Esiste presso la Terra degli uomini un muro, un muro invisibile, terribile, ostile, crudele, che impedisce alle persone di comunicare i loro sentimenti. È il muro della siarte e separa gli schiavi dai Liberi. Persino nel luogo più affollato del mondo l’esiliato dai tempi resta solo, come se fosse nella più desolata landa del più lontano pianeta dell’universo più distante. Compito degli Aurei e degli Imperatori è abbattere quel muro. Demolirlo, ridurlo in polvere e disperdere quella polvere. Nulla deve restare, nessuna traccia permanere del grande peccato dell’umanità vecchia.”
“Presso il trono dell’Anima fui chiamato Mythos, il Pontefice del Sole”. Dalle Cronache Auree, capitolo I
La questione salariale si lega in modo cruciale all’Izard e più in generale, sebbene in modo indiretto, a ciascun modulo dell’Enkai. Tale questione, sebbene in questa sede verrà affrontata solo in termini nazionali legati al Solmos italiano, assume in realtà valenza internazionale, poiché le variabili che la determinano sono comuni. Il capitalismo siartico, dopotutto, pervade completamente la civiltà dell’irreale, avendo trionfato facilmente, privo di avversari, in ogni angolo del pianeta. Lo dimostra il fatto stesso del comprare: chiunque può usare del denaro per comprare un bene o un servizio. Non esiste società umana limitata, se non quella di limitate comunità di indigeni sudamericani o australiani, che non accetti il principio dello scambio del valore. Ogni oggetto, sia esso tangibile o intangibile, ha due valori sinergici che si combinano in uno solo: il primo valore, che il Diurno chiama nominale, è determinato in funzione della facilità con cui è possibile reperire il tale bene o il tale oggetto (cioè, l’abbondanza dell’offerta), mentre il secondo valore, celato, è il valore convenzionale o siartico, attributo che la società del proprio intervallo temporale associa al bene. In generale, i bisogni dell’umanità sono sempre gli stessi: cambia solo la modalità e il grado di raffinatezza con cui essi possono essere soddisfatti. Il motore di un veicolo, tuttavia, non può prescindere dal carburante ed in questo senso si può affermare che le sue prestazioni, in termini di impatto sull’ambiente, sono determinate dal sistema di alimentazione. Allo stesso modo, vi è nell’analisi dell’origine e della quantificazione dei diversi tipi di reddito (che vanno a comporre la parte liquida della ricchezza), un’importanza decisiva che va molto oltre le traiettorie di politica economica di un singolo Paese. Come è stato osservato nel volume I, infatti, risalendo la sequenza di cause che portano alla diseguale allocazione delle risorse, vi sono alcuni macro-fattori naturali, derivati cioè da caratteristiche della geografia e della morfologia del pianeta non modificabili (come la presenza di determinate materie prime nel sottosuolo di questa o quella nazione, le differenze climatiche che influiscono sui raccolti, l’accesso ad un’ingente disponibilità di risorse idriche etc.) e macro-fattori antropici, cioè un prodotto diretto dell’organizzazione socioeconomica della popolazione umana, specie dominante del pianeta stesso. Nel novero dei macro-fattori antropici, il valore della prestazione o del bene scambiato, che viene remunerato dai mercati sulla base di valutazioni non univoche e legate anzi a numerose variabili di insieme (geopolitiche, territoriali, commerciali etc.), assume una rilevanza cruciale, sebbene non in termini tali da farne l’unica struttura, per utilizzare una terminologia marxista. Ma provare a colpire, anche solo mediante l’esempio di un solo Paese d’avanguardia, uno dei capisaldi della società dell’irreale, significa fare propria la causa dell’intera umanità. Pertanto, in questo modulo e nei moduli seguenti, l’esposizione coinciderà di fatto con un’anticipazione di concetti e proposte rivoluzionarie valide a livello globale; sulle conseguenze di lungo periodo di ciascuna di esse, si tratterà in modo più dettagliato nel Crepuscolo del dolore, volume ultimo della presente trilogia.
