “filiera” della criminalità organizzata-
Il complesso dell’economia non osservata vale oltre 200 miliardi di euro, l’11,3 per cento del PIL (Istat, 2021). Guardando alle sue componenti principali, l’economia non osservata è attribuibile per quasi la metà alle sottodichiarazioni degli operatori economici e per oltre un terzo all’impiego di lavoro irregolare, mentre le attività illegali rappresenterebbero circa un decimo del totale
Ciò incide in primo luogo sulla reperibilità dei fattori produttivi. In presenza delle mafie diventa difficile accumulare capitale pubblico e privato; il primo, ad esempio, viene stornato per sostenere lo sforzo economico necessario alla prevenzione e al contrasto dell’attività criminale: ciò naturalmente va a ridurre la quota di investimenti da destinare ai progetti industriali e infrastrutturali. Per quanto riguarda il capitale privato, si configura invece il problema cruciale della disincentivazione ad investire: i soggetti privati percepiscono l’attività criminale come fattore di rischio, tale da ridurre sia la domanda per il bene o servizio offerto, sia i rendimenti attesi da qualsiasi tipologia di investimento sul territorio. La presenza della criminalità offre un’alternativa rischiosa ma immensamente profittevole a fasce sociali indebolite dall’andamento dei prezzi e dei salari e con poche vie di sbocco nel mercato del lavoro legale. Da un lato, le manovalanze criminali rinfoltiscono le proprie fila mediante un costante processo di cooptazione di nuove reclute; dall’altro, aggredendo il tessuto economico legale, le minoranze criminali spingono i giovani con istruzione terziaria o secondaria avanzata ad emigrare, in altre aree del Paese o all’estero. Ma la presenza mafiosa erode anche la produttività complessiva del lavoro e del capitale, come studiato nel questionario di Economia e Finanza della Banca d’Italia. La presenza del caporalato, lo sfruttamento dell’immigrazione clandestina e la cooptazione di manodopera che dispone di limitate competenze ed è costretta ad accettare salari contrari ad ogni dignità, rientra nel vasto quadro degli effetti dell’agire delle mafie sul mondo del lavoro. Dal lato del capitale, invece, sono la corruzione ed il clientelismo che si infiltrano negli Enti locali e nelle amministrazioni pubbliche a condizionare i piani di spesa: essa, come esposto nel rapporto Bankitalia, “viene riorientata verso finalità particolaristiche, a discapito dell’interesse generale”. Inoltre, nelle aree caratterizzate da una diffusa rete clientelare e da fenomeni di corruttela diffusi a più livelli, l’afflusso di fondi pubblici tende ad essere maggiore, sebbene ciò non dipenda dalla capacità delle imprese di generare valore sul territorio, quanto dall’assegnazione di bandi pubblici e appalti orientata dalle connivenze tra dipendenti pubblici e rappresentanti delle organizzazioni criminali. Per di più, l’esistenza sul territorio di imprese che possono contare su flussi di cassa cospicui a prescindere dall’andamento economico dell’attività operativa (si pensi al costante conferimento di denaro riciclato e dei fondi distratti da conti esteri, frutto di frodi fiscali e mancati pagamenti) nuoce enormemente alle imprese legali. L’impresa infiltrata e controllata dalle reti criminali gode di favori e protezioni di rilievo, opera a costi più bassi (potendo contare su protezioni di amministratori compiacenti, ma anche spesso su manodopera extra-comunitaria, da impiegare mediante forme di lavoro nero o grigio) e soprattutto si aggiudica surrettiziamente gli appalti predisposti ad hoc da municipalità e enti compiacenti. La compiacenza della classe dirigente ad ogni livello danneggia poi la qualità generale di quest’ultima, i cui membri tendono ad avere un’istruzione di livello medio-basso. La classe dirigente perde l’apporto di coloro che dispongono di un titolo di studio di rango superiore in quanto questi ultimi sono scoraggiati dalla violenza esercitata dalle minoranze criminali sugli amministratori che operano secondo il dettato costituzionale di disciplina e onore.
Si pensi ad esempio all’azione delle cosiddette ‘ndrine calabresi, le quali complessivamente movimentano circa 40 miliardi di euro rispetto al totale del valore economico degli illeciti[2]. La maggior fonte di ricavi proviene dalla vendita di sostanze stupefacenti sul territorio nazionale, mentre il resto è attribuibile alle varie attività nell’orbita dell’enterprise syndicate (come, ad esempio, l’ottenimento illecito di fondi pubblici e la riscossione di rendite estorsive prelevate da imprese terze).
Le ‘ndrine riciclano i proventi della vendita di droga attraverso complesse operazioni finanziarie. Nell’ultimo decennio, in particolar modo per evitare la tracciabilità dei pagamenti da parte delle istituzioni competenti, i membri delle cosche hanno fatto ampio uso di criptovalute, sistemi di pagamento cd. hawala (a carattere informale, con commissioni e senza strumenti cambiari), per importi di svariati miliardi di euro. Alla fine, i proventi approdano presso conti intestati a prestanome, localizzati presso paradisi fiscali (cd. tax haven) o reinvestiti in attività economiche legali (grandi catene alberghiere, banche commerciali, partecipazioni in società extra-europee etc.).
Il fenomeno si è a tal punto aggravato che le movimentazioni di denaro sporco non sono più possibili solo grazie all’infedeltà di quadri bancari corrotti o infedeli, ma di sistemi finanziari costruiti per attirare liquidità di provenienza illecita.
