Come esposto nel modulo circa la proposta di pacificazione del PRS tra Israele e Palestina, la cessazione del conflitto regionale storico multireligioso e multietnico in Medio Oriente passa attraverso la mediazione dei Paesi occidentali e la riduzione dell’influenza delle autocrazie nella regione. L’approccio che conduce all’intervento armato da parte dell’Occidente nei Paesi considerati non allineati o ostili come il Libano, lo Yemen e l’Iran (con l’esecuzione di attacchi militari di natura aerea e navale che escludono l’impiego di forze terrestri) danneggia le popolazioni civili ed è mosso dalle ragioni del profitto. Troppo spesso, nel vecchio mondo, si utilizza la guerra preventiva per nascondere fini differenti da quelli esposti dalla propaganda, che nelle ipnocrazie segue il flusso del Metaverso, senza preoccuparsi di nascondere le sue incongruenze. In verità, a differenza del paradigma di von clausewitz (a sua volta espressione ultima della lucidità del Machiavelli e del ragionamento storiografico classico riconducibile agli storici antichi, primo fra tutti Tucidide), i conflitti non sono più la prosecuzione informale di dispute politiche, ma essi stessi costituiscono un mezzo di pressione e di imposizione di un schema di pensiero convenzionale volto al perseguimento di una politica di egemonia economica e culturale. L’ipnocrazia è l’unica forma di governo, eccettuata quella totalitaria (che pure, come dimostrano le vicende della Seconda guerra mondiale, può oltrepassare le barriere ideologiche per ragioni di realpolitik e conservare la propria base di consenso) in grado di assicurare una copertura al potere politico per la realizzazione dei propri disegni egemonici, connessi non tanto all’interesse del Paese ma a quello del clan di governo (la logica oikocratica) subentrato alla precedente classe dirigente.
Secondo l’approccio del PRS, come esposto nel volume I, gli Stati , intesi come entità territoriali riconosciutesi vicendevolmente, sono chiamati a dirimere, sempre ed in ogni circostanza le controversie con un negoziato e rinunciare all’opzione armata. Nel frattempo, informalmente (evitando il coinvolgimento dei Servizi segreti), gli Stati dove vi è la democrazia rappresentativa e in futuro irenea devono appoggiare i movimenti di opposizione e se necessario formarli e successivamente organizzarli.
Qualcosa di simile fu tentato dai totalitarismi novecenteschi tra le due guerre mondiali, anche se l’esempio più significativo di questo approccio è dato dall’azione di sostegno dell’URSS al movimento comunista internazionale e ai partiti comunisti nazionali. Essi, quasi sempre relegati nella clandestinità o comunque vittime di una conventio ad excludendum permanente in virtù della minaccia rivoluzionaria rappresentata (o del suo fantasma), furono appoggiati da un partito globale controllato dalla prima repubblica nata dalla rivoluzione. Nel corso del Novecento, numerosi furono i movimenti rivoluzionari che andarono al potere, quasi sempre a seguito di dure guerre civili, sostenuti dai sovietici. Questi ultimi fornivano istruttori militari, approvvigionamenti di tipo civile ed equipaggiamento bellico, forniture di prodotti indispensabili per il movimento di uomini e merci (imbarcazioni, veicoli a motore, carburante etc.) oltre a un poderoso sostegno propagandistico (le lotte per la libertà di popoli fratelli) e diplomatico. L’azione dell’URSS era costantemente ostacolata da quella del blocco occidentale a guida americana, che applicava la politica del containment in risposta al supporto sovietico offerto ai movimenti di lotta armata contro regimi filo occidentali e dittatoriali. Questo scontro, parte della guerra fredda, non riguardava solo il terreno politico ma anche e soprattutto quello ideologico: l’appartenenza a un’ideologia determinava una scelta di campo netta e chi si affiliava a un certo modo di vedere il mondo e di interpretarne i processi in atto poteva aspettarsi protezione e aiuto da parte di chi militava nello stesso campo. Questa azione era tollerata dalla diplomazia internazionale, anche se in teoria nessuno Stato dovrebbe esercitare un’influenza, più o meno palese, negli affari interni di un altro Stato.
