Vi era ad oriente dell’Amenoukihashi una montagna chiamata Vintalys. Là Anaryion si ritirava al termine dell’opera del giorno per meditare in solitudine. Il suo cuore era gravato dal dolore del distacco. Un giorno Anaryon incontrò sulla vetta del monte la strega della notte, che aveva nome Rilyan. Ed Anaryon ebbe pietà della fanciulla, che come lui solitaria malediva il mondo e con le sue atrocità gettava grande discordia nei cuori degli uomini.
L’argomento di questa sezione tratterà della lotta del PRS contro i cosiddetti squilibri o fallimenti del mercato che impediscono il pieno dispiegamento delle forze equilibratrici e stabilizzatrici del Solmos: disoccupazione, guerre doganali, concorrenza sleale, corporativismo, ma anche strategie di contrasto alla delocalizzazione industriale, agli oligopoli e monopoli.
Per quanto attiene il problema della disoccupazione, è convinzione degli Aurei che, nel caso italiano, esso sia legato a fattori del mercato del lavoro domestico, fattori del job market unionale e fattori strutturali connessi, come si vedrà, alla preparazione della forza lavoro, alla sua distribuzione, alla dimensione delle imprese e agli ostacoli di natura non economica (fattori socio-culturali e storici) presenti sul territorio.
In primis, tenendo conto dei fattori domestici, non si può prescindere da un’analisi delle percentuali di occupazione ed occupazione calcolate nell’ambito del trentennio 1995-2025, come illustra il grafico seguente:

Come si può facilmente dimostrare, l’andamento storico del tasso di occupazione italiano non ha fatto segnare particolari evoluzioni. Questa è la prima spia di un sistema che, come si avrà modo di ribadire più volte nel corso della trattazione, è fondamentalmente in stagnazione, cioè in uno stato cristallizzato o criostatico: nonostante il ricambio della forza lavoro, le innovazioni tecnologiche, l’efficientamento della produzione realizzato con economie di scala etc. il settore primario, secondario e terziario italiano non riesce ad assorbire l’intera forza lavoro disponibile nel tempo. Più in generale, il tasso di occupazione medio del mercato del lavoro italiano oscilla in un intervallo storico tra il 50% e il 60% della forza lavoro complessiva. Tale forza lavoro, residente in Italia e disposta ad impiegarsi presso un datore di lavoro operante in Italia, non riesce ad incontrare le richieste di specifiche competenze presentate dalle imprese. Ciò avviene essenzialmente per due ragioni. In primis, non vi è raccordo tra il mercato del lavoro e il mondo delle università, degli istituti professionali e in generale dei poli scientifici e tecnici che hanno il compito duplice di formare il cittadino nuovo e dotarlo di una serie di competenze settoriali specifiche in grado di rispondere a bisogni produttivi esterni altrettanto specifici. Il cd. tasso di job matching, ossia il tasso che misura l’incontro tra la domanda e l’offerta sulla base delle richieste della parte datoriale, manifesta un notevole squilibrio. Le esigenze del mercato non riescono a trovare un punto ragionevole di incontro con determinate tipologie di laureati e diplomati (già pronti per l’ingresso nel mondo del lavoro) rispetto alle esigenze tecnico-scientifiche necessarie alla produzione di beni e servizi, in particolare per quanto attiene i settori ad alta tecnologia (elettrotecnica, programmazione, fisica dei materiali ecc.). L’asimmetria informativa e la difficoltà comunicativa fra le parti nell’incontro tra domanda e offerta gioca un ruolo cruciale, ma sono importanti anche numerose concause (come si vedrà nel modulo Athena) legate alle peculiarità dei percorsi di formazione italiani. In particolare, prevale lo stereotipo generalista che vede certe occupazioni socialmente più importanti di altre, persino quando comparate a professioni caratterizzate da retribuzioni lorde medie più alte per ore lavorate e in grado di offrire solide garanzie sul percorso professionale del lavoratore (scatti salariali e riconoscimento del merito) e un inquadramento contrattuale stabile. La formazione universitaria sconta delle difficoltà croniche: essa è strutturata per dilatare quanto più possibile il momento dell’ingresso nel mercato del lavoro dello studente. A fronte degli ostacoli burocratici ed economici (in Italia il costo di iscrizione medio all’università pubblica è superiore a quello francese o tedesco), prima