Riallacciandosi a quanto dichiarato nel paragrafo precedente, si osserva che ciò che è di primario interesse per i cavalieri del Sole è il reddito da lavoro con cui si genera una parte della ricchezza (si discuterà in seguito della rendita finanziaria e del risparmio, che sono le altre due componenti generatici di ricchezza). Ora, tale reddito da lavoro, come illustrato nel volume I, risulta pesantemente riscritto e modificato dalle dinamiche temporali. Ciò avviene perché il lavoro che produce il bene è esso stesso un servizio negoziabile sul mercato e a cui conseguentemente il mercato attribuisce un valore secondo lo schema di cui sopra. La componente nominale è determinata da una serie di fattori economici legati al tipo e alla qualità delle risorse (ossia nel caso specifico di competenze) attivate. Ad esempio, nel calcolo del salario gioca un ruolo cruciale il tempo necessario per la formazione del lavoratore[1], perché il tempo dedicato alla formazione rappresenta un costo a livello sociale. L’elevato costo, che dipende anche dalla durata stessa della formazione, genera una contrazione dell’offerta di lavoro in determinati ambiti, spingendo i datori di lavoro ad offrire salari più alti in ragione della platea ridotta di lavoratori cui attingere. Il caso di scuola è quello dei medici, la cui formazione accademica è particolarmente lunga e complessa, seguita successivamente da ulteriori specializzazioni e da periodi di praticantato presso ambulatori ed ospedali. Appare diversa, invece, la formazione del classico operaio di tipo fordista (sempre più raro in Occidente, ma molto diffuso nei Paesi off-shore dove le manifatture che fanno parte delle catene del valore globali sono state effettivamente delocalizzate): questo tipo di addetto può essere formata con relativa velocità, vi è ampia disponibilità delle competenze sul mercato e l’apporto qualitativo che egli può sviluppare con l’esperienza dopo anni di lavoro è ampiamente superato dal basso costo di reclutamento, formazione e sostituzione. Ciò spiega la differenza in termini di salario dei lavoratori con competenze minime rispetto ai lavoratori con titoli di studio avanzati (è il caso dei laureati), remunerati di norma maggiormente in virtù della minor facilità di accesso per le imprese alle loro competenze specifiche. La trappola del capitalismo siartico passa da qui, nel momento in cui il cittadino lavoratore è ridotto a macchina e valutato secondo i parametri di affidabilità e di reperibilità della macchina stessa. Queste poche osservazioni, nella loro semplicità, regolano il mercato globale e si legano all’ineguale distribuzione della ricchezza.
Il salario è determinato dunque da componenti quali la lunghezza (e il relativo costo per la collettività) della formazione specifica, la domanda del mercato del lavoro rispetto alle competenze acquisite dal lavoratore, la produttività media per addetto, le ore lavorate, la capacità del datore di lavoro di sostituire il lavoratore (e in questo caso il rapporto costi benefici che vede come costo la spesa di sostituzione e nuova formazione e come benefici la più bassa propensione del neoassunto a ricevere paghe più alte etc.). Ma vi sono anche fattori esogeni che naturalmente influenzano le dinamiche di produttività del lavoratore, moltiplicandola o riducendola sulla base di variabili precise che regolano l’attività aziendale. I fattori di questo tipo sono molto numerosi: burocrazia interna, rete logistica, investimenti pubblici in formazione e ricerca, efficienza del sistema giudiziario, elasticità del sistema creditizio, tasso di sindacalizzazione delle imprese, sistema di tassazione del lavoro, tendenze demografiche, politica economica dello Stato (si pensi al necessario bilanciamento tra istante liberiste e protezioniste) etc. Queste componenti, genericamente riconducibili alla perifrasi “Sistema Paese”, agiscono come vincoli o barriere esogene all’evoluzione dell’attività economica. Se tali variabili sono superate o comunque presentano bassi coefficienti di impatto sulla produttività interna di un’impresa (è il caso della rapidità della burocrazia nell’espletare le sue funzioni e presidiare con rapidità i passaggi di stato dell’impresa, da piccola a media e da media a grande), il rendimento dell’attività economica è imputabile solo a fattori endogeni. Viceversa, anche in presenza di un’organizzazione aziendale ottimale, l’impresa che si trova davanti a barriere stratificate e sempre più ripide, non si trova nelle condizioni di pianificare il futuro e si accontenta della stabilità, rinunciando alla sua propensione all’espansione. Questo passaggio è cruciale, poiché di norma l’innovazione è una componente fondamentale del successo di un’impresa: investendo in un’idea, realizzandola e rendendola fruibile a una clientela sempre più vasta, l’impresa genera valore aggiunto. Le imprese la cui crescita è impedita da fattori esterni si accontentano di una produttività marginale appena al di sopra il costo marginale dei fattori di produzione e, prese nel complesso, creano progressivamente un disallineamento tra domanda e offerta nel mercato del lavoro. Poiché l’allocazione ottimale dei lavoratori non è più impedita, come in passato, dalle barriere geografiche e linguistiche, la mancata richiesta di figure professionali da parte delle imprese nazionali alimenta il fenomeno dell’emigrazione, laddove la domanda di lavoratori altamente qualificati (rispetto alla definizione che ne dà il vecchio mondo) è più elevata. Tale disamina esplicita sinteticamente i punti deboli del meccanismo salariale italiano, anche in virtù di un sistema di applicazione dei contratti collettivi nazionali del lavoro che nel tempo ha manifestato numerose criticità. Se infatti i cd. CCNL coprono la grande maggioranza dei rapporti di lavoro formalmente registrati (non si deve comunque mai dimenticare la forte componente rappresentata dal lavoro informale, grigio e nero, che alimenta l’economia sommersa), essi non hanno validità erga omnes, a causa della mancata applicazione della norma della Costituzione italiana (art.39) che prevedeva il riconoscimento da parte dello Stato dei sindacati con maggior rappresentanza dei lavoratori. Nel timore che questo potesse condurre a una discriminazione dei sindacati non registrati (in funzione di future perdite o passaggi di iscritti) e a un’intromissione dello Stato centrale nella governance interna degli stessi, i sindacati italiani non accettarono l’impostazione predisposta dal legislatore, rifugiandosi (come del resto gli stessi partiti) nella più confortevole e innocua definizione di “associazioni non riconosciute”. Accadde così che i principali attori della vita pubblica e sociale italiana sono, agli occhi dello stesso Stato che essi governano, semplici associazioni di persone con uno scopo sociale definito. Ma, per quanto riguarda i sindacati, ciò ha condotto alla moltiplicazione dei CCNL (che oggi sono circa un migliaio, sebbene il 53% dei lavoratori dipendenti risulti inquadrati nei primi dieci per diffusione), al fine di coprire ogni possibile categoria di lavoratori. Essi non sono omogenei e l’impresa è libera di applicare quello che più si adatta alle sue richieste, di norma improntate a un risparmio dei costi del lavoro al fine di incrementare la marginalità. L’assenza peraltro di forme di salario minimo universale (a copertura di una platea di lavoratori compresa tra il 6% e il 7% del totale degli occupati)[2], la diffusione di contratti precari di ogni genere, che spesso prevedono forme di lavoro ibrido o a tempo parziale in contesti di bassa marginalità e l’andamento dell’inflazione hanno con il passare degli anni ridotto il potere d’acquisto dei salari, che in Italia sono addirittura diminuiti rispetto ai valori del 1994, anno di ultima rilevazione di un vero e proprio incremento.
