“Reidamar, la Liberazione dello Zero, verrà vinta quando il popolo del Sole, unito, preferirà morire piuttosto che spezzare il cuore dei Liberi” Dalle cronache auree, dichiarazione di Anaryon
I fatti dei tempi contemporanei impongono una riflessione circa l’attivismo geopolitico delle democrazie occidentali. La crisi irreversibile delle democrazie rappresentative trova la sua genesi in un fenomeno semplice: la costante delusione delle aspettative dei cittadini elettori. Essi, esclusi a differenza che nel Solmos e nella democrazia irenea nella gestione della cosa pubblica e nella risoluzione dei problemi, reagiscono all’apatia delle classi dirigenti con il disinteresse. In tal modo, minoranze organizzate, portatrici di ideologie semplificate all’estremo, prevalgono sulla palude dei moderati: i cosiddetti liberali consegnano dunque nelle mani degli estremisti le leve del potere del Paese di riferimento. Il ritorno delle ideologie, ancor più svuotate che in passato di obiettivi pratici, infarcite di menzogne e in grado di mobilitare masse di individui che agiscono come megafoni del consenso, porta con sè conseguenze estremamente gravi. In primis, le ideologie dei tempi contemporanei sono tutte riconducibili alla destra ultraconservatrice: paradossalmente il conservatorismo è diventato ideologia alla morte del suo avversario principale, il comunismo. Il conservatorismo ha trovato il suo contenitore nel populismo (l’uno non va confuso con l’altro): il primo sottende il mantenimento dell’ordine attuale sulla base di alcuni pilastri fondamentali (libero mercato, strenua difesa della proprietà privata e dei patrimoni della minoranza di ultraricchi, ostilità verso i migranti economici proveniente da Paesi ritenuti arretrati, accordo di lungo periodo per il perseguimento di una politica di potenza regionale o globale – a seconda delle possibilità di ciascuno Stato -, riduzione o cancellazione dei rimasugli del Welfare State del XX secolo ecc.), il secondo si fa specchio della volontà popolare vantando un rapporto diretto con l’opinione pubblica. Come è tipico delle ideologie, tutta l’azione politica è ricondotta alla volontà di un capo (il conservatorismo ideologico in realtà sfocia quasi sempre nell’oikocrazia, primo ibrido di una democrazia indebolita nel suo sistema di contrappesi dall’iniziativa del potere esecutivo), investito dall’autorità popolare. Il capo, come sempre accade nei regimi dove dimora il sole nero, allorchè viene investito dalla volontà popolare (anche se espressione di una minoranza di elettori, in uno scenario dove a prevalere è il partito di chi non decide, quello dell’astensione), diventa automaticamente depositario di un potere assoluto, nel senso tecnico che gli veniva attribuito durante l’Ancien Regime. Il capo è sciolto da ogni vincolo e non deve render conto delle sue scelte a nessun contropotere, dalle autonomie locali al potere legislativo e giudiziario. La differenza rispetto al XVIII secolo (epoca del massimo splendore degli assolutismi, quantomeno fino allo scoppio delle Rivoluzioni di fine secolo) è nelle modalità operative utilizzate per piegare le istituzioni ai diktat della fazione vittoriosa. Il primo passo di norma è quello di esautorare il potere legislativo, ossia di ricondurre all’obbedienza i membri delle Camere che lo esprimono: questo passaggio avviene grazie a particolari conformazioni dei sistemi politici informali. Il capo populista di norma ha il controllo totale del partito che lo sostiene: se già esisteva prima del suo ingresso nella scena politica, viene attivata una vera e propria OPA ostile contro i dissidenti, espulsi o tacciati di essere traditori dell’ideologia dominante, al servizio del nemico. Per il resto, il capo associa all’esercizio del potere non compagni ideologicamente allineati, ma servitori ossequiosi. Le competenze sono irrilevanti, contano solo la fedeltà al capo, la capacità di lusingarlo e di farlo sentire importante, di fargli credere che la sua gloria è espressione univoca delle sue abilità superiori e che ogni risultato raggiunto dai sottoposti è emanazione della sua volontà e della sua infallibilità. Questa descrizione è niente di più che una parafrasi della descrizione che il duca di Saint Simon faceva di Luigi XIV