Il sostegno ai movimenti di opposizione naturalmente varia da Paese a Paese e deve essere inteso in modi differenti per preservare la Pace ed impedire che lo scontro ideologico o di potere inneschi il conflitto violento fra popoli. Gli imperi devono cadere dall’interno: la politica agenetica predilige l’implosione all’esplosione ed un implosione naturale, progressiva, non violenta. A leggere gli scritti di [XXX], che trattavano del tema della rivoluzione e dell’interpretazione che di essa davano sia i principali teorici del marxismo sia gli adepti della base, si osserva un generale caleidoscopio di opinioni. Questa selezione molto vasta di opzioni riflette la propensione dei partiti socialisti di fine Ottocento ad attuare la rivoluzione con diversi quantitativi di violenza e si riallaccia alla questione del sostegno di Paesi terzi a coloro che si oppongono ad autocrazie, cleptocrazie, democrature e soprattutto alle oikocrazie diffuse sul pianeta. Si osserva, in linea di massima, una generale repulsione dei rivoluzionari di fine Ottocento (la cui visione è fondamentale, perchè viene prima della realizzazione della rivoluzione bolscevica in Russia) all’uso della violenza: tolti i più oltranzisti dall’equazione (i dominatori delle piazze, coloro che inneggiavano alla violenza prima ancora che alla rivoluzione, facendo della prima una causa della seconda), la gran parte dei militanti dei partiti socialisti credeva di poter convincere le forze della repressione a cedere le armi ai quadri rivoluzionari. Un certo tasso di violenza si profilava inevitabile, ma era sgradito, una fastidiosa appendice di un moto popolare fondato sull’azione del proletariato sostanzialmente incruento, perchè basato sullo schiacciante predominio di masse politicizzate ostili al modo di produzione industriale in uso e alle leggi inique del capitalismo. Al di là delle divisioni politiche tra riformisti e massimalisti (dove i primi si erano allontanati dall’idea di rivoluzione accettando sostanzialmente il capitalismo, che tuttavia andava emendato dall’interno del suo spirito aggressivo e imperialista) la rivoluzione si doveva attuare con mezzi pedagogici. L’educazione delle masse, da questo punto di vista, rivestiva un’importanza cruciale: il partito socialista di fine Ottocento, paradossalmente molto di più dei suoi figli comunisti del Novecento, era essenzialmente una scuola, dove i militanti prendevano coscienza dei loro diritti, discutevano di problemi concreti (salario, diritti di voto e sindacali, orario di lavoro, equiparazione tra uomo e donna a livello di diritti e di doveri, laicità dello Stato etc.) e ragionavano sui modi con i quali si poteva conseguire il passaggio alla società senza classi e sull’orizzonte temporale della prospettiva rivoluzionaria. A differenza di quanto sarebbe accaduto nel Novecento, vi era molto più mutuo soccorso che inquadramento militare, molta più assistenza ai deboli (es. classico le prime forme di assistenza agli infortunati e agli invalidi mediante la creazione di una cassa comune) che addestramento alla presa del potere violenta.
Questo excursus chiarisce l’ambito d’azione che il PRS intende supportare per quanto attiene i rapporti con gli oppositori di regimi avversati a livello agenetico (sulla base del Patto di Concordia e dell’Etica Irenea), che tuttavia vanno ostacolati facendo uso dell’Ars Absolvendi. Essa, come trattato nel volume I, si basa certamente sull’insegnamento del pensiero critico e sul sostegno alle masse. Tuttavia, si differenzia dalle operazioni di regime change attuate dalle potenze occidentali negli ultimi venticinque anni, in quanto la persuasione prevale sulla corruzione, mezzo che caratterizza tutti i tentativi fin qui osservati di deviare l’opinione pubblica di un Paese verso lo scontro con le istituzioni che lo guidano. Ciò non significa fornire un sostegno esclusivamente etico e formativo alle popolazioni oppresse da regimi dispotici, poichè aiutarli concretamente, svincolando tali aiuti da forme di ricatto ed evitando che le istituzioni locali ne traggano vantaggio, è un dovere indissolubile di tutti coloro che hanno giurato fedeltà al Solmos e alla triplice Pax. Se si pensa al caso della Palestina, il cui regime dispotico è stato supportato all’inizio dallo stesso stato di Israele e in seguito, attraverso il canale di sostegno degli aiuti umanitari ONU (poi deviato), dalla comunità internazionale, si comprende come l’aiuto alla popolazione civile deve essere costantemente monitorato, per evitare che ladri e profittatori dissanguino il popolo e sottraggano a loro beneficio gli aiuti che devono invece sostenere esclusivamente il focolaio democratico.