Tuttavia, se apparentemente tutti questi meccanismi sembrano seguire fedelmente la mano invisibile del mercato che regola con le sue leggi neutre la domanda e l’offerta di lavoro, nella sostanza la società vecchia e con essa la civiltà dell’irreale non tiene conto di una variabile fondamentale che regola, gonfiando immensamente o restringendo ai minimi termini, il surplus siartico del lavoro. Il valore aggiunto dell’opera prestata dal lavoratore, infatti, non viene, come si rileva dall’usuale analisi marxista dei processi di produzione, prelevato quasi integralmente dal datore di lavoro, che in cambio cede al dipendente una parte infinitesimale dello stesso (peraltro spogliata dell’effetto moltiplicatore, che amplifica il singolo valore aggiunto generato dal lavoratore laddove quest’ultimo è ammassato con il valore aggiunto prodotto dal resto del collettivo di lavoratori). Il surplus siartico torna alla siarte, suo unico controllore e signore, attraverso mille differenti rivoli ed è sempre detenuto, sebbene solo temporaneamente, dall’oltre-popolo al potere nel dato momento storico. La società vecchia, in altre parole, assegna un premio a coloro che producono “contenuti convenzionali produttivi”, riconoscibili simbolicamente dai membri dei due popoli. Si pensi in questo senso alla speculazione finanziaria attuata allo stato attuale dai grandi fondi di investimento e dalle grandi banche globali, ma anche da un gran numero di piccoli e medi risparmiatori, o tutto ciò che concerne il mercato delle criptovalute. Le aspettative di guadagno di possibilità da parte dei membri dell’anti-popolo, e cioè le aspettative di ascesa sociale nei ranghi dell’oltre-popolo, finiscono con il moltiplicare la capacità del capitale di incrementarsi sulla base degli investimenti dei singoli individui. È lo stesso principio che alimenta la formazione delle convenzioni che confluiscono nel Metaverso simbolico alla base della tirannia dei tempi: più le aspettative dei cittadini che “nulla hanno se non le proprie catene” aumentano, in virtù della promessa offerta dal mercato di miglioramento della propria condizione, più il surplus siartico cresce e si incrementa esponenzialmente. Questo genera le note disuguaglianze estreme fra redditi da lavoro e su un livello superiore fra redditi da lavoro e rendite finanziarie. Il vecchio mondo è classista al massimo grado e attua questa classificazione con leggi informali, basate sulla polarizzazione dei salari, la compressione dei diritti e il riconoscimento maslowiano di alcune mansioni al vertice del Metaverso simbolico. La disparità è innegabile e la siarte ha fatto sì che, sebbene l’ingiusto trattamento sia visibile, dibattuto ed esecrato dai più, tale forma immediata di disuguaglianza sia valutata come un variabile data nella complessa equazione che regola l’equilibrio sociale. Il sistema nega a miliardi di cittadini, portatori di diritti e doveri esattamente come i membri dell’oltre-popolo l’Izard, l’equo compenso legato all’Ergon (ossia il lavoro che contribuisce sia al superamento del limite sia al perseguimento dell’Aedes del popolo ireneo) e lo fa semplicemente sottraendo a moltitudini di lavoratori senza difese il loro surplus di Reiwor, facendolo convergere nel surplus siartico accessibile solo a sparute minoranze di cittadini. E come si attua questa sottrazione? Sono i fedeli che pongono sull’altare le loro offerte alla divinità tutelare: ciò che non farebbero nell’intimo del loro Isomato, sono costretti ad accettare a causa del Reventant di massa. Così l’operaio specializzato, esperto, che opera in una qualsiasi delle strutture manifatturiere oggi disponibili, è stretto da presso dall’intelligenza artificiale, dallo strapotere delle macchine, dalla visione del lavoro che torna a farsi fordista/taylorista poiché delega ai software ogni incombenza gestionale e progettuale prima affidata all’ingegno degli uomini. Ma l’operaio, così come l’agricoltore, l’operatore ecologico, la balia dei fanciulli e la badante degli anziani, il meccanico di motori, il ciabattino, [segue elenco delle occupazioni a salario più basso] non vedono loro riconosciuto il surplus di Reiwor, frutto della loro costanza, della loro abilità, del loro Volere che da una materia prima contribuisce in ogni caso a generare valore aggiunto. Non si tratta di meri esempi di classismo, ossia di rifiuto del sistema delle classi che si strutturano sulla disponibilità quantitativa di possibilità, determinata dalla ricchezza effettiva detenuta e controllata: il problema di fondo è quello dell’iniqua distribuzione del surplus generato dai contributi individuali alle catene del valore globali. Si pensi a ricavi generati grazie al solo stimolo simbolico dai creatori di contenuti nella rete, il cui flusso di introiti dipende totalmente dai movimenti del substrato siartico, dalla creazione di mode, personaggi, tendenze: tutto ciò, per il tramite della pubblicità e del marketing di marchi, prodotti e servizi dedicati, viene continuamente valorizzato a seconda del moto delle idee dei due popoli. Tuttavia, è chiaro che l’idea viene valorizzata non per il suo contenuto, per quello che esprime, ma per come viene espressa, da chi e con quali mezzi.