Le attività finanziarie della criminalità organizzata sono equiparabili a quelle di un grande fondo pensione, che immette presso le principali Borse mondiali un impressionante ammontare di prodotti finanziari complessi. Ad esempio, i cd. mafia bond, ossia le obbligazioni emesse da istituti di credito con il capitale immesso dalle organizzazioni criminali, fungono da strumento ricattatorio: bloccando l’accesso a quei fondi, i capi malavitosi possono drenare liquidità disponibile presso la banca emittente. Dal momento che le obbligazioni sono negoziate sul mercato e che esse sono girate addirittura a Stati tramite broker ed intermediari, l’influenza delle cosche tramite queste provviste finanziarie è assai rilevante, soprattutto in ragione dell’aumento dei tassi di interesse. Un esercito di trader, hacker e consulenti favoreggia i clan, aiutati da membri dei servizi segreti di vari Paesi infedeli che aiutano a nascondere le operazioni alle verifiche interbancarie.
I canali di movimentazione ufficiale del denaro sono molti: i consulenti fanno uso di schede nere, conti dormienti, garanzie bancarie, i già citati blocchi di fondi. Esperti informatici vari fabbricano e immettono sul mercato contratti falsi, procure bancarie intestate a prestanome etc. I facilitatori (o faccendieri, terminologia con cui si suole indicarli nel gergo giornalistico italiano) mettono in contatto i nodi della rete criminale: in cambio di laute (e del tutto illegali) provvigioni aiutano l’interscambio di informazioni tra negoziatori e clan. Le falle giuridiche di ordinamenti più permissivi sulla materia del riciclaggio di quello italiano (come quello del Regno Unito o) permettono di creare società a responsabilità limitata (nel diritto di common law “limited company” o ltd) blindate. Una rete di joint ventures composte da società fittizie stipulano contratti per l’esecuzione di progetti in realtà esistenti solo sulla carta. Banche frodate da funzionari fedeli concedono allora fidejussioni bancarie e linee di credito a gruppi “fantasma”. L’elevata remunerazione di operazioni di questo tipo (classificabili come truffe bancarie ma anche come sofisticati furti a danno dei correntisti) attira l’attenzione di molti personaggi ignari di qualunque forma di etica (figurarsi di quella Aurea) che preferiscono correre il rischio del licenziamento e dell’arresto in cambio delle commissioni promesse sulle ricche partite di giro. Così, attraverso questa miserevole e truffaldina galassia di compravendita di obbligazioni spazzatura e concessione di linee di credito, le mafie diventano creditrici dei governi e associano al tradizionale potere connesso alle attività di power syndicate l’indebita ingerenza dell’enterprise syndicate.
Il capitalismo neoliberista, figlio del Washington consensus, ha fornito anche ai più attivi tra i criminali infinite occasioni di guadagno a danno dei cittadini onesti, non tutelati dalle istituzioni e di fatto derubati più volte. Le mafie nascondono rilevanti capitali al fisco, alimentando l’economia informale e deprimendo gli investimenti legittimi; poi investono i guadagni ottenuti per diventare creditori degli Stati, già danneggiati dalle tante forme di taglieggiamenti patrocinati dalle cosche.
Risposte programmatiche alle attività criminale
Il modulo Iustitia del programma del PRS prevede lo stanziamento prioritario di ingenti risorse per finanziare la guerra alle organizzazioni criminali. Si parla di guerra, e non di mero contrasto, perché da anni i numeri citati nei paragrafi precedenti autorizzano a parlare della criminalità organizzata come di una potenza militare ed economica gigantesca, paragonabile ad uno Stato sovrano dotato di amplissimi mezzi. Tuttavia, gli Aurei non esitano ad affermare che le mafie non sono affatto Stati falliti, quanto parassiti dello Stato di diritto. Non potrebbero esistere o sopravvivere in assenza di ordinamenti basati sul diritto e maggioranze di onesti disposti a rispettarlo. Minoranze di coscritti, dunque, assorbono e drenano le risorse economiche prodotte dai cittadini attivi che producono ricchezza visibile operando nel Paese legale. Il Paese parallelo, illegale eppure inestricabilmente connesso al piano tangibile della legalità, si nutre degli sforzi della parte sana della comunità, assicurando ingenti profitti ad una ristrettissima cerchia di capi (abbienti, eppure costretti a vivere in cattività gran parte delle loro vite) e briciole a milioni di oppressi.
Questa premessa è importante, perché giustifica la decisione Aurea di reagire all’ingerenza dei pochi (prime vittime del sistema siartico) con mezzi imponenti. Non si tratta di arrestate parte della manovalanza criminale; non si tratta di sequestrare una frazione dei loro patrimoni; non si tratta di restituire all’economia legale porzioni di territorio controllate con la violenza e la forza; non si tratta, ancora, di distruggere questa o quella partita di stupefacenti importati di contrabbando e distribuiti sul territorio.
L’Eringsir è una guerra da combattere senza quartiere e senza possibilità di compromesso, pur mantenendo fermo il vincolo del rispetto della legge e dell’etica. Non si combattono gli smarriti con i mezzi degli smarriti: li si ferma e li si redime facendo uso della forza del diritto e della potenza dell’educazione, di più dell’erudizione.
L’approccio deve essere fondato sulla razionalità. Vi sono alcune semplici considerazioni che possono indirizzare l’esposizione, lanterne che illuminano la via sacra dell’Amenoukihashi.
Paragrafo I- Affrontare la questione del narcotraffico-
Da dove traggono ricavi le consorterie criminali? Una parte non trascurabile, come accennato, proviene da fenomeni attivi di rapina, estorsione, usura, ricatto etc. In questi casi specifici è l’organizzazione che si muove autonomamente, facendo uso della violenza coercitiva per farsi spazio nel tessuto economico, iniziando ad assorbire profitti facendo leva sulla paura di ritorsioni imprevedibili e gravi (roghi dolosi, lesioni personali, vandalismo, aggressioni ai familiari etc.).