Ma il punto cruciale nel rapporto tra democrazie irenee (come l’Italia, la cui transizione a tale stato è il fulcro del progetto Meridies) e movimenti di resistenza ed opposizione organizzati avversi ai regimi tirannici è l’applicazione della disobbedienza civile come azione di contrasto alla repressione governativa. La disobbedienza, strumento prediletto dal Mahatma, ha presso qualunque movimento di protesta una valenza enorme: il gruppo o i gruppi che la adottano come propria tattica di lotta, sacrificano loro stessi e il principio del late biosas (che caratterizza le minoranze che non si allineano alle ingiustizie accettate passivamente dalla maggioranza grigie) per l’Aedes. Il potere costituito rappresentato dallo Stato, come giustamente rimarcano i teorici dell’anarchia (da Proudhon a Bakunin), si basa sulla coercizione e sull’inquadramento delle masse. Quando lo Stato si distacca in misura eccessiva dal popolo che lo costituisce e lo rende possibile, esso diventa un edificio cadente e coloro che ne sono i guardiani (i pretoriani del despota) perdono la facoltà di terrorizzare alcuni gruppi selezionati per ammansire tutti gli altri. La disobbedienza ha anche un’enorme valenza propagandistica: essa è il termometro di ogni rivoluzione e anzi è uno dei fattori che distinguono il tumulto, la rivolta, la ribellione, l’insurrezione e tutte le varianti estemporanee di azione violenta contro lo Stato dalla rivoluzione totale e soverchiante, che mira a scardinare le istituzioni e l’apparato dottrinale su cui esse si fondavano con l’interamente nuovo. Da un punto di vista di relazioni internazionali, la disobbedienza, ancor più delle marce simboliche o dei gesti di protesta collettivi (es. il rifiuto di portare il velo da parte delle donne nei Paesi dove vige la sharia), scuote il Metaverso globale, ne mette in discussione le convenzioni materialistiche dominanti e (ri)anima a catena tutti i movimenti di opposizione che si trovano ad affrontare le medesime imposizioni. Ma quali possono essere le azioni di protesta che gli Stati democratici devono supportare e organizzare in segreto nell’ottica di favorire l’autoliberazione degli oppressi? Se si guarda all’esempio del Mahatma, il puro e semplice blocco dei processi di produzione, il rifiuto collettivo di eseguire mansioni programmate, comportano l’indebolimento del vincolo economico che i despoti usano per controllare le popolazioni inermi. Se si pensa infatti alla fedeltà dimostrata dal proletariato urbano e dalle classi contadine alle variegate forze della conservazione, si comprende quanto tale rapporto di fedeltà si incardini sulla capacità dello Stato di garantire minime soglie di tutela alle masse lavoratrici. Si devono quindi cercare gli equivalenti moderni della crescita del prezzo del pane (il cui rincaro è stato, assieme al gravissimo dissesto del bilancio dello Stato, la vera causa scatenante della rivoluzione francese) per determinare i fattori che rompono l’alleanza tra le masse e lo Stato dispotico. Nel mondo contemporaneo, tali fattori sono essenzialmente inquadrabili in tre macro categorie collegate a un ugual numero di classi di bisogni, che nella lingua Graalser prendono il nome di Requiem: I) l’accesso ai beni di consumo primari (che oggi, complice le quattro rivoluzioni industriali e la quinta in corso, sono quantitativamente molto maggiori rispetto al passato ed includono beni e servizi intangibili, come l’accesso al Metaverso digitale); II) la garanzia del rispetto delle tradizioni (oltre alla difesa, la preservazione e l’espansione aggressiva) del sistema di pensiero collettivo locale (il sottosistema siartico); III) la difesa dello status quo sociale (intesa come preservazione o cristallizzazione non solo delle posizioni apicali di indirizzo politico ma anche e soprattutto dei corpi intermedi che puntellano l’esistenza del regime e sostengono il potere egemonico dei capi).