A valle di tale riflessione, occorre aggiungere che la componente del salario di natura siartica è estremamente più elevata rispetto a quella nominale, anche perché convoglia in sé una serie di stimoli autorealizzativi (del tutto virtuali, ma accettati e venerati dal consesso sociale) che moltiplicano il suo valore, facendone un catalizzatore di ricavi incrementali. In altre parole, la concretizzazione del surplus siartico in termini di addendum sul reddito è una tentazione irresistibile per l’uomo vecchio e la siarte, come il serpente biblico, invita ciascuno a cogliere il frutto proibito (che però è tutt’altro che accessibile ai più, essendo a disposizione del solo oltre-popolo) causandone la dannazione. Come Lotofagi, infatti, la ricerca del piacere temporale farà dimenticare il fine originale del lavoro, facendolo regredire da Ergon a mero strumento di accumulo di crescenti ricchezze: ciò porta alla creazione dell’immenso agone competitivo nel quale sono gettati gli uomini dell’età contemporanea, come è stato descritto nel volume I. In ogni caso, la questione del surplus siartico si incontra con quanto esposto nel paragrafo precedente e con la dottrina del Neolimitarianesimo, poiché la limitazione (o meglio, la totale abolizione) della remunerazione dello stesso è il viatico per la ricomposizione e la redistribuzione della ricchezza globale. Difatti, lo Stato Solmos deve certamente assicurarsi, qualora la distribuzione della ricchezza presenti enormi segni di squilibro, che la ricchezza accumulata nelle mani di pochi venga redistribuita, ripristinando i diritti di tutti i cittadini cui è stato negato l’accesso alla possibilità. Ma tale opera di redistribuzione è lenta, difficoltosa ed è in realtà un’ultima ratio, poiché implica, da parte del soggetto pubblico che regge il sistema, il sovvertimento del sistema stesso, la rottura traumatica delle regole sulle quali esso si reggeva. Lo Stato Solmos deve agire in questo senso, come è il caso attuale, quando la situazione di distribuzione della ricchezza effettiva raggiunge livelli di insostenibilità tali da richiedere correttivi obbligatori, imponenti per massa di denaro movimentata: si tratta dunque di una misura estrema in risposta a una grave emergenza. Tuttavia, nel corso normale degli eventi, in quel futuro dove il Nuovo mondo sarà dominato dai cittadini imperatori, il Solmos deve riformare il mercato affinché esso stesso proceda ad equilibrare la distribuzione della ricchezza, attraverso una serie di iniziative legislative (si parla in questo caso di approccio indiretto) che mirino a uniformare la competizione salariale su basi di assoluta equità. Ciò implica, più che l’abbassamento dei redditi da lavoro che costituiscono la punta della piramide distributiva, l’innalzamento della base, cui deve essere riconosciuto un trattamento economico che tenga conto del surplus dell’Ergon. Successivamente, si procederà a limitare, settore per settore, il salario corrisposto a determinate categorie di lavoratori subordinati, sulla base di limiti imposti dal CCNL[3] di nuovo tipo (con valenza erga omnes). È tempo, infatti, che la difesa di coloro che il vecchio mondo chiama indegnamente deboli sia attuata di concerto con tutte le organizzazioni che fungono da elementi di conservazione dello status quo, e fra queste anche le associazioni sindacali. Come i partiti, esse, dopo molti anni di stasi e lotte che hanno prodotto un tangibile miglioramento della condizione dei salariati, hanno finito con l’adagiarsi nelle braccia del potere economico, limitandosi a piccoli correttivi in corso d’opera degli inquadramenti del personale e del trattamento salariale sulla base dei rapporti di forza del momento. Lo sciopero, che ha visto la sua consacrazione come strumento di lotta per i diritti dei lavoratori nel corso del XX secolo, è diventato una sorta di meccanismo ad orologeria, calibrato sulle esigenze del momento, incapace di prolungarsi a lungo nel tempo e soprattutto non nella condizione di indurre gli amministratori delle imprese a modificare le proprie decisioni aziendali in termini di trattamento salariale. Il fenomeno della scomposizione delle catene del valore a livello globale[4], l’avvento dell’IA e le implicazioni della Quarta Rivoluzione industriale hanno moltiplicato le possibilità di sostituzione del lavoratore e di riduzione del costo del lavoro per l’impresa (e in special modo quella di grandi dimensioni), rendendo particolarmente difficile il ruolo e l’impatto della concertazione sindacale. Ecco perché, esattamente come per l’Izard e il neolimitarianesimo, occorre un’azione congiunta, transnazionale, per ripristinare la facoltà dei sindacati di aiutare i lavoratori a incrementare la parte nominale del salario. Solo il Solmos, tuttavia, può rendere definitiva la cancellazione del surplus siartico, poiché tale forza deve essere applicata da un agente esterno e neutrale rispetto alle parti in causa (datori di lavoro-lavoratori).