all’apice del suo potere. In alcuni Paesi, tra cui l’Italia, questo meccanismo provoca distorsioni grottesche, avallando il clientelismo (quando non un vero e proprio nepotismo) anche nel cuore della gestione dello Stato (la direzione del potere esecutivo) oltre che in tutte le istituzioni, pubbliche e private, attive nel territorio del Paese. Una volta svuotato il partito di ogni funzione propositiva e consultiva (diventa di fatto una cassa di risonanza elettorale del capo), esso produce liste di candidati cortigiani totalmente allineati alle direttive del sovrano, che a lui devono l’ascesa politica e la possibilità di trarre vantaggi personali dalle funzioni che saranno chiamati a rivestire. Anche qui, nulla di nuovo rispetto a quello che la storiografia ha messo in evidenza circa l’Ancien Regime: la creazione di una nobiltà di toga, quasi sempre cooptata dalle classi medie (appartenere alle classi elevate costituisce un pericolo per la preminenza del capo), è un passaggio fondamentale per contrastare i corpi dello Stato ostili al capo o tendenzialmente neutrali. Le oikocrazie si distinguono dalle tecnocrazie proprio in virtù della sottomissione dei burocrati ai clan politici preminenti: più che far parte per sè (la burocrazia che difende rigidamente i propri privilegi come corpo) i burocrati si allineano al capo, attratti dalla possibilità di entrare nella sua cerchia ristretta di adepti e seguaci più fedeli. A questo punto, svuotata la funzione legislativa di ogni autonomia, si procede con la sottomissione del potere giudiziario, infiltrando membri politicamente schierati nei ranghi delle sue strutture di comando e di controllo, delegittimando ed esponendo al ludibrio popolare i magistrati indipendenti e in grado di mettere in discussione la legittimità costituzionale delle decisioni del capo. Ma l’oikocrazia non si ferma qui: essa prende rapidamente il controllo del quarto potere, quello dei media, facendo pressioni sui gruppi editoriali in vario modo per impedire ai giornalisti ostili di criticare il regime oikocratico. Un metodo d’attualità che si è rapidamente affermato è quello della cd. denuncia temeraria: il capo, o uno dei suoi sottoposti più vicini ma con il suo incondizionato supporto, denuncia direttamente il tale gruppo editoriale o il singolo giornalista, ricattandolo (con tutto il potere dello Stato a supporto del querelante) in cambio del suo silenzio, della sua ritrattazione (non si contano gli autodafé della modernità) o della sua quiescenza.
L’oikocrazia sopravvive grazie a tutte le strategie consolidate già contemplate dal conservatorismo, solo declinate con gli strumenti della modernità. In primis, essa individua ogni giorno dei nemici. I primi e più importanti sono gli oppositori, cui si nega ogni possibilità di essere considerati come avversari. I dissidenti sono attaccati pubblicamente, ingiuriati, ostacolati nei loro percorsi lavorativi sulla base delle proprie preferenze politiche, quando non aggrediti fisicamente. Lo schema è molto semplice e si basa sulla ripetizione ossessiva di pregiudizi e stereotipi, che sul modello del totalitarismo nazista plasmano lentamente (ma in modo estremamente efficace) l’opinione pubblica. L’avversario diventa così nemico e in seguito dissidente, cioè un oppositore clandestino, che deve aver paura di esprimere la propria disapprovazione per il regime che si è nel frattempo consolidato. La prima fase di questo processo assume connotati grotteschi, perché i corifei del capo associano i propri avversari a fantomatiche elite. Dietro questo termine generico, si nasconde un coacervo di simboli e stereotipi negativi, profondamente radicanti nella mentalità popolare: le elite sarebbero in questo senso composte da progressisti ipocriti, dedite al proprio arricchimento a scapito del popolo piuttosto che all’applicazione delle riforme sociali di cui si fanno promotrici, e concentrate solo sulla diffusione di astratti diritti che poco hanno a che fare con le dinamiche di vita concreta degli elettori. Così, il capo aizza i suoi sostenitori (masse che per livello educativo e maturità dello spirito critico sono facilmente influenzabili) a moltiplicare l’ostracismo verso i dissidenti e a inquadrarli come un nemico da abbattere ad ogni costo.