L’implosione di un qualsiasi regime dispotico può poi avvenire essenzialmente per due ragioni: l’insostenibilità di uno dei tre fattori sopra menzionati per cause endogene o esogene (es. una carestia o un conflitto) o per una combinazione di uno o più di essi in modi che sfuggono al controllo del regime. L’esperienza del Novecento insegna che persino i regimi con le maggiori capacità di controllare ogni aspetto della vita del popolo e di monitorare capillarmente l’opinione pubblica possono essere travolti in poco tempo dalla reazione a catena che porta i cittadini a mettere in discussione la forma di gestione del potere. Al di là degli avvenimenti occorsi al regime fascista italiano e quello tedesco (crollati ambedue per cause esogene- figlie di un’ideologia intollerante, incompatibile con la pacifica convivenza tra popoli e nazioni), un esempio di nota di questo assunto è dato dalle vicende che hanno portato alla caduta del muro di Berlino e al crollo dell’URSS. Lo Stato totalitario sovietico, che pure manteneva un controllo ferreo sulla popolazione e aveva mantenuto in piedi anche in epoca glasnost il sistema dei lager, la polizia segreta e gli arresti arbitrari dei dissidenti, si era abituato alla cronicità dei suoi stessi problemi, declassandoli a normalità. Ma i tre fattori Requiem agiscono come la radioattività: il decadimento dell’atomo continua imperterrito, a prescindere dagli elementi di freno posti a contenimento delle radiazioni. Quando le difese del sistema politico si indeboliscono, per scelta talora degli stessi capi che, consapevoli o meno della natura profonda dei problemi, decidono di intervenire in modo più o meno forte per porvi un argine, i fattori Requiem si scatenano.
L’azione degli Stati agenetici che intendono provocare l’implosione dei regimi che opprimono i loro popoli negando loro la libertà, i diritti fondamentali e la possibilità di esprimere il proprio pensiero deve dunque fare leva artificialmente su uno o più dei tre fattori e portarlo all’esasperazione? Se anche fosse possibile, le conseguenze sui cittadini non sarebbero da sottovalutare. Il pericolo, per lo Stato del Sole nero così come per quello del Sole bianco, è che si crei una frattura non ricomponibile tra minoranza al potere e maggioranza dei cittadini schierati contro il potere, in quanto oppressi da esso. Lo spettro della guerra civile, che ricorda la guerra tra il proletariato e le classi borghesi prefigurata dai marxisti, è una possibilità ben concreta che può materializzarsi in qualsiasi momento quando si altera il delicato equilibrio su cui si regge un regime dispotico. In generale, gli Stati agenetici dovrebbero portare all’esasperazione i fattori Requiem solo quando essi hanno avviato il processo di decadimento dello Stato dispotico naturalmente. Quando infatti un regime arriva a controllare ogni resistenza della popolazione con la forza, mancando altri mezzi di persuasione come può essere la crescita economica o il maggiore benessere per fasce della popolazione dimenticate dai precedenti padroni delle istituzioni (è il caso classico del partito comunista cinese, che ancora oggi affonda le sue basi di consenso nelle masse rurali emancipate dalla condizione di povertà endemica), i tempi sono maturi ed i fattori Requiem stanno già esercitando la loro opera di logoramento dall’interno. Naturalmente, l’opera di destabilizzazione deve essere pianificata e condivisa: la comunità internazionale deve rimanere impassibile ed osservare gli eventi formalmente (denunciando e tenendo traccia delle violazioni dei diritti umani, similmente all’azione della Corte Penale Internazionale) mentre i singoli Stati, alleati per Etica e uguale visione del mondo, devono impedire al regime annaspante e sulla strada del collasso di trovare rinforzi e ossigeno dall’esterno.