Tuttavia, la parte preponderante dei ricavi dei clan deriva dall’offerta di beni e servizi domandati da una parte della comunità dei cittadini. Questa formazione eterogenea di individui che attraversa la piramide sociale, per definizione interclassista, manifesta dei bisogni che il mercato legale non riesce a soddisfare. Gioco d’azzardo, prostituzione, consumo di stupefacenti, fruizione illegale di contenuti protetti da diritto d’autore etc., sono solo esempi di beni e “servizi” proibiti o limitati dalla legge. Quest’ultima, infatti, non è che la trasposizione riconosciuta e applicabile di un insieme di proibizioni legate all’Etica di stato, a sua volta nei fatti riflesso dell’etica privata dei legislatori (quantomeno nelle democrazie rappresentative). L’ipocrisia dei legislatori in questo è pari a quella degli eletti, poiché nella stragrande maggioranza dei casi né gli uni né gli altri ammetterebbero a cuor leggero che il mondo reale non funziona come quello tratteggiato dalla legge formale. Come è noto, esistono vizi legalmente perseguibili, che però sono largamente diffusi e nella pratica sostanzialmente tollerati nel Paese reale[3]. Il traffico di droga, ad esempio, è onnipresente nelle grandi metropoli occidentali (certamente non solo in quelle italiane), alimentato da una folla di spacciatori e ricettatori di piccolo e medio cabotaggio che fungono da fanteria delle macro-divisioni criminali. Lo stigma del consumo di droga, ben presente ancora verso la fine del XX secolo (quando il consumo di stupefacenti era molto diffuso tra individui già ai margini della piramide sociale), si è tuttavia da tempo liquefatto. Così come del resto è accaduto con l’alcol ed il tabacco, il veleno di buon sapore è richiesto dai cittadini più dell’ortaggio amaro: non desta alcuna sorpresa negli Aurei la circostanza che questa convenzione trovi ampio spazio nella siarte.
Nessun mercato, senza domanda, potrebbe sopravvivere. Ciò è confermato in primo luogo da dati circostanziati. Secondo il rapporto 2023 del DCSA, in Italia nel 2022 sono stati sequestrati stupefacenti per 75.007,03 kg, di cui 24.563,40 kg (32,59%) presso le aree di frontiera, a fronte dei 92.792,94 kg sequestrati nel 2021, dei quali 26.755,87 kg (28,83%) in aree frontaliere. Nel 2022, in definitiva, la quantità complessiva di droga, intercettata presso i vari ambiti frontalieri, ha fatto registrare un decremento dell’8,19% rispetto al 2021. Tra le sostanze sequestrate in kg nel 2022, la cocaina, con l’83,17% sul totale intercettato alle frontiere, è la prima sostanza, seguita dalla marijuana, dall’hashish, dalle altre droghe, dall’eroina e dalle droghe sintetiche.
A questo punto si inizia a scorgere la questione fondamentale: qual è l’approccio da seguire per ridurre le fonti di guadagno delle mafie? Si dovrebbe intervenire sulla filiera della produzione e della distribuzione oppure implementare strategie di limitazione della domanda? È possibile perseguire entrambi gli approcci oppure occorre concentrarsi solo su uno di essi?
Si proceda facendo uso della Logica Aurea e della dialettica del Terminus.
In primo luogo, è chiaro che se non vi è disponibilità materiale di un bene o di un servizio in un certo mercato, i consumatori si rivolgeranno a beni e servizi alternativi (se non nella stessa classe di soddisfazione del bisogno, quantomeno in classi contigue o comunque collegate). Ma la caratteristica fondante delle sostanze stupefacenti è che esse creano dipendenza: non a caso i beni sostitutivi più vicini alle droghe sono l’alcol e il tabacco, la cui vendita all’acquirente finale è consentita in tutti i Paesi OCSE (seppur vietata ai giovanissimi, con soglie di sbarramento al consumo che variano da Paese a Paese). Bisogna perciò distinguere gli effetti sociali relativi alla distruzione o alla cessazione di beni e servizi proibiti, da quelli economici e ambientali.
L’esempio che fanno i cavalieri del Sole è indicativo di questa separazione. Se fosse possibile inviare un contingente internazionale per supervisionare un’operazione di bonifica e riconversione di vasti appezzamenti di terreno agricolo destinati alla coltivazione della THC o della pianta della coca, denaro pubblico verrebbe usato per tagliare alla fonte la materia prima del commercio proibito.
Gli effetti ambientali sarebbero evidenti: campi immensi (nell’ordine delle migliaia di ettari) che prima producevano colture sostanzialmente incapaci di sfamare l’uomo, a seguito di eradicazione vengono destinati alla coltivazione di piante nutrienti o all’allevamento, a seconda della strategia di mercato del soggetto che ha ricomprato dallo Stato il terreno sequestrato ed in seguito espropriato[4] . Naturalmente anche gli effetti economici sarebbero rilevanti: capitali prima movimentati per l’acquisto di sostanze illecite e poi occultati presso conti fantasma e paradisi fiscali tornano nel circuito dell’economia legale o quantomeno non ne fuoriescono, Ciò comporta, nel medio periodo, un aumento del gettito fiscale che interessa tutte le amministrazioni statali dove le mafie avevano localizzato la filiera (a monte e a valle). Inoltre, l’economia locale rinasce: il sistema delle monocolture mafiose non è dissimile da quello in voga nel XIX secolo e a lungo andare è economicamente svantaggioso.
Quali sono gli effetti da un punto di vista sociale? A monte, migliaia di lavoratori schiavizzati o sottoposti ad un pesantissimo caporalato vengono liberati; come compensazione (ovviamente la scelta finale spetta al lavoratore o alla lavoratrice) gli si può offrire un regolare contratto di lavoro nelle imprese legali sorte sui terreni confiscati, a condizioni parificate rispetto ai lavoratori dipendenti del settore. A valle, le mafie perdono potere sul territorio e iniziano a regredire, limitando il proprio giro d’affari. Tuttavia, resta il problema dei consumatori insoddisfatti. Essi potranno rivolgersi a droghe alternative e sostanze sintetiche, a farmaci alterati, all’alcol e al tabacco etc. Le mafie cercheranno di intercettare quei bisogni come una qualsiasi azienda ordinaria: modificando la loro strategia di posizionamento sul mercato e le loro attività di marketing.