e persino dopo l’ottenimento della laurea prolifera il mercato delle certificazioni addizionali che rende l’arcipelago del lavoro una sorta di imbuto dove si affollano masse di lavoratori sprovvisti di titoli di studio adeguati. La formazione post laurea appare particolarmente intricata: i neolaureati sono stretti tra l’esigenza di conseguire esperienza (mediante tirocini, quasi sempre non pagati o sottopagati, e in ogni caso inquadrabili come veri e propri rapporti di lavoro dipendente nella stragrande maggioranza dei casi) e la necessità costante di arricchire con riconoscimenti e certificazioni il proprio bagaglio di abilità, oggetto dell’attenzione dei reclutatori. Di fatto, si assiste a un primo fallimento del ruolo delle università: da un punto di vista funzionale esse dovrebbero garantire l’ottenimento del pieno bagaglio di competenze richiesto (a livello teorico e rispetto alle mansioni definite dai principali contratti collettivi nazionali) relativamente alla disciplina insegnata. Ciò avviene solo in parte, in quanto gli atenei trovano difficoltà ad aggiornare la preparazione offerta rispetto alle evoluzioni del mercato. Poiché la selezione del personale da parte delle imprese deve tenere conto del disallineamento descritto, un ruolo cruciale nel processo di selezione tende ad essere svolto da altri fattori alternativi al classico voto di laurea o del diploma tecnico abilitante o ancora alle tempistiche di conseguimento dei titoli. L’orientamento professionale, i percorsi preferenziali e i rapporti di collaborazione tra atenei privati e tessuto imprenditoriale sono bonus spendibili solo da coloro che accedono ad atenei privati. Per tutti gli altri, più che il punteggio complessivo nelle classifiche comparative del singolo ateneo (pubblico o privato e con specifici agganci a determinati settori, in particolare nelle grandi città universitarie del Paese come Roma o Milano), conta il numero di esperienze professionali e certificazioni (spesso non direttamente correlate al proprio focus di studio) inseribili nel curriculum. Da qui il proliferare di corsi di approfondimento, seminari, master di I o II livello (particolarmente diffusi in Italia, ma molto meno all’estero, dove si preferisce il conseguimento del dottorato a una formazione post laurea di durata comunque ridotta). Pertanto, riescono a passare questa sorta di “forche caudine” dell’istruzione avanzata, soltanto le elite, ossia i cittadini appartenenti alla fascia di reddito medio-alta (quelle che nel linguaggio marxista si identifica come borghesia di livello medio-alto) in grado di permettersi l’accesso a università di prestigio. Ma al di là del percorso accademico, poiché il sistema del lavoro è congegnato secondo un meccanismo di stratificazione dell’anzianità e delle competenze, il lavoratore che intende scalare la piramide sociale e maslowiana (leva sociale attraverso la specializzazione del lavoro) è di fatto costretto a ottenere innumerevoli certificazioni linguistiche, scientifiche e di analisi logico-matematica addizionali. Se questo è lo scenario prospettato per i cittadini desiderosi di completare il proprio percorso di studi con una formazione del livello più elevato, come è tipico della siarte, la situazione è ancora più difficile per i lavoratori che presentano un livello di istruzione certificata di livello medio o medio-basso. Anche in presenza dell’obbligo di frequentazione della scuola almeno fino ai 16 anni (e cioè fino a due terzi del percorso formativo dell’istruzione secondaria di secondo grado) per tutti i minorenni, vi è una quota consistente (ca. 1, 3 milioni di persone, il 14,8% nella fascia d’età più giovane (15-29 anni) che non studia e non lavora (i cd. NEET, acronimo di “Not in Education, Employment or Training”). La renitenza allo studio e al lavoro (almeno un terzo dei NEET in ogni caso è un fenomeno complesso, ma in generale si può ricondurre alla presenza di trappole della povertà e del degrado sociale. Una delle trappole della povertà è appunto il replicarsi dei medesimi risultati del percorso di istruzione standard all’interno del medesimo nucleo familiare. Se è vero che persino lo Stato vecchio deve impegnarsi nel ridurre le barriere di accesso all’istruzione di categoria più elevata per gli svantaggiati (art. 34, comma 3 della Costituzione italiana : “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, esoneri