Se si pensa al caso iraniano, si capisce così come l’azione di guerra degli Stati Uniti e di Israele ha di fatto rafforzato il regime, proprio perché doveva essere lo stesso Stato tirannico, nel tentativo di distogliere l’opinione pubblica dai propri abusi e dalla repressione violenta dei movimenti di protesta, ad aprire le ostilità (anche per il tramite dei cd. proxies, cioè degli alleati nell’area mediorientale allineati alle direttive della Guardia della Rivoluzione). Gli eventi hanno preso una piega diversa per l’assoluta mancanza di coordinamento degli Stati occidentali e per la loro mancanza di pianificazione. Gli Stati del Sole bianco, ben lontani dal raggiungere una parvenza di pace persino al loro interno, hanno deciso di agire per interessi economici, geopolitici, religiosi ecc. ma sicuramente non per portare la libertà là dove essa è negata. La paura è ciò che alimenta l’azione dei governi dalle origini della civiltà e a maggior ragione nell’epoca atomica, che non si concluderà mai davvero fino al disarmo dell’ultima testata e alla cancellazione dei programmi di riarmo di ciascun Paese determinato a conservare o espandere la propria egemonia. Ma nel momento della verità, quando i fattori Requiem stanno agendo, lo Stato agenetico deve farsi trovare pronto e coordinare la rivoluzione alle porte, aiutandola e offrendole supporto, sulla base di strategie consolidate e una pianificazione di lungo periodo. Tale pianificazione deve tenere conto anche del fatto che un popolo si autodetermina: poiché gli imperi cancellano il diritto dei popoli all’autodeterminazione, essi annullano naturalmente le differenze etniche e nazionali. Quando l’impero cade, la frammentazione di popoli un tempo uniti (si pensi al caso dell’impero ottomano o austro-ungarico dopo la fine della Prima guerra mondiale) è uno scenario concreto e può portare (come accaduto nei Balcani negli anni ’90 del Novecento) non già alla guerra civile per il controllo di uno Stato unitario da parte di una certa etnia, ma alla guerra di liberazione fra popoli tenuti insieme dall’impero caduto con la forza o con il metodo classico del divide et impera. Pertanto, occorre tenere ben presenti tutti questi aspetti allorché si decide di supportare la transizione pacifica di un regime dispotico ad una democrazia rappresentativa. Lo Stato agenetico, consapevole del suo compito di diffondere il Solmos, dovrebbe, come a suo tempo in un altro contesto affermato da Lenin, bruciare le tappe e compiere direttamente il passaggio alla democrazia irenea, che a differenza della dittatura comunista evita il bagno di sangue, la guerra civile e la repressione brutale delle classi non allineate, ma anima la Resistenza della parte sana della società civile e costituisce il collante corale delle ambizioni del popolo, unito da proposte concrete volte all’evoluzione della società sotto tutti i punti di vista. Esattamente come per l’aggiornamento a uno standard tecnologico nuovo, la democrazia irenea deve essere l’obiettivo finale di ogni transizione di potere, in quanto naturale cura della rabbia sociale e rispettosa delle istanze e delle richieste di indipendenza/autonomia di minoranze organizzate. Il Solmos è l’amministrazione dello Stato che accoglie tutti, non discrimina, opera per il benessere dei molti, non ostracizzando i pochi non allineati ma convertendoli all’Irenea o comunque rendendoli inoffensivi, disinnescando le cause profonde dei conflitti.