La limitazione dell’offerta appare dunque essenziale e anzi indispensabile nella misura in cui l’intervento di distruzione delle merci incriminate è proporzionato alla grandezza del mercato e sostenuto da istituzioni pubbliche e attori privati che coordinano i loro sforzi a livello internazionale e locale. In mancanza di coordinamento internazionale, l’attività di contrasto al narcotraffico potrà avvenire solo a valle, limitandosi al blocco della distribuzione e in qualche caso all’eliminazione degli impianti di trasformazione del prodotto finito. Ciò ovviamente sarà meno efficace di un’azione coordinata a tutto campo.
Come appare chiaro, lo Stato non può limitarsi alla distruzione o alla limitazione dell’offerta in punti diversi della filiera. Si deve quindi prendere in considerazione l’opportunità di allargare il campo di intervento ad altre azioni di contrasto.
Il primo pensiero degli Aurei va ovviamente all’azione di smantellamento sistematico delle strutture economiche che consentono di negoziare il bene illecito. L’azione di dissuasione (introdotta ad esempio mediante un inasprimento delle pene e delle sanzioni amministrative per tutti gli attori della filiera) può certamente costituire un forte deterrente all’ingresso nell’azienda mafiosa. Si parla di ingresso, appunto, perché i capi delle cosche tendono a mettere in conto i rischi della reclusione sull’esempio di affiliati (molto spesso familiari) che hanno fatto lo stesso. Ma il sistema di dissuasione deve sostanzialmente differenziarsi dalla pura e semplice azione repressiva. Si può dissuadere un cittadino dal commettere un reato o mediante l’inasprimento dei controlli e delle pene oppure mediante la creazione di uno stigma sociale potente nei confronti di chi commette le attività illecite. Entrambe le strade possono essere percorse contemporaneamente, a patto che vi sia raccordo e dialogo vero tra il legislatore, le forze di pubblica sicurezza e i principali veicoli di trasmissione delle convenzioni siartiche (social network, programmi televisivi, radio, giornali, educazione scolastica etc.). Nei limiti dello scopo di rieducazione del reo, dunque, l’affiliato a qualunque genere di cosca o organizzazione con scopo mafioso (e occorrerà allargarne le fattispecie…) deve essere posto in una condizione di esclusione sociale. Il mafioso, lo dicono la stragrande maggioranza delle sentenze che riguardano la su condotta illecita, spadroneggia sempre e comunque nella sua zona di riferimento, spesso nella città e nel quartiere natale: è temuto, riverito, blandito in ogni modo dai suoi stessi concittadini. Fino alla sua condanna, tutto gli è permesso e nulla gli è esplicitamente negato.
Questa vergognosa trafila deve essere interrotta. E l’unico modo per farlo è punire in modo severo anche i fiancheggiatori e chi non denuncia alla pubblica autorità lo svolgersi dell’attività mafiosa.
In altre parole, come mai si è fatto prima in Italia, occorre punire l’omertà e premiare chi trova il coraggio di denunciare. Gli interventi legislativi legati a questa iniziativa saranno elencati negli allegati ai paragrafi successivi.
Tornando alla Scala ad Caelum, la progressione logica conduce in modo netto a delle conclusioni molto precise. Si è visto infatti quello che si può fare dal lato dell’offerta e dal lato del venditore della sostanza illecita. Adesso occorre considerare come limitare o abbattere drasticamente la domanda del bene vietato.
A riguardo si sono affermate nel tempo essenzialmente due scuole di pensiero. La prima chiede la depenalizzazione dei vari reati connessi alla produzione, alla trasformazione e alla distribuzione delle sostanze stupefacenti dagli effetti collaterali minori, cd. droghe leggere. Questa posizione non sarebbe una novità in senso assoluto nella Storia occidentale: si replicherebbe lo schema che ha condotto ad esempio dapprima alla rimozione dello stigma associato al consumo di alcolici e poi alla liberalizzazione complessiva del settore. In sostanza ciò che si ripete è la resa dello Stato nei confronti del vizio siartico, accettato dalla maggioranza e quindi tollerabile anche dal popolo che governa lo Stato (o meglio dai rappresentanti che i cittadini virtualmente eleggono per tutelare i propri interessi). D’altronde, alcuni pensatori sostengono che non spetta allo Stato fissare un’Etica pubblica alla quale i cittadini devono aderire in assoluto: in questo senso andrebbero vietate solo quelle pratiche che sono quindi estranee ai boni mores siartici (come la rapina, attacco alla proprietà privata, o il vandalismo contro un monumento, attacco ad un bene pubblico). Come è stato specificato nell’Aurora, gli Aurei seguono una strada diversa.
Lo Stato Solmos deve farsi portatore dell’Etica degli eroi, la quale appartiene sempre e comunque a tutti i cittadini. E laddove l’Etica pubblica è variabile, perché è costruita per accogliere pedissequamente i dettati e le regole siartiche, l’Etica degli eroi è fissa, immutabile ed immortale. Non possono esserci compromessi di sorta o modifiche dell’Etica nel corso del tempo: se si ammettesse la possibilità di modificarla, la si priverebbe di qualunque significato o utilità, manomettendola alla radice. Solo il fallimento nella costruzione della convinzione universale porterebbe alla rinuncia dei principi sanciti dall’Etica nuova. Alla luce di ciò, abbattere la domanda di beni illeciti attraverso la depenalizzazione di un certo numero di reati sembrerebbe una strada da scartare. Questo perché l’Etica degli eroi deplora la ricerca del piacere che va a danno della comunità; il consumatore di sostanze stupefacenti, persino quando capace di limitarsi ed assumere le dosi in modo saltuario, provoca comunque un danno a se stesso, di entità variabile. Come Persona portatrice di diritti e doveri, il consumatore di sostanze illecite è a pieno titolo parte della comunità e deve rispondere all’Etica che la comunità ha scelto per proteggere il benessere collettivo.