dai tributi e altre provvidenze, che devono essere attribuiti per merito e condizioni economiche”), in questo particolare ambito a prevalere nettamente, di forza, sugli obiettivi di diminuzione del tasso di neet (che incrementano il tasso di disoccupazione volontaria) sono fattori socioculturali influenzati in modo preponderante dalla siarte. La percezione diffusa, ad esempio, da parte degli strati meno istruiti della società che l’aumento del proprio livello culturale non produca ritorni economici nel medio-lungo periodo tende a stratificarsi presso nuclei familiari con un basso livello di istruzione (licenza elementare e media). In questo senso, nei primi 25 anni del XXI secolo si è assistito al peggioramento di questa tendenza nel mercato del lavoro italiano, per il diffondersi di miti sull’arricchimento rapido ottenibile mediante mezzi rischiosi. Laddove la strada dell’illegalità (soprattutto in alcune aree del Meridione che presentano carenze negli indici di sviluppo e maggiore penetrazione del crimine organizzato) è sempre apparsa come un viatico preferibile allo studio per l’accumulo accelerato di crescenti ricchezze, nell’ultimo decennio la crescita dell’economia dell’azzardo ha ampliato l’incidenza dell’opinione spregiativa nei confronti della scuola e del sistema economico imperniato sui titoli di studio, malvisto da quella parte di popolazione apparentemente esclusa dai suoi benefici. Il trade off tra ore di studio e ore di relax, da un punto di vista economico, viene superato, nella percezione di una parte della popolazione, dal trade off tra ore social e ore di relax. In un certo senso i soli veri neet sono quelli che non hanno strategie di generazione di ricavi, se si intende l’uso continuo dei social e di piattaforme d’azzardo/speculative in forma attiva e non passiva come mezzo di sostentamento. Ma anche il mondo dell’economia dell’azzardo è caratterizzato da fattori di squilibrio e volatilità ed è oggigiorno piagato dall’iper-concorrenza; inoltre, come visto in Aerith, il basso tasso di alfabetizzazione finanziaria è correlato al livello di istruzione e cultura generale del cittadino medio. La trappola della povertà fa si che chi è povero e con un basso livello di istruzione lo resti, in assenza di politiche pubbliche che incentivino la formazione, reprimendo le forme illegali e contenendo (con un modello di tassazione aggressiva) le modalità improduttive/speculative in concorrenza con il modello di sviluppo “classico” del secondo e del terzo settore.
Ma c’è un altro fattore che influisce in modo decisivo sulla crescita del tasso di disoccupazione e che colpisce in misura maggiore coloro che sono esclusi dalla formazione e dall’aggiornamento delle competenze richieste dal mercato: il declino di numerose tipologie di mansioni, agganciate a funzioni demandate alle macchine. Questo andamento, sebbene caratterizzato da peculiarità differenti, è stato osservato durante le prime tre grandi rivoluzioni industriali; durante le prime due, con la riconversione degli addetti del settore agricolo, tessile, artigianale ecc. ad operai stabilmente impiegati nella fabbrica basata sulla catena di montaggio e il modo di produzione fordista-taylorista; nel corso della terza, con la creazione di una nuova aristocrazia di fabbrica (ingegneri, programmatori, addetti al controllo delle macchine specializzati) e la diffusione di nuove mansioni (tutte riconducibili alla programmazione e alla manutenzione/potenziamento delle macchine semi automatizzate). Nel complesso, le prime tre rivoluzioni industriali hanno reso totalmente obsoleti i protagonisti dei modi di produzione immediatamente antecedenti, sebbene il loro impatto sui tassi di occupazione sia stato molto diverso a seconda delle caratteristiche della forza lavoro e del livello di sviluppo del dato Paese. Nel complesso, gli storici vedono un impatto positivo delle rivoluzioni industriali in termini di variazione assoluta di posti di lavoro conseguente alla modifica dei modi di produzione. La cd, distruzione creatrice teorizzata dallo Schumpeter ha permesso infatti di valorizzare competenze ed energie prima sconosciute al mercato: si fa il caso di scuola dei contadini e braccianti che prima della rivoluzione industriale avvenuta nel XVIII secolo in Inghilterra praticavano ancora un agricoltura di sussistenza. A seguito della richiesta da parte dei primi imprenditori