Cosa si dovrebbe fare dunque per liberare l’Iran dal proprio regime teocratico, assunto che esso dispone comunque una minoranza di sostenitori interni (ogni regime ne ha una), una parte di popolazione non allineata e un’opposizione quantitativamente numerosa, ma non organizzata in modo sistematico? Lo scenario da prendere in considerazione è quello post-intervento militare degli USA e di Israele. Le conseguenze del conflitto sono infatti imprevedibili, sia per la sua natura peculiare (un intervento militare a intermittenza, le cui pause sono scandite dalla volontà del Presidente degli USA) sia per gli effetti economici di breve e medio periodo causati dalla chiusura dello stretto di Hormuz e dai rincari dei carburanti (ed indirettamente di numerosissime categorie di merci la cui logistica dipende dall’utilizzo di veicoli ad alimentazione fossile). Ipotizzando uno stallo bellico di lunga durata, seguito dall’introduzione di una tariffa doganale elevata per le navi da trasporto degli Stati sanzionati dal regime, la popolazione si ritroverà in una situazione non troppo dissimile da quella del passato. L’intervento statunitense ed israeliano, che da principio pareva inarrestabile, ha nelle prime fasi decapitato l’establishment iraniano, attuando un rinnovamento forzato delle classi dirigente. Tale rinnovamento era stato comunque previsto, se non calcolato rispetto al possibile scoppio di un conflitto: le figure che hanno preso il potere, i comandanti della Guardia Rivoluzionaria, devono per forza di cose mantenere il pugno dura anche in ambito domestico, in quanto non potrebbero resistere a lungo se presi tra due fuochi. L’intervento militare occidentale ha in realtà bloccato l’organizzazione della Resistenza interna, ignorandone completamente le richieste e millantando la distruzione del regime dall’esterno ignorando tuttavia che le forze della reazione si compattano (e con esse compattano il popolo nella sua interezza) proprio grazie alla pulsione unificatrice della guerra contro l’invasore straniero.
Il primo passo è studiare la composizione etnica del popolo iraniano: il paese è infatti popolato non sono da persiani che costituiscono il gruppo principale (ca. il 61% della popolazione compressiva), concentrati nel centro e in varie province, ma anche da azeri, curdi, luri, gilaki, arabi, baluci, turkmeni. Il vero collante del Paese è costituito dallo sciismo, praticato dal 90-95% della popolazione, anche se bisogna tenere conto che in un Paese teocratico è molto difficile evitare di professare la religione dominante, non fosse altro che per ragioni di accesso facilitato alle cariche pubbliche. Anche la distribuzione della popolazione sul territorio è un fattore importante: complessivamente il 73,5% degli abitanti risiede nelle principali città (ca. 68 milioni di persone su 93 milioni di abitanti). Ciò significa che qualsiasi movimento di opposizione organizzato non può prescindere dal supporto e dal coordinamento attivo della popolazione urbana (a differenza di quanto accadde nella Rivoluzione francese, dove cruciale, per la messa in discussione dell’Antico regime e della monarchia, fu l’alleanza tra contadini dei dipartimenti agrari e la popolazione di Parigi, e più in generale tra contadini e borghesia). Si tratta di una popolazione giovane,
Dato per assodato che occorre ottenere il sostegno della popolazione urbana, bisogna poi comprendere chi si oppone al regime e chi invece lo supporta dall’interno. In generale, vi possono essere numerose combinazioni di politiche volte alla creazione del consenso e alla contemporanea repressione del dissenso, e queste combinazioni variano ulteriormente a seconda dei tempi e dei luoghi. Ad esempio, la Francia del primo impero era senza alcun dubbio uno Stato dispotico: i cittadini erano privi di qualsiasi diritto politico, anche se erano formalmente coinvolti nel processo di approvazione formale delle direttive del governo attraverso lo strumento dei plebisciti. Tuttavia, il governo di Napoleone aveva mantenuto molte conquiste della Rivoluzione francese (gli esempi classici sono la parità dei cittadini davanti