In questo senso, ovviamente, la probabilità del passaggio da un consumo irregolare a uno pianificato di sostanze illecite aumenta nel momento in cui vengono meno i vincoli all’assunzione: ciò aumenta esponenzialmente i rischi ed espone a notevoli difficoltà i cari e i congiunti del tossicodipendente. D’altronde, questa stessa progressione si riscontra nel graduale peggioramento delle condizioni mediche in cui incorrono il fumatore e l’alcolista, la cui speranza di vita tende a decrescere con l’uso continuato (e talora combinato) di tabacco ed etanolo.
Da un punto di vista di politiche di contrasto alle attività criminali, occorre esaminare le conseguenze di questa scelta, di seguito elencate con maggiore dettaglio.
- L’impegno repressivo delle forze dello Stato trarrebbe considerevole vantaggio dalla depenalizzazione della produzione e del commercio delle cd. droghe leggere, come la THC. Lo Stato italiano impegna circa la metà delle sue forze di pubblica sicurezza per attività in contrasto del fenomeno. Una cifra senza dubbio elevatissima che dimostra come la fonte primaria di introiti delle mafie venga dal margine praticato sul commercio degli stupefacenti. L’impiego di un tal numero di unità sul territorio naturalmente indebolisce l’azione di controllo e repressione di attività illecite considerate maggiormente lesive al tessuto economico-sociale (traffico di droghe pesanti, riciclaggio, corruzione di pubblici amministratori etc.). Non a caso i difensori della liberalizzazione delle droghe leggere ritengono che il libero mercato sia la sola garanzia dell’incontro regolare tra la domanda e l’offerta. In realtà, quantomeno nel breve e nel medio periodo, l’”azienda” mafiosa manterrebbe una posizione di assoluta primazia nel mercato liberalizzato, in funzione del grande vantaggio competitivo accumulato nel corso degli anni. Si consideri a titolo d’esempio la filiera di produzione della cocaina in mano ai narcotrafficanti dell’America Centrale e Meridionale, che controllano la produzione su scala globale della cannabis, della pianta della coca etc. Citando il report DCSA: “In Sud America si produce la totalità della cocaina che si consuma a livello mondiale. Alcune analisi evidenziano come il 75% delle organizzazioni criminali transnazionali che operano in America Latina siano dedite al traffico di stupefacenti. I traffici di cocaina, in sostanza, si muovono per via marittima (82%), terrestre (11%) e aerea (7%) dai Paesi produttori (Colombia, Perù e Bolivia) a quelli di consumo (in particolare Stati Uniti, Cina, Spagna, Belgio, Paesi Bassi, Italia e Germania) attraverso i cd. Paesi di transito (Brasile, Venezuela, Ecuador, Cile, Panama, Honduras, Costa Rica, Guatemala e Messico). A livello mondiale si stima che l’area coltivata ad arbusti di coca sia rimasta sostanzialmente invariata nel 2020, con 234.200 ettari3, il 5 % in meno rispetto al picco raggiunto nel 2018. La diminuzione del 7,1% della superficie coltivata a coca in Colombia nel 2020, infatti, è stata compensata dagli aumenti che si sono registrati in Perù (13%) e in Bolivia (15,3%)”. Come è tristemente noto, Stati come la Colombia o l’Ecuador sono ostaggio dei cartelli della droga, comandati con efficienza militare da una cerchia ristretta di capi-imprenditori. È evidente che la depenalizzazione di una sola classe di prodotti in un singolo Stato non abbatterebbe i lucrosi commerci clandestini.
- Lo Stato, rinunciando a rendere lecito e quindi tracciabile un mercato nero al di fuori del suo controllo, abbandona ogni prospettiva di incremento degli introiti fiscali, realizzabile mediante la legittimazione del mercato stesso. Questa perdita secca si stima nell’ordine dei dieci miliardi di euro l’anno, di cui otto attribuibili al mancato gettito aggiuntivo e due miliardi connessi al mancato risparmio che si genererebbe dal minore aggravio burocratico ed operativo in carico alle forze di pubblica sicurezza[5].
- La liberalizzazione porterebbe in prospettiva alla riduzione della popolazione carceraria e al contestuale abbassamento della soglia dei carichi pendenti: tutto ciò si tradurrebbe in un minore aggravio in termini di costi e di risorse impiegate per il settore della giustizia.