e capitani d’industria di manodopera a basso costo da impiegare nella produzione industriale, i contadini, scacciati dai latifondisti e costretti a vendere le terre in loro possesso, si sono convertiti in operai, “sbloccando” valore aggiunto da destinare alla produzione di beni rivendibili sul mercato. Anche tenendo conto del fatto che gli effetti delle rivoluzioni industriali impattano sugli strati di censo più bassi della società nel medio periodo, non si può negare che lo sviluppo tecnologico, a fronte della crescita della popolazione e quindi della quota di agenti economici attivi nel mercato, abbia permesso di creare più posti di lavoro di quanti sono stati resi obsoleti dalle più efficienti modalità di produzione. Tuttavia, per quanto attiene la quarta e la quinta rivoluzione industriale in corso, per la prima volta nella storia umana non si ha più la certezza che il saldo tra creazione e distruzione di posti di lavoro resti attivo. Ciò sulla base di 3 assunti: a) la funzione degli operai (terminologia descrittiva ormai sempre più riduttiva e obsoleta che verrà presto sostituito da quella di tecnici specializzati) è o sarà svolta integralmente dalle macchine. I tecnici, che dovranno essere dotati di competenze molto diverse da quelle richieste in passato, non saranno più operatori macchina ma manutentori macchina, supervisori e addetti alla riparazione. Ciò implica, b) che la forza lavoro contraddistinta da un basso tasso di alfabetizzazione/scolarizzazione sarà progressivamente marginalizzata ed esposta al rischio di fallimento del mercato del lavoro. Inoltre, le competenze tecniche c), per il loro elevato tasso di specializzazione, implicano investimenti in formazione estremamente costosi che le imprese devono assumere integralmente, anche per quanto riguarda lavoratori in possesso di titoli di studio teoricamente idonei allo svolgimento della mansione richiesta. La corrispondenza settoriale tra competenze e titoli di studio, altresì, tenderà a danneggiare sempre più i professionisti occupati in settori di elaborazione dati o discipline non STEM (e in particolare quelle umanistiche), perché le imprese, in assenza di una struttura formativa capace di evitare il fallimento del match tra domanda e offerta di lavoro, applicheranno strategie aziendali volte alla riduzione del costo marginale di addestramento per addetto. Nell’ottica dell’Ergon promosso dal Solmos, come si vedrà in Atena, il percorso di formazione diventa cruciale nel medio/lungo periodo. Ma come comportarsi nel breve periodo? E’ ipotizzabile, infatti, uno scenario di crescita improvvisa del tasso di disoccupazione, al momento dell’implementazione dell’Intelligenza Artificiale in tutti i processi produttivi della fabbrica 5.0. A quel punto, la crisi che ne deriverà porterà inevitabilmente conseguenze macroeconomiche in grado di alimentare una spirale recessiva: minori consumi, calo del fatturato delle imprese, ulteriori tagli di personale per aumentare i margini, spirale deflattiva ecc. Le perdite economiche generate nell’economia reale dal completamento della quinta rivoluzione industriale saranno controbilanciate dall’apprezzamento dei servizi connessi allo sviluppo e alla vendita di servizi digitali imperniati sull’intelligenza artificiale. Ma poiché allo stato attuale l’intero business dell’IA è controllato da un oligopolio a livello globale, i titoli azionari delle imprese che controllano il mercato si apprezzeranno, così come acquisiranno valore le filiere dell’indotto e in particolare quella per la componentistica hardware necessaria al funzionamento dei supercalcolatori e delle macchine di addestramento volte al cd. machine learning. Tuttavia, nell’ambito della più volte richiamata economia delle bolle, la bolla stessa assorbirà (fino al suo esaurimento) l’incremento della capitalizzazione del settore delle IA, impedendo, per le dinamiche dell’accumulo slegate dalla logica dei dividendi tipici delle società quotate delle prime due rivoluzioni industriali, la redistribuzione della ricchezza generata nell’economia reale. L’incremento del valore della bolla infatti supererà notevolmente la crescita dei profitti reali delle aziende: il management delle stesse si impegnerà per favorire l’aumento della capitalizzazione piuttosto che la crescita dei margini, come si vede per tutte le società che rientrano nella definizione di tecnotitani.