alla legge, l’abolizione della nobiltà ereditaria, la difesa della famiglia e della proprietà privata ecc-) e assicurava al popolo temporanea stabilità interna dopo gli eccidi della fase centrale della Rivoluzione. Il popolo, che aveva ancora una conoscenza parziale dei suoi diritti (aveva avuto ben pochi anni per sperimentare la vita politica libera), aveva accettato di buon grado la limitazione assoluta delle libertà politiche in cambio di stabilità. Il caso iraniano, almeno agli esordi della Rivoluzione del 1979, non era troppo dissimile: il popolo protestava contro gli eccessi della corte dello Scià, il suo asservimento alle potenze straniere e contro la grande disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza e l’occidentalizzazione progressiva dei costumi. Inoltre, nei dieci anni che precedettero la Rivoluzione, lo Scià aveva accentuato gli aspetti autocratici del suo regime, aspetti che sarebbero poi paradossalmente stati ereditati dal regime teocratico successivo (come la capillare presenza di una polizia segreta e di un corpo di pretoriani fedelissimi agli ayatollah, i guardiani della Rivoluzione appunto). Il popolo iraniano, da principio, vide nella morigeratezza dei costumi dei religiosi sciiti l’unico argine contro la corruzione del governo e sostenne la loro insurrezione. Con il passare del tempo, tuttavia, il regime teocratico iraniano si è dimostrato inadeguato e intollerante, feroce nel tentativo di controllare ogni aspetto della vita dei cittadini (attraverso la funesta polizia morale, gli arresti arbitrari, le sparizioni di dissidenti e numerosi altri crimini sistematicamente perseguiti), ma soprattutto incapace di assicurare alla popolazione adeguata prosperità economica e progresso materiale. La crescita dell’industria degli armamenti e del nucleare, prima adoperato a scopo civile e in seguito usato come copertura per l’avvio di un programma nucleare militare, non ha impedito la crescita dell’inflazione nè portato a un miglioramento dei salari della popolazione urbana. Le sanzioni internazionali, la svalutazione del rial e la dipendenza dalle esportazioni di petrolio hanno fatto il resto, portando il regime sull’orlo del collasso economico e scatenando il primo fattore Requiem.
Oggi, secondo le poche statistiche disponibili, si ritiene che solo ca. il 20% della popolazione iraniana (e quindi comunque 18,6 milioni di persone) siano pronte a sostenere il regime. Questa percentuale è comunque molto variabile e non tiene conto dello stato di guerra semipermanente in cui è piombato il Paese dopo l’attacco congiunto israeliano e americano. Gli esiti del conflitto, che restano incerti, non sminuiscono le sofferenze della popolazione civile, costretta a ripararsi dai raid e a fare i conti con la crisi nell’approvvigionamento delle risorse, il drastico calo dei consumi, la crescita della disoccupazione ecc. e tutti i noti fenomeni associati al sopraggiungere di un conflitto armato. Il fatto che non vi sia stato un’invasione di un corpo di spedizione statunitense e israeliano sul terreno ha prodotto un effetto contraddittorio: la popolazione, che avrebbe potuto trovare nell’occupante un alleato per rovesciare il regime, è di fatto assediata e isolata. E’ dunque possibile che una parte del fronte interno, composto dalle aree grigie della popolazione che non sostengono apertamente il regime ma nemmeno hanno il coraggio o la forza o ancora le risorse per rinnegarlo e contrastarlo, si sia ricompattato attorno alla classe dirigente al potere, rinnovata dopo le epurazioni dell’establishment attuate nei primissimi giorni del conflitto.
In generale, ai fini di ristabilire una situazione di relativa tranquillità nel Paese, è essenziale liberare lo stretto di Hormuz dalle navi militari di ogni Paese, garantendone la libera navigazione alle imbarcazioni di tutti i Paesi, evitando l’introduzione di una tariffa addizionale che lo Stato iraniano potrebbe essere indotto ad imporre ai soli Paesi ostili per controbilanciare le sanzioni internazionali che resteranno in vigore anche dopo la cessazione delle operazioni internazionali nell’area.