Quali sono dunque le direttrici che il PRS dovrebbe seguire per concedere il giusto Izard a ciascun cittadino lavoratore? E come calcolare il giusto Izard, sulla base di quali criteri?
Per rispondere a tali domande, occorre definire le componenti dell’Izard, i suoi molteplici piani che compongono l’edificio complessivo, similmente agli strati che compongono l’Astro solare.
In generale, l’Izard, per quanto riguarda un contratto di lavoro standard a tempo indeterminato, è strutturato secondo la seguente formula: Mythos alpha (componente nominale) + Sen (componente variabile costituita da bonus di produttività, incentivi, benefit aziendali etc.) + Rilyan (componente afferente gli sgravi fiscali previsti per la tale categoria di lavoratori e pertanto comprensiva di deduzioni – che riducono a monte l’imponibile- e detrazioni, che riducono in via diretta l’importo delle tasse dovute rispetto all’aliquota applicata nel calcolo dello stipendio netto) + Anaryon (surplus Aureo in forma di contributo o sussidio erogato dal Solmos).
In primis, vi è la componente chiamata Mythos, che costituisce l’equivalente della parte nominale dello stipendio base di un lavoratore salariato e che abbia sottoscritto un contratto di lavoro dipendente (a tempo determinato o indeterminato). Occorre però specificare che, come si vedrà nel modulo Demos, al completamento dell’opera di riforma degli inquadramenti contrattuali esistenti, Mythos comporrà il salario dei lavoratori impiegati a tempo pieno, per un orizzonte temporale limitato o indefinito, mentre per le forme contrattuali a tempo parziale, il cui ricorso nell’ottica Aurea dovrà essere limitato o comunque riportato a un valore molto più basso delle due forme contrattuali di cui sopra, si prevedrà una differente base di calcolo, chiamata Mythos Beta.
In relazione alla definizione della componente Mythos, occorrerà prendere in considerazione le dinamiche inflattive e dunque l’effettivo potere d’acquisto dei salari reali nel momento in cui Mythos viene ufficializzato come minimo salariale all’interno del CCNL di riferimento. Il trattamento economico, in questo caso, è frutto della mediazione delle parti: da una parte i lavoratori e i sindacati, dall’altra i datori di lavoro e le associazioni di categoria a supporto dei negoziatori.
È interessante notare come i sindacati si facciano portatori astratti, durante le procedure di contrattazione collettiva, delle istanze dei lavoratori di categoria. Nella teoria, dunque, ciò che essi chiedono alla controparte a livello di componente Mythos dovrebbe sempre essere il frutto della media salariale calcolata sulla base delle preferenze dei lavoratori nel loro complesso. Questo però comporta il fatto che, qualora le istanze dei sindacati venissero approvate integralmente senza alcuna revisione, i lavoratori stessi indirettamente, per il principio di non contraddizione, renderebbero ufficiale e “fisserebbero” in termini quantitativi l’equo ammontare della mercede richiesta in cambio dell’opera svolta. Ma questo modo di ragionare presenta delle pecche e apre nuovi problemi di fondo. Il punto di partenza è comprendere come gli stessi lavoratori giungano ad elaborare una richiesta salariale e a trasmettere tale configurazione (virtualmente) ai loro rappresentanti in sede negoziale. Ipotizzare che ciascuno lavoratore prenda decisioni logiche sulla base delle passate esperienze e della media salariale storica osservata nell’ambito della professione esercitata, crea un perfetto loop perché è il contenuto del CCNL stesso a determinare il riferimento valoriale della prestazione. Tutto ciò naturalmente omettendo l’enorme problema del lavoro grigio e nero e dei contratti collettivi cd. pirata, che espongono coloro che sono protetti dal legittimo contratto collettivo alla concorrenza sleale (e al ribasso) di lavoratori pronti ad accettare paghe più basse rispetto a quanto affermatosi nel campo della loro arte per la necessità imprescindibile di ottenere un posto di lavoro. In ogni caso, prescindendo dalle dinamiche occupazionali e reddituali distorte e per il momento accantonando i loro effetti negativi, effetti che figurano come vere e proprie anomalie circa la composizione reale di Mythos, la questione di fondo è risalire ai criteri logici di stima del valore prodotto dai lavoratori, adottati dal mercato e poi lentamente accolti dagli stessi lavoratori all’interno di una spirale rafforzativa.