I tre punti in oggetto sono rilevanti, sebbene di per sé non decisivi. Come verrà esposto nei paragrafi successivi, l’organico delle forze di pubblica sicurezza e l’aggiornamento delle sue strumentazioni tecniche subiranno in ogni caso un deciso incremento in quantità e qualità. Gli Aurei intendono dunque compensare lo sfruttamento intensivo delle forze di pubblica sicurezza per azioni di contrasto al traffico di stupefacenti, con una loro maggiore efficienza. Quanto al punto 2), è convinzione degli Aurei che il gettito fiscale aggiuntivo (particolarmente nell’area dell’Italia centro-meridionale) generato nel medio periodo dalla diminuzione delle attività di spaccio sul territorio supererà gli introiti addizionali prodotti da un’eventuale depenalizzazione. Questa posizione è confermata da diversi studi autorevoli, peraltro elaborati dai centri di ricerca sovvenzionati dallo Stato stesso (ancora una volta, la comunità che non ascolta se stessa…). Facendo tornare le lancette indietro di 20 anni, già nel 2003 le rivelazioni del CENSIS (definite inattendibili dagli autori per gli errori rilevati nel questionario, ma si tratta comunque di una stima per difetto) ammonivano che le mafie sottraevano al PIL pro-capite del Centro-Sud una cifra attorno ai 7,5 miliardi di euro, equivalente a una mancata crescita del PIL nominale pari a 2,5 punti base. Il rapporto già citato della Banca d’Italia di Mocetti e Rizzica (2021), non fa che certificare il trend, che è se possibile persino peggiorato. Le mafie, elaborando uno scenario controfattuale basato sulle serie storiche fornite da Pinotti[6] (2015), avrebbero sottratto 5 decimi di punti percentuale alla crescita complessiva del Mezzogiorno. Ora, tenuto conto che la crescita base è fondamento di ulteriore crescita (calcolabile solo sulla base di stime previsionali molto inaffidabili) e che in ogni caso la maggior fonte di ricavo primario delle mafie resta la compravendita di stupefacenti, si può capire come i dieci miliardi di gettito aggiuntivo che lo Stato incasserebbe depenalizzando il mercato nero della droga potrebbero essere agilmente compensati semplicemente dall’espansione dell’economia legale.
Infine, anche l’obiezione 3) può essere agilmente superata. La diminuzione della popolazione carceraria e del numero dei processi è infatti auspicabile, ma solo laddove il fenomeno si accompagna ad una riduzione dei reati complessiva nel territorio di riferimento. Ma di quali reati si parla? Certamente di quelli palesi, ma anche e soprattutto di quelli occulti, quelli cioè in corso o conclusi, ancora in attesa di essere scoperti dalle forze dello Stato e di diventare oggetto di procedimenti civili, amministrativi o penali. La diminuzione della popolazione carceraria praticata mediante la cancellazione dei reati, la concessione di amnistie e indulti e la frequente concessione di pene accessorie, integrative o alternative (es. gli arresti domiciliari o l’obbligo di fornire servizi di pubblica utilità) rappresenta nei fatti un fenomeno completamente diverso. I reati, infatti, non diminuiscono; l’effetto disincentivante delle attività criminali sullo sviluppo dell’economia legale non cessa; i capitali sporchi continuano ad essere riciclati; ciononostante lo Stato si arrende, per mancanza di fondi e quindi di personale operativo. Depenalizzare la distribuzione di un bene la cui distribuzione illecita oggi riempie le carceri, non è in sostanza una strategia compatibile con il Welfare state patrocinato dagli Aurei.
Queste considerazioni acquisiscono ancor maggior risonanza se si pensa alle argomentazioni addotte per giustificare la proibizione e anzi l’inasprimento della normativa antidroga. In primo luogo, in riferimento alla distinzione tra droghe leggere e pesanti, gli studiosi concordano nell’affermare la sostanziale debolezza di questa categorizzazione empirica delle sostanze illecite, quasi come se queste ultime costituissero classi merceologiche distinte. Stando ai prelievi a campione effettuati sulle partite di cannabinoidi sequestrate dalle forze di polizia, si registra un deciso incremento dei residui resinosi della THC, con valori più che raddoppiati rispetto alla media di appena una decina di anni prima.
La tendenza al sovradosaggio del principio attivo assume una valenza particolarmente rilevante, in quanto molti studi confermano il danno allo sviluppo cerebrale in età adolescenziale prodotto dal sovradosaggio di cannabinoidi e oppiacei.
La liberalizzazione del mercato produrrebbe i suoi effetti unicamente sulla popolazione maggiorenne e metterebbe a disposizione nel circuito legale droghe e derivati con tasso di THC molto inferiore rispetto a quello dei prodotti scambiati sul mercato nero. In breve, le mafie riuscirebbero a smerciare le partite di sostanze incriminate in maggior quantità, con un maggior tasso di THC e ad un prezzo concorrenziale, ad una platea di consumatori maggiore di quella abilitata all’acquisto nel circuito legale (i cittadini e le cittadine minorenni).
Esistono anche esempi pratici che sono portati a supporto di queste tesi. Nel 2018 il governo canadese decise di liberalizzare il consumo di THC, consentendone l’acquisto ed il consumo anche alla popolazione ancora minorenne. L’anno successivo, il National Cannabis Survey del primo trimestre 2019[7] attestava che il consumo di stupefacenti era aumentato nella fascia di popolazione dai 45 ai 64 anni, portando la percentuale di consumo nella fascia 15-64 al 18%. L’aumento del consumo, tuttavia, non ha visto il decollo delle vendite presso i canali autorizzati alla distribuzione; al contrario, la superiorità organizzativa delle mafie locali e la loro capacità di proporre prezzi più bassi al consumatore rispetto a quelli praticati dagli esercizi legali (in ragione anche del carico fiscale evaso) ha dato luogo ad un aumento del traffico di stupefacenti illecitamente negoziati nel territorio canadese. In definitiva è diventato più semplice per le mafie vendere THC alla popolazione, in ragione del passaggio dal traffico illegale al semplice contrabbando.
II- Azioni che il PRS intende intraprendere per restringere e in prospettiva eliminare il flusso di ricavi illeciti a disposizione dei narcotrafficanti
Le affermazioni esplicitate al paragrafo precedente conducono la trattazione ad un punto decisivo. La via maestra per strozzare il flusso di ricavi illecito catturato dalle mafie passa sia per azioni di limitazioni dell’offerta, sia per azioni di limitazione della domanda.
Dal lato dell’offerta e nel caso del traffico di stupefacenti, si dovranno eseguire apposite maxioperazioni di sequestro e distruzione del prodotto finito illecitamente negoziato sul territorio del Paese. La legislazione dovrà elaborare una strategia di contrasto sulla base dei dati disponibili, che sono da tempo sottolineati dai rapporti di pubblica sicurezza.