E’ dunque necessario impostare una strategia agenetica (in mancanza di Stati che adottano la teoria di governo agenetica come base del proprio operato domestico ed internazionale e mirano a trasformarsi in Solmos) che verta sui seguenti punti:
I) Troncare il vincolo che unisce i ceti urbani al regime. Gli Stati della coalizione “democratico-irenea” devono aiutare la popolazione civile in ogni modo, fornendo in particolare viveri e medicinali e garantendo protezione alle famiglie che intendono lasciare il Paese attraverso il rilascio di appositi salvacondotti di espatrio. I servizi segreti di tutti i Paesi devono cooperare per consentire il passaggio alla frontiera di tali mezzi di sostentamento, nel caso il regime vieti l’ingresso diretto di aiuti provenienti da Paesi terzi considerati “ostili” a causa della loro alleanza (seppure non foriera di un coinvolgimento diretto) con i belligeranti;
II) Favorire la creazione di un fronte di resistenza armato al regime, sul modello degli eserciti resistenti sorti durante il secondo conflitto mondiale. La leadership politica può anche essere costituita da un coordinamento di dissidenti del regime rifugiatisi all’estero, ma deve escludere ogni coinvolgimento della vecchia monarchia (un ritorno al potere dello Scià sarebbe contro lo spirito dei tempi, in quanto la repubblica è la forma istituzionale che meglio si accompagna alla difesa della libertà dei popoli). La leadership militare, coadiuvata dal supporto tattico dei militari occidentali, deve essere attivamente presente nel Paese e organizzare l’insurrezione generale contro le Guardie della Rivoluzione. Piuttosto che una guerra civile tra due fazioni di minoranze relative e una serie di fazioni satelliti alleate ora dell’una e ora dell’altro, il blocco dell’opposizione che rappresenta l’80% della popolazione deve conquistare il potere con la sola forza della preponderanza numerica. L’insurrezione generale (cfr. punto successivo) deve essere attentamente preparata da azioni dimostrative ripetute, che devono prevedere, in alternativa all’occupazione pacifica delle piazze e alle marce di protesta (da attuarsi piuttosto nelle fasi finali dell’insurrezione) lo sciopero generale dei lavoratori di tutti i settori economici e il blocco dell’industria bellica nonché il rifiuto dei cittadini chiamati alla leva obbligatoria a prestare servizio nell’esercito nazionale.
III) La lotta armata deve avere come scopo l’occupazione dei palazzi del potere e la deposizione dei principali capi militari e degli ayatollah che controllano il Paese. Il Parlamento deve essere sciolto, nuove elezioni indette, liberati gli oppositori dalle carceri e incarcerati in attesa di un giusto processo gli attuali capi del Paese. I pasdaran devono essere disarmati: per fare questo, una volta che il coordinamento generale dei dissidenti sarà diventato solida maggioranza nel Paese, lo stesso potrà chiedere il supporto militare sul campo della coalizione degli Stati “democratico-irenei”. Le forze alleate, che dovranno schierare un contingente militare sul campo, procederanno all’occupazione temporanea delle principali aree urbane del Paese e assicureranno alla direzione politica il supporto militare necessario alla transizione democratica.
IV) Preso il controllo del Paese, il popolo dovrà eleggere a suffragio universale propri rappresentanti in seno ad una costituente democratica. Uno dei cardini della nuova Costituzione deve essere per forza di cose la laicizzazione del Paese: lo sciismo non sarà più religione di Stato e, sulla base dei principi giurisdizionali che risalgono a Grozio e Spinoza, la Costituzione sancirà la definitiva separazione tra Stato e clero sciita, ponendo fine alla Velayat-e Faqih (governo del giurista) introdotta da Khomeini nel 1979, che attualmente affida la guida dello Stato al più alto esperto religioso. Come avvenne per l’Italia, la Germania e il Giappone alla fine della seconda guerra mondiale, inoltre, il Paese non potrà mantenere forze armate che eccedano un certo numero di unità e sarà vietata in ogni forma la ricostituzione di milizie paramilitari al servizio del clero o del governo. Punto dirimente, la Costituzione dovrà prevedere il divieto di introduzione in qualsiasi forma della shar’ia e la piena equiparazione delle donne agli uomini nell’esercizio dei diritti.
V) il programma militare nucleare deve essere terminato, l’arsenale di missili e droni ridotto del 80-90% e le isole fortezza a presidio dello Stretto di Hormuz demilitarizzate, con l’immediata smobilitazione delle truppe presenti sul posto. Lo Stato iraniano deve anche interrompere ogni forma di sostegno economico e militare agli alleati presenti nel resto del Medio Oriente (in particolare la fazione houthi nello Yemen e hezbollah in Libano e hamas in Palestina).
VI) Le sanzioni internazionali devono essere rimosse all’insediarsi della costituente democratica e deve essere approntata una facility di supporto ONU, del FMI e della World Bank al fine di sovvenzionare gli investimenti nel Paese, favorendo il processo di transizione da un’economia basata principalmente sull’esportazione del petrolio raffinato a un’economia multisettoriale.