Al fine di catturare l’essenza della nascita dei criteri di stima, verrà di seguito proposto un esempio. Si consideri dunque il percorso di stima del valore della componente Mythos di un amministratore delegato di una grande impresa quotata in borsa, affiancato a quello di un addetto alle fasi di assemblaggio dei veicoli presso una classica impresa metalmeccanica. Si ipotizzi che la percentuale di Mythos rispetto al monte complessivo salariale per un AD di una grande impresa sia pari a ca. il 30% del totale. Questa ipotesi è giustificata dal fatto che la componente variabile del salario, Sen, gode di un diverso itinerario di crescita e, a differenza di quanto avviene per il lavoratore dipendente, risente molto di più dell’andamento del mercato e del surplus siartico.
Ma da quali dati partire per applicare questa quota del 30% all’amministratore delegato di una grande impresa quotata? Restando allo scenario italiano, lo stipendio medio complessivo di un AD di una grande azienda quotata nella Borsa Italiana (ovvero quelle inserite nel FTSE MIB 40, che comprende le prime quaranta imprese per valore della capitalizzazione) è pari a ca. 4,2 milioni di euro lordi[5]. Ciò significa che Mythos alpha è pari in media per un AD italiano a ca. 1,26 milioni di euro lordi. Si ipotizzerà dunque che tale scenario retributivo (peraltro probabilmente sottostimato rispetto ad ambiti affini a quello metalmeccanico come l’automotive) sia applicabile anche nel caso in questione.
Ora, la retribuzione annua lorda di un lavoratore dipendente che opera nel settore metalmeccanico con la qualifica di cui sopra è definita dai minimi tabellari fissati dal CCNL di categoria per ciascun livello di inquadramento e nel 2024 (a seguito degli adeguamenti dei minimi in ragione dell’aumento dell’indice dei prezzi al consumo) oscilla dunque da ca. 1650 euro a ca. 1900 euro. Ciò significa che la differenza nelle componenti Mythos alpha dell’AD e del lavoratore subordinato (selezionando il più alto livello di inquadramento per il dipendente tipo) è pari a ca. 1,258 milioni di euro: la Mythos alpha dell’AD è ca. 525 volte più elevata di quella del dipendente del suo gruppo (ipotizzando, come è il caso delle grandi imprese e in special modo delle quotate, che vi siano molte imprese collegate sotto il controllo di un unico titolare effettivo, sia esso una persona fisica o giuridica).
Da dove deriva questa differenza? Come esplicitato dai paragrafi precedenti, da una molteplicità di fattori: a quelle precedentemente citate, si aggiunge nel caso degli AD la cd. valorizzazione della responsabilità, ossia un incremento della componente Mythos alpha in ragione dell’accettazione da parte del gestore aziendale di tutti i rischi derivati dalla conduzione dell’attività, da quelli legali a quelli più strettamente contrattuali, visto che paradossalmente quella dell’AD è una figura professionale che si sposta da un’azienda ad un’altra, di fatto aprendo e chiudendo cicli di gestione e incrementando la propria esperienza. Tuttavia, come nella disamina effettuata nel modulo Izard, è evidente che neppure la valorizzazione della responsabilità può giustificare il divario salariale evidenziato. Ad avvalorare oltre ogni ragionevole dubbio l’immensa e immotivata sperequazione, vi sono innanzitutto importanti precedenti storici da tenere in considerazione.
Ancora al termine del decennio 1980- 1989 in Italia la proporzione tra la componente Mythos dei dirigenti e degli operai non superava il rapporto di venti a uno. Negli Stati Uniti, paese con un indice di Gini superiore a quello italiano nel medesimo periodo, questo rapporto saliva a poco oltre trenta a uno. In altre parole, nel 1980 gli AD delle grandi imprese quotate italiane percepivano uno stipendio al massimo 45 volte superiore a quello di un loro dipendente. Inoltre, bisogna tenere conto che la Mythos alpha del 1980 pesava in modo differente rispetto al salario complessivo di quanto avviene oggi, dove il peso preponderante dell’Izard (salario complessivo) è riferibile alla componente Sen, che rappresenta la quota variabile e accessoria del salario di un amministratore d’azienda.
Pertanto, anche ammettendo l’esistenza di variabili che incidono in maniera differente su Mythos alpha e distinguono legittimamente la retribuzione di un amministratore rispetto a quella di un lavoratore dipendente, il rapporto evidenziato è evidentemente gonfiato dal surplus siartico, perché è poco probabile che le effettive mansioni svolte dalle due figure in esame si siano modificate così tanto nel corso di quarant’anni da giustificare un aumento tanto considerevole del differenziale salariale.