Quali sono i canali privilegiati di ingresso delle sostanze stupefacenti in Italia? Secondo il recente rapporto DCSA (Direzione Centrale Servizi Antidroga)[8], in relazione al traffico di cocaina (stupefacente oggetto del 83,17% dei sequestri su un totale di oltre 75 tonnellate), la frontiera marittima risulta essere di gran lunga il varco d’ingresso prediletto dalle varie organizzazioni di stampo mafioso per questa tipologia di stupefacenti. Ciò non stupisce: i referenti transnazionali delle mafie locali, dopo aver effettuato la lavorazione della coca nei Paesi d’origine (in particolar modo presso l’Ecuador, tendenza confermata dalle operazioni di sequestro), collocano i famigerati pacchetti blisterati in appositi container, piazzati su navi cargo intestate a società fittizie (spesso con sede legale in paradisi fiscali). Il trasbordo dei carichi illeciti avviene con particolare frequenza presso il porto di Gioia Tauro (RC): con circa il 68% dei carichi sequestrati localizzati in quell’area, esso si presenta come feudo incontrastato delle ‘ndrine calabresi[9]. Intere flotte di navi cargo, motopescherecci, motoscafi, rudimentali sottomarini etc. cariche di sostanze stupefacenti giungono così in Italia, senza che le ispezioni dell’agenzia delle dogane e quelle effettuate dalle autorità antidroga riescano ad arginare del tutto il fenomeno. L’interruzione dell’offerta, più che da un’attività di controllo sui trasporti terrestri ed aerei, deve passare dunque attraverso un potenziamento dei controlli portuali.
Modulo Themis, NSA, attività di contrasto al narcotraffico, Punto I: Gli Aurei, se eletti in Parlamento ed eventualmente inclusi nell’organigramma di governo (anche di coalizione), si impegnano, mediante gli appositi strumenti legislativi, ad incrementare i controlli antidroga, in particolar modo presso gli scali portuali segnalati dalle autorità competenti. L’incremento dei controlli sarà attuato mediante la formazione di un apposito reggimento militare, inquadrato nell’ambito del Comando Forze Operative Sud, che, avvalendosi del supporto logistico e informativo dell’agenzia delle dogane e dei Monopoli, della Capitaneria di Porto-Guardia Costiera e della Direzione Centrale dei Servizi Antidroga, si occuperà esclusivamente delle attività di sequestro e distruzione delle sostanze illecitamente importate nel Paese. La composizione quantitativa del reggimento sarà valutata in sede di formazione, sentiti i consulenti del Ministero della Difesa e lo Stato Maggiore dell’Esercito; a riguardo si valuterà la possibilità di mobilità interna e l’opportunità di accorpamento di reggimenti esistenti nella nuova formazione militare. Inoltre, se necessario, si avvierà il processo selettivo di unità addizionali mediante apposite procedure concorsuali, con bando da definire. Il numero di unità coinvolte a sostegno delle attività di controllo addizionale negli snodi portuali rientrerà nel novero delle forze totali impiegate a supporto della Nuova Strategia Antimafia (NSA).
Punto II: Con analogo obiettivo di contrasto, gli Aurei si impegnano al potenziamento delle ispezioni nello spazio marittimo italiano a cura della Capitaneria di Porto-Guardia Costiera, con apposito incremento della flotta a disposizione e del personale operativo.
Il fabbisogno economico relativo all’iniziativa in oggetto sarà definito in legge di bilancio, se necessario con l’incremento massimo dell’1% alle spese finali di competenza del Ministero della difesa (pari a circa 27 mld di euro per il 2022[10]). Successive pubblicazioni sulle coperture quantificheranno in modo più attendibile la spesa prevista. A puro titolo d’esempio, si ipotizza un coinvolgimento delle forze armate sul modello dell’Operazione Vespri Siciliani, avviata dal Ministero della Difesa e dal Governo nell’1992.
Il nome in codice del programma straordinario di contrasto al narcotraffico è Operazione Heliodor.
Con una percentuale superiore di beni illeciti sequestrati e distrutti, il danno prodotto alle aziende mafiose sarà progressivamente più marcato. L’obiettivo minimo in questo caso è giungere all’eliminazione di almeno il 75% del materiale illecito movimentato dal narcotraffico, secondo le disposizioni legislative attuali, entro sette anni dall’avvio dell’iter parlamentare patrocinato dai cavalieri del Sole.
Il programma deve poi tenere conto delle azioni di contrasto del fenomeno del narcotraffico da avviare direttamente sul territorio nazionale. La rete di distribuzione, che conta migliaia di piccoli operatori clandestini, è molto vasta e include, oltre ai cittadini di passaporto italiano, cittadini regolarmente residenti sul territorio, appartenenti a nazionalità diverse. Le direttrici di azione in questo senso sarebbero molteplici.
Punto III: IL PRS si impegna ad aumentare, con dispositivo legislativo ad hoc, i controlli antidroga in atto sul territorio, supportando lo sforzo aggiuntivo mediante task force delle forze di pubblica sicurezza.
Punto IV: Il PRS si impegna a modificare in senso incrementativo le pene e le sanzioni civili comminate ai colpevoli di traffico di droga e spaccio di sostanze stupefacenti. Di seguito si elencano le modifiche ipotizzate al testo unico stupefacenti, art. 73 del DPR n.309 del 1990 (aggiornato al 2023):
- 1. Chiunque, senza l’autorizzazione di cui all’articolo 17, coltiva, produce, fabbrica, estrae, raffina, vende, offre o mette in vendita, cede, distribuisce, commercia, trasporta, procura ad altri, invia, passa o spedisce in transito, consegna per qualunque scopo sostanze stupefacenti o psicotrope di cui alla tabella I prevista dall’articolo 14, è punito con la reclusione da
seidieci aventiventicinque anni e con la multa da euro26.000100.000 a euro260.000300.000.