Il lavoratore, posto in un mondo dove la competizione è fortissima, abbandonato dallo Stato vecchio come illustrato nel volume I, non viene posto nelle condizioni di operare una scelta sul suo profilo professionale futuro sulla base delle tendenze del mercato, delle sue preferenze personali e dei cambiamenti di competenze richieste, continuamente aggiornati nell’ambito della produzione d’impresa. Egli è vittima dell’Anti-Solmos, saldamente agganciato al sistema capitalistico privo di correttivi: il lavoro di fatto viene ritenuto inferiore al capitale dal sistema e i redditi da lavoro costantemente compressi, tassati molto di più delle rendite finanziarie generate da speculazioni finanziarie di medio-lungo periodo. Il problema della retribuzione del lavoro, tuttavia, è solo un aspetto del problema. Il modulo Rylian costituisce l’analisi puntuale e la proposta di nuove soluzioni per tutti gli aspetti del lavoro che rientrano nella selezione e nell’addestramento del lavoratore, della sfera contrattualistica, di sicurezza operativa, di bilanciamento lavoro-tempo libero, di diritti sindacali, dell’avanzamento di carriera ecc.
Qual è nel concreto l’insieme di scelte che si trova a dover compiere il lavoratore nel momento in cui accede al mondo del lavoro? Esse dipendono da diverse componenti, ma in ultima istanza il peso maggiore è dato dal livello di istruzione e di competenze acquisito prima dell’accesso.
Tali competenze sono tuttavie ponderate e il loro peso dipende in parte da fattori esogeni e in parte dalla saturazione delle posizioni preferite sul mercato (che a loro volta dipendono dalle preferenze di lavoro e salariali dei dipendenti). Il sistema di relazioni dell’università di provenienza (ma il ragionamento si potrebbe allargare alle referenze fornite dal tale professore) prevale sulle competenze effettivamente ottenute ed attestate dal titolo di studio per quanto attiene la ricerca del lavoro. Ciò avviene a causa di difetti sistemici o peculiarità del mercato italiano, i cui riflessi influenzano anche il processo di ricerca del lavoro: i canali per trovare lavoro sono legati ad un arcaico sistema di relazioni informali, che riflettono le caratteristiche del mercato stesso.
Il primo dato essenziale di cui tenere conto è che l’Italia è essenzialmente un Paese di piccole e medie imprese (il 99% delle imprese registrate): 7,5 milioni di addetti sono impiegati formalmente presso imprese che hanno meno di 10 dipendenti. In termini numerici assoluti in Italia vi sono molte meno grandi imprese che in Paesi come Francia e in Germania, che contribuiscono di conseguenza ad una quota differente del PIL Nazionale (in Germania le prime 500 imprese per dimensioni hanno un fatturato superiore al PIL, in Francia lo eguagliano, mentre in Italia questa percentuale scende al 60%) ed assorbono un minor numero di occupati. Ciò comporta che le procedure di ingresso nel mondo del lavoro e di avanzamento di grado tipiche di una grande impresa (colloqui conoscitivi basati sulla prova effettiva delle competenze, scatti di carriera legati al merito e non all’anzianità, minor ricorso a forme di lavoro precario ecc.) non possono trovare piena applicazione. Il percorso di crescita delle imprese tuttavia non è solo bloccato da fattori quali la bassa domanda domestica o il basso valore aggiunto delle produzioni prevalenti, quanto dalle barriere generate dal sistema economico all’espansione naturale del processo economico. Imprese e imprenditori non trovano cioè conveniente aspirare ad accrescere il loro livello di fatturato, di attivo di bilancio e di dipendenti: al contrario, le aziende godono di numerosi benefici che tendono a cristallizzare la loro condizione di piccolezza. Certo Non va sottovalutato, quanto a questo fenomeno, l’impatto del lavoro nero e del sommerso: le imprese piccole sono tendenzialmente sottoposte a controlli meno rigorosi delle medie e delle grandi e ciò consente loro di impiegare largamente, specialmente in alcune aree sottosviluppate del Paese, manodopera a nero (con tutti i risparmi illeciti connessi, in termini di previdenza e di costi per assicurare la sicurezza dei lavoratori) nonché di nascondere al fisco una parte consistente dei loro ricavi. Al di là dell’impulso autogenerato da un contesto degradato ad approfittare della dimensione piccola per eludere i controlli amministrativi e fiscali, vi è tuttavia un fenomeno ancora più forte che provoca la sindrome di Peter pan o il nanismo industriale del sistema industriale