In questo senso, come si vedrà nel modulo seguente, la componente Anaryon avrà il compito non solo di alzare la soglia minima di stipendio delle classi attualmente più svantaggiate dall’organizzazione sociale siartica, ma anche quella di abbassare notevolmente la soglia massima di crescita di Mythos del cd. top management aziendale, al fine di ricondurre il menzionato pay gap a un rapporto che si attesti da un massimo di 25 a un minimo di 15 (poiché anche il livello rilevato nel 1980 era immotivato e sostanzialmente iniquo e ostile alle rivendicazioni delle classi sociali subalterne, ossia dell’anti-popolo).
È importante rilevare che l’allineamento di Mythos alpha al differenziale salariale più basso registrato nell’ultimo secolo non costituisce un’operazione di redistribuzione della ricchezza; si tratta invece dell’applicazione delle istanze del Neolimitarianesimo sotto la supervisione del Solmos per la quantificazione solidale dell’Izard. La liquidità risparmiata dalle società, scaturita dall’abbassamento dei salari (dando per scontato che il reddito da lavoro non sarà convertito in reddito di natura finanziaria, grazie a una normativa di complemento più stringente) verrà presumibilmente convogliata in apposite riserve e sarà oggetto della distribuzione di utili o rientrerà nell’attivo circolante.
Ma quale dovrà essere lo strumento normativo con il quale realizzare l’allineamento? Se la soglia salariale minima e quella massima diventano di competenza dello Stato, solo la negoziazione tra le parti coinvolte (impresa e lavoratori) potrà condurre alla pattuizione della componente Mythos alpha. Ma come si vedrà nel modulo Anaryon, il Solmos provvederà poi a colmare il surplus siartico con politiche indipendenti dall’approvazione di un Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro.
C’è poi un altro elemento da prendere in considerazione. Al fine di garantire la massima protezione dei lavoratori di categoria, è necessario che i CCNL siano pienamente applicati ed abbiano validità erga omnes. La previsione costituzionale dell’art. 39 che rientra nelle disposizioni costituzionali mai applicate statuisce che i sindacati registrati (e quindi dotati di personalità giuridica) possono stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce. Poiché, per evitare interferenze nell’organizzazione interna, i sindacati italiani non hanno mai aderito a tale formulazione di legge, essi restano ad oggi sostanzialmente associazioni private non riconosciute. I contratti siglati tramite Accordi interconfederali con i datori di lavoro hanno valenza solo laddove il datore di lavoro decide di aderire a una certa tipologia di contratto.
In altre parole, lo strumento principe per uniformare i livelli salariali di categoria è un mero accordo tra le parti che rientra nel diritto privato. Ciò spiega l’esistenza di circa un migliaio di contratti collettivi nazionali del Lavoro, quasi tutti identici a livello di esposizione formale e riferimenti normativi, ma con indicazioni dei minimi tabellari che costituiscono la RAL annua del lavoratore molto diversi. Di fatto, dunque, la fissazione della componente Mythos alpha e della Mythos beta, per i lavoratori dipendenti con contratto a tempo pieno determinato e indeterminato, è eccessivamente sbilanciata in favore della parte datoriale, poiché le singole imprese possono attingere da una folta opzione di CCNL, anche sottoscritti da associazioni di categoria con bassa rappresentatività degli iscritti e dunque in grado di fornire minori tutele ai lavoratori del particolare presidio aziendale. Degli oltre mille CCNL registrati ufficialmente presso gli archivi del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (CNEL), almeno la metà sono sottoscritti da sindacati con pochi iscritti e prevedono condizioni economiche e tutele per quanto attiene l’orario di lavoro molto inferiori rispetto a quanto previsto dai sindacati principali (si parla in questo caso di contratti pirata)[6].
Inoltre, occorre ribadire che gli stessi CCNL hanno una scadenza precisa, perché le parti si risolvono di aggiornarne periodicamente i contenuti in base alle mutate esigenze di ciascuna di esse e soprattutto in relazioni ai mutamenti macroeconomici in atto. La prassi vuole che il periodo di validità di un singolo CCNL non superi i tre anni ed è in ogni caso prevista di norma una clausola di cd. ultrattività, la quale prevede che alla scadenza della validità giuridica del contratto (che è appunto un atto di diritto privato), il contenuto dello stesso resti valido anche in assenza di un nuovo accordo (che potrà subentrare al nuovo CCNL solo dopo una successiva negoziazione).