- 2. Chiunque, essendo munito dell’autorizzazione di cui all’articolo 17, illecitamente cede, mette o procura che altri metta in commercio le sostanze o le preparazioni indicate nelle tabelle I e II di cui all’articolo 14, è punito con la reclusione da
seidieci aventidueventisette anni e con la multa da euro26.000100.000 a euro 350.000.
- Punto V: Il PRS si impegna ad implementare all’interno dell’App Irenea, che, come stabilito nel Modulo Demos, sarà resa disponibile presso i principali negozi e punti virtuali di accesso alle applicazioni digitali (genericamente denominati “app store”), un’apposita sezione per la denuncia di attività di spaccio e consumo di sostanze stupefacenti. All’interno dell’app sarà possibile denunciare in forma anonima le attività di spaccio, indicando i nominativi dei presunti cittadini coinvolti. Le autorità competenti gestiranno le indagini tutelando i dati ricevuti secondo tutti i dispositivi di legge connessi al Regolamento 2016/679 UE.
Per quanto riguardo le azioni di contrasto alla domanda delle sostanze stupefacenti, le attività di dissuasione devono tenere conto dei dati scientifici e statistici. Si considerino dunque i dati elaborati dall’EMCDDA (European Monitoring Centre for Drugs and Drug Addiction)[11]. Secondo tali dati, “circa il 32% della popolazione tra i 15 ed i 64 anni ha fatto uso di cannabis una tantum nella vita. L’Italia è il terzo Paese per questo genere di consumo dopo la Danimarca con 32,5% e la Spagna (32,1%) Per quanto riguarda l’uso di cocaina, l’Italia occupa il terzo posto con il 7% di individui adulti (15-64 anni) che – almeno una volta – hanno fatto uso di cocaina. Al primo posto si colloca la Spagna con 10,2% ed al secondo posto il Regno Unito con il 7,4%. Considerando i consumatori di amfetamine, circa il 3,2% di Italiani hanno assunto almeno una volta questa sostanza mentre il Regno Unito si colloca al primo posto con circa il 10% di adulti. Il Regno Unito è al primo posto anche per il consumo di ecstasy (8,1%) mentre in Italia il 3% di adulti ha fatto uso di questa sostanza. Per quanto riguarda l’LSD non esistono dati riguardo all’Italia mentre il Regno Unito conquista ancora il primato con il 5,3% di persone che hanno assunto questa sostanza almeno una volta nella vita.”. Questi dati, seppure molto suggestivi, devono essere completati da quelli relativi alle fasce d’età più esposte al consumo degli stupefacenti nei Paesi dell’Unione Europea. Dal medesimo rapporto EMCDDA risulta infatti che “Per quanto riguarda l’uso di cannabis tra la popolazione nella fascia di età tra i 15 ed i 34 anni di età, circa il 37,5% ha consumato cannabis almeno una volta nella vita. I principali consumatori sono i Cechi (45,5%), i Danesi (44,5%) ed i Francesi (43,6%). In fondo alla classifica si pone la Romania con il 2,9%. Considerando l’uso di cocaina, il 13,6% degli Spagnoli hanno fatto uso di questa sostanza almeno una volta nella vita, seguiti dai Britannici con il 12,7% e dagli Italiani (7,6%). Ultimi sono i Rumeni con lo 0,1%. Nell’uso di amfetamine il Regno Unito conserva il suo primato con il 14,3% mentre il 3,4% degli individui italiani nella fascia 15-34 anni hanno fatto uso di questa sostanza. In fondo vi sono sempre i Rumeni con lo 0,1%. I Britannici sono al primo posto nell’uso di ecstasy (14,7%) mentre solo il 3,8% di Italiani ha usato questa droga. Per l’Lsd il 7,1% dei Britannici tra i 15 ed i 34 anni ha fatto uso di questa sostanza mentre non esistono dati per l’Italia”.
[1] Questionario di Economia e finanza numero 661, “La criminalità organizzata in Italia: un’analisi economica”, a cura di Sauro Mocetti e Lucia Rizzica
[2] Repubblica, Bonini, Candito, Foschini et alii, Produzione GEDI Visual
[3] Si legga a questo proposito il meccanismo del sistema siartico tratteggiato in Valhalla, Libro I
[4] Anche lo Stato naturalmente può scegliere di vigilare sui suoli e sugli immobili sottratti alla criminalità, sia comprando quote della nuova società di gestione sia operando con ente pubblico partecipato costituito ad hoc per la riqualificazione del territorio.
[5] Marco Rossi, Il costo fiscale del proibizionismo: una simulazione contabile, Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, settembre 2009, disponibile su “Encod.org”). Mario Centorrino, Pietro David, Ferdinando Ofria, (Effetto cannabis sui conti pubblici, “Lavoce.info”, 21 marzo 2014
[6] Pinotti P. (2015b), “The Economic Costs of Organised Crime: Evidence from Southern Italy”, Economic Journal, vol. 125, pp. 203-232.
[7] National Cannabis Survey, first quarter 2019; https://www150.statcan.gc.ca/n1/en/daily-quotidien/190502/dq190502a-eng.pdf?st=9swgI_Gk
[8] Relazione Annuale DCSA 2022, Roma, 23/06/2023
[9] Ibidem 7
[10] Le spese finali del Ministero della difesa autorizzate dalla legge di bilancio (LDB – Legge 29 dicembre 2022, n. 197) per il 2023 sono pari a 27.748,5 milioni di euro, in termini di competenza, e rappresentano circa il 3 per cento delle spese finali del bilancio dello Stato, come illustrato nel grafico 1.
[11] EMCDDA, Euroopean Drug Report 2022