italiano ed è lo scarso livello di produttività per addetto, connesso a sua volta all’ipersaturazione di alcuni settori di mercato a basso valore aggiunto rispetto ad altri. L’esempio più classico è quello delle imprese di ristorazione: esse sono ca. 329.000 contro le appena 9.000 imprese operanti nel settore della produzione di componenti elettronici. E sebbene in Italia il numero di imprese manifatturiere sia il più alto d’Europa (ca. 340.000) esse sono tutte PMI: al contrario di altri Paesi europei non vi è effettiva concentrazione industriale né si registra una tendenza all’aggregazione di imprese operanti nello stesso settore. Tutto il mercato è polverizzato in un numero enorme di piccole imprese che assorbono poco più della metà (53%) dell’intera forza lavoro del Paese. Queste imprese hanno caratteristiche similari: esse sono in genere a conduzione familiare (quando non ricomprese nell’organigramma di una società più grande) e tendono a offrire condizioni salariali e contrattuali più stabili a persone di fiducia (ricollegabili cioè all’ambito familiare o di relazioni informali). Il numero di nuovi occupati in queste imprese nasconde lavoro povero e precario, grazie al profluvio di opzioni possibili che il legislatore ha sdoganato nel tempo. In particolare, sono i tirocini extracurriculari (cd. stage) e i contratti di apprendistato i mezzi contrattuali principali con cui le piccole imprese impiegano nuovo personale. La stessa esistenza dei contratti cd. di formazione nasconde il vulnus della selezione, creando alcuni paradossi. In primis, persino quando in possesso di titoli di studio di livello avanzato, i cercatori di lavoro (escludendo il mondo diversificato dei concorsi pubblici, che pure merita un approfondimento separato) si trovano davanti barriere all’ingresso che impediscono di fatto l’accesso al contratto a tempo indeterminato. Gli annunci di questo tipo si focalizzano sull’esperienza maturata in un settore analogo e solo in seconda battuta sulle competenze effettive, che nell’economia ultraspecializzata odierna talvolta si basano sulla capacità del cercatore di sapere di usare in modo efficace una sola macchina complessa o un solo software in aggiunta a un numero elevato di competenze generiche teoricamente accertate dal possesso del titolo di studio dato.
Più in generale, le PMI hanno difficoltà a investire in ricerca e sviluppo, a formare adeguatamente i lavoratori e a implementare nuove tecnologie. Inoltre, tali imprese dispongono di minore potere contrattuale con i fornitori e i clienti, risultando quindi molto più esposte alle dinamiche di mercato e al flusso o vento schumpeteriano di “distruzione creatrice”. Come si vedrà nella parte XIV (dedicata all’analisi della produttività, del valore aggiunto addizionale per addetto e del tasso di innovatività delle imprese italiane), il risultato è una competizione basata principalmente sul contenimento dei costi, uno scenario dove di riflesso il lavoro diventa una variabile da ottimizzare agli estremi, trascurando totalmente gli effetti a livello di produttività per addetto generati dai processi aziendali interni di formazione continua e di incentivazione all’obiettivo. Le PMI, soprattutto nei percentili dove si concentrano le attività a più basso valore aggiunto, non hanno bisogno di modificare il proprio ciclo produttivo nè di ottimizzare le proprie tecniche di vendita. Il punto centrale è che la condizione semipermanente che limita le dimensioni di un’impresa dipende anche da variabile esogene di carattere politico e amministrativo che incidono sul funzionamento dei mercati. Il sistema fiscale italiano (fondato su un complesso sistema di detrazioni e crediti d’imposta, le normative da applicare (nei campi più svariati, dalla rendicontazione alla sicurezza) e soprattutto le tipologie di controlli cui sono sottoposte le pmi rendono sconveniente la crescita dimensionale. Quest’ultima è fondamentale per conseguire economie di scala attraverso la progressiva standardizzazione e automazione dei processi produttivi: essere più grandi significa contare sulle competenze di lavoratori che accumulano incrementalmente esperienza, occupare spazi di mercato sempre maggiori, disporre del capitale per attuare una diversificazione orizzontale e verticale, rafforzare la filiera, negoziare prezzi migliori con fornitori e clienti, ottenere maggior credito bancario, ottimizzare la gestione della tesoreria ecc. Inoltre, almeno soffermandosi sugli effetti della quarta rivoluzione industriale (laddove gli effetti della quinta sono in corso e la quarta non si è comunque del tutto conclusa, in alcuni casi sovrapponendosi all’introduzione delle migliorie della quinta), il rapporto tra innovatività (ossia la tendenza di un’impresa ad adottare tecnologie che consentono di produrre – alternativamente o in combinazione – di più, in minor tempo, a minor costi e con un intervento umano non d’uso ma di supervisione della macchina) e crescita degli occupati è sostanziale ed incide sulle variabili tipiche del rapporto di lavoro (retribuzione superiore, inquadramento contrattuale stabile, accumulo di esperienza spendibile sul mercato etc.). [nota a piè di pagina, vedi Acemoglu, D and P Restrepo (2016), “The race between machines and humans: Implications for growth, factor shares and jobs”, VoxEU.org, 5 July. Aghion, P, C Antonin, X Jaravel and S Bunel (2020), “What Are the Labor and Product Market Effects of Automation? New Evidence from France”, CEPR Discussion Paper 14443]. E’ questo forse uno dei casi più classici dove lo scopo politico di breve e medio periodo confligge con l’interesse dello Stato e con la salvaguardia dell’economia nel medio-lungo periodo. A livello politico, ad una prima analisi, appare infatti conveniente impedire la crescita naturale delle imprese, perchè le grandi imprese possiedono maggior potere negoziale e maggior capacità di spostare la produzione in casi di cambiamenti subitanei del mercato. Imporre regimi forfettari ed essere generosi nella concessione di detrazioni e agevolazioni fiscali varie protegge le PMI dagli effetti del vento schumpeteriano, allo stesso tempo producendo un rapporto al limite del clientelismo nei confronti delle forze politiche che tutelano il mantenimento dello status quo. Ma questo effetto, al di là del problema dei controlli fiscali e dell’esistenza di fenomeni criminali come l’evasione e il riciclaggio (favorito proprio dall’esistenza di PMI), danneggia l’economia nel suo complesso e in ultima istanza il sistema fiscale e dunque la fonte primaria di introiti dello Stato; inoltre, l’equilibrio al ribasso conseguito porta a una progressiva desertificazione industriale – frutto della mancanza di spinta innovativa dal basso e dell’obsolescenza tecnologica di imprese che si limitano a “dormire sugli allori” – e al passaggio di proprietà delle grandi imprese esistenti, vere e proprie “cattedrali nel deserto” in uno scenario dove esse possono esercitare la loro influenza solo a livello domestico, mentre scontano una debolezza strutturale sui mercati internazionali.
Un secondo fenomeno che influenza negativamente il processo di incontro tra domanda e offerta di lavoro è dato dalla struttura dei canali di accesso al mercato del lavoro esistenti nel Paese e dal prevalere della rete cd. informale su quella formale. Secondo i dati attualmente disponibili, tra i circa 24 milioni di occupati in Italia nel 2024, il 26 per cento ha trovato lavoro presentandosi con candidatura diretta all’azienda di interesse, il 16 per cento grazie ad amici e conoscenti, il 9 per cento tramite parenti. Un ulteriore 5,5 per cento è stato contattato dal datore di lavoro. Sommando queste voci, oltre il 57 per cento degli occupati ha conseguito un impiego mediante relazioni dirette, laddove il contatto ottenuto attraverso colloqui seguiti a risposte presentate ad annunci su giornali e piattaforme digitali pesano appena il 4,2 per cento.
Le differenze tra uomini e donne sulla rete informale sono minime (26 per cento per gli uomini, 25 per cento per le donne). A cambiare è il peso dei canali istituzionali, cioè concorsi pubblici, centri per l’impiego e agenzie: il 17 per cento delle lavoratrici ha ottenuto il proprio posto di lavoro tramite concorso contro il 10 per cento dei colleghi uomini.
Al contrario, le fasce di lavoratori più giovani sono quelli che dipendono di più dalla rete informale: infatti tra chi ha meno di venti anni il dato raggiunge il 37 per cento, e nella fascia 20-29 anni si attesta al 30 per cento. Ciò significa che, quando si è alle prime esperienze lavorative, raccomandarsi o ottenere una raccomandazione (ossia una presentazione informale) presso un conoscente è ancora il modo più utilizzato per trovare lavoro. Man mano che l’età avanza e l’anzianità aziendale con essa (sinonimo di esperienza in particolare nel mercato del lavoro italiano, che tuttavia non resta un indice credibile del merito) la funzione della rete informale nel fornire posizioni lavorative si riduce gradualmente.