A questo punto della trattazione, si pone però un problema di forma: quale strada occorre scegliere per riformare il sistema italiano ed esportarlo con le opportune modifiche presso altri Paesi? Vi sono essenzialmente due strade ed ambedue portano al medesimo obiettivo: una è teoricamente più corretta, l’altra lo è meno ma risulta, dato lo stato attuale e i tempi ristretti del percorso critico, maggiormente praticabile. In sostanza, sarebbe corretto e assolutamente auspicabile che i sindacati si accordassero con lo stato Solmos (e dunque acconsentissero alla loro registrazione) per poter proporre tipologie di CCNL con validità erga omnes. Gli effetti di questa prassi, combinati con l’ineludibile fissazione di un minimo salariale garantito dalla legge (sempre in relazione alla componente Mythos), garantirebbero immediatamente una rivoluzione salariale, poiché milioni di lavoratori che percepiscono un reddito sotto tutela sarebbero agganciati ai CCNL maggiori e riservati alle categorie sociali maggiormente protette. A cascata, vi sarebbero anche effetti positivi sulla concorrenza nel mercato domestico, poiché (escludendo dall’analisi il problema del lavoro grigio e nero) le imprese che hanno aderito a contratti pirata per un certo tipo di comparti si troverebbero obbligate ad accodarsi ai meccanismi salariali proposti dalle aziende più grandi ai sindacati dalla maggior rappresentanza. Ma la questione della registrazione si scontra inevitabilmente con i timori, legittimi, delle rappresentanze sindacali: un governo potrebbe riconoscere solo alcuni sindacati e non altri sulla base di regole di riconoscimento della rappresentatività unilaterali ed interferire peraltro con l’organizzazione, controllando ad esempio i risultati di voto delle assemblee e potenzialmente rilevando false irregolarità per poter estromettere il tale sindacato dal novero di quelli preferiti. Naturalmente, ciò non potrebbe mai avvenire sotto un governo Aureo. Ma la falla a livello normativo resterebbe intatta e creerebbe in ogni caso un precedente per tutte quelle forze politiche intenzionate a controllare, seppure indirettamente, la legittima attività sindacale. La seconda strada, tuttavia, può superare questa impasse, poiché essa prevede che il Solmos, si riservi il diritto di stabilire ed aggiornare regolarmente i minimi salariali per categoria e funzione sulla base dei CCNL maggiormente utilizzati dalle imprese e che coprono la più vasta platea di lavoratori. Si badi bene che questa soluzione escluderebbe, di fatto aggirandola, la previsione dell’art.39 della Costituzione, che andrebbe di fatto eliminato (a riguardo si rimanda al modulo Demos concernente le modifiche all’assetto costituzionale italiano). Inoltre, con tale previsione di legge, il Solmos prende atto non già della rappresentanza numerica effettiva di un’associazione sindacale, quanto dell’estensione del CCNL a livello di adesione della maggioranza delle imprese e dei lavoratori. Ragionando sui numeri del mercato di lavoro, è infatti presumibile che i lavoratori dipendenti di tutte le imprese, e non solo dunque di quelle più grandi su cui sono tarati i CCNL attualmente più diffusi, non accetterebbero un trattamento salariale inferiore rispetto a quanto offerto dal miglior contratto in vigore nel periodo di riferimento. Per garantire la parità delle condizioni di accesso al mercato e di posizionamento nello stesso, è altresì essenziale che le imprese operino in un campo da gioco il più possibile livellato: la cancellazione delle disparità relative alla fissazione delle componenti Mythos in questo senso restituirà maggior equità al processo di incontro tra domanda e offerta. Sarà poi cura del Solmos sostenere le imprese che, per questioni di grandezza e innovazione tecnologica, presentano una bassa produttività per addetto laddove comparate ad imprese di maggiori dimensioni operanti nel mercato unico europeo, e che dunque subiranno in modo diretto (ma non necessariamente svantaggioso) l’effetto della razionalizzazione solidale del costo del lavoro.
Le medesime garanzie devono essere parimenti estese anche alla componente Mythos beta. La questione principale, in questo senso, è adeguare il salario orario dei lavoratori non dipendenti a quello dei dipendenti. In tal senso, come sarà ulteriormente esposto nel modulo Valisthea, nell’ottica di un poderoso sfoltimento delle forme contrattuali che prevedono modalità di lavoro non a tempo pieno o comunque ibride (inclusi i contratti di tirocinio e apprendistato), il trattamento economico delle fasce di lavoratori che svolgono le medesime prestazioni deve essere equiparato a prescindere dalla tipologia di inquadramento specifica. Qualsiasi forma di restrizione (come del resto è ormai pienamente riconosciuto nella formulazione dei CCNL più diffusi) o compressione salariale dovuta al genere, all’età, alla forma contrattuale, al monte ore lavorate complessive etc. deve essere eliminata, in modo da favorire la piena parità di tutti i lavoratori.
[1] Gli Aurei deprecano la terminologia “risorsa” usata nella dottrina della gestione aziendale, preferendovi quella orgogliosa e pura di lavoratore, cioè colui o colei che con fatica (labor) e dolore impiega le sue energie per raggiungere un obiettivo
[2] Dati Istat 2023
[3] Il CCNL qui descritto è in realtà un fenotipo di molteplici strumenti legislativi con scopi similari, di diritto pubblico e di diritto privato, adottati presso altri Paesi.
[4] Anche se recentemente ridotta per via del rientro di alcune cruciali industrie manifatturiere presso i territori dei Paesi dove hanno sede i quartier generali delle multinazionali che effettuano le delocalizzazioni – tendenza nota con la terminologia anglosassone di friendshoring o reshoring.
[5] Assonime, Rapporto Corporate Governance 2024
[6] https://pagellapolitica.it/articoli/contratti-collettivi-scaduti-rinnovo-difficile