I dati Istat permettono di osservare il mercato del lavoro da due prospettive: come gli occupati hanno effettivamente trovato il proprio impiego e quali metodi utilizza il 6% ca. della forza lavoro costituita da disoccupati involontari per trovare un impiego. Il meccanismo si basa dunque sul fatto che quasi quattro disoccupati su dieci rispondono ad annunci, ma solo quattro occupati su cento dichiarano riescono effettivamente a conseguire un impiego sfruttando il canale di comunicazione digitale. Ciò, come detto, dipende da una serie di variabili specifiche, tutte legate alle dinamiche del mercato ed in particolar modo al livello di istruzione degli occupabili. Per i possessori di un diploma di scuola secondaria di primo grado, classificati come “low skill workers” ossia lavoratori privi di competenze tecniche specifiche, acquisite anche tramite esperienze di lavoro dirette, la rete informale è il canale dominante di accesso al lavoro: vale il 35 per cento, contro il 7,1% dei canali istituzionali. La situazione è completamente diversa per i laureati: la rete informale contribuisce solo per il 12 per cento nella scelta , mentre i canali istituzionali salgono al 29 per cento, trainati dal concorso pubblico al 27 per cento: tuttavia gli annunci valgono il 5,3 per cento per i laureati e il 2,6 per cento per chi ha la licenza media. In sintesi, chi dispone di un titolo di studio di livello medio basso (e, per il funzionamento intrinseco del mercato del lavoro, tendenzialmente di un reddito più basso) si affida maggiormente alle relazioni personali sia per cercare sia per trovare lavoro. Questo andamento produce una serie di effetti perversi. In primis, il prevalere della rete di contatti informale disincentiva la fruizione di percorsi formativi volti a migliorare le proprie competenze, irrigidendo il legame tra titolo di studio di basso livello, accettazione di remunerazioni minori rispetto alla mediana del mercato e del settore di riferimento e permanenza del lavoratore scarsamente specializzato nella parte medio bassa della piramide del lavoro. Tale fattispecie si irrigidisce ulteriormente se si estende l’analisi a livello settoriale: ad esempio il settore primario privilegia al 40% la rete informale, mentre per il settore secondario e terziario agenzie private e concorsi pubblici aumentano il peso della rete formale, coerentemente con il numero di occupati presenti nella pubblica amministrazione, nella sanità e nell’istruzione. Inoltre, la rete informale privilegia per la sua stessa natura inquadramenti contrattuali precari (tralasciando l’esistenza del lavoro nero). Non a caso tra i dipendenti inquadrati con contratti a tempo indeterminato i canali istituzionali contribuiscono alla ricerca del lavoro per il 22 per cento (anche per l’impatto del concorso pubblico). Per i lavoratori a tempo determinato, viceversa, il contatto diretto con il datore contribuisce all’ottenimento di un impiego per il 41 per cento e la rete informale di presentazioni che coinvolge la cerchia di conoscenze al 30 per cento. Chi ha un contratto precario lo ha ottenuto in gran parte attraverso presentazione diretta o passaparola, mentre chi ha ottenuto un impiego a tempo indeterminato si è affidato di più all’intermediazione formale. Inoltre, più lo stato di disoccupazione si prolunga, più i cercatori di lavoro percepiscono di aver esaurito le possibilità offerte dagli strumenti formali e si affidano con crescente intensità alla propria cerchia. La rete familiare diventa il canale preferenziale soprattutto per i giovani cercatori di lavoro, mentre scende considerevolmente con il progredire dell’età per quanto sopra esposto. In questo senso, il ruolo dello Stato italiano è particolarmente delicato e andrebbe notevolmente potenziato, in quanto il meccanismo di incontro tra domanda e offerta passa per le agenzie del lavoro (gestite a livello regionale), gravate da croniche inefficienze (in particolare la mancanza di uniformità e di accesso ad una banca data del lavoro nazionale, poichè l’ANPAL svolge una funzione di mero coordinamento tra le strutture). In questo senso, la centralizzazione dei centri per l’impiego o CPI è fondamentale, così come il perfezionamento delle sinergie tra sistema formativo, agenzie di impiego e reclutatori privati a tutela dei